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Sri Lanka, Africa, Medio Oriente. L’identità e le più profonde motivazioni dei jihadisti

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Sappiamo che i jihadisti suicidi dello Sri Lanka appartenevano tutti a famiglie di ceto medio e alto. Alcuni avevano studiato all’estero. Abdul Latif Jamil Mohammed, ad esempio, aveva frequentato la facoltà di ingegneria aerospaziale della Kingstone University, in Gran Bretagna. Altri due, Inshaf e Ilham Ibrahim, erano figli di uno dei più ricchi mercanti di spezie del paese, Mohammad Yusuf Ibrahim. Si sono fatti esplodere nell’hotel Shrangri-La e nel Cinnamon Grand Hotel. Probabilmente è proprio grazie al loro status che non hanno dato nell’occhio, hanno potuto superare i controlli degli alberghi cinque stelle della capitale. Rohan Karr, il direttore del Cinnamon Grand Hotel, ha raccontato che l’attentatore aveva preso alloggio nell’albergo la sera prima. Si era registrato alla reception, aveva bevuto un drink di benvenuto offerto dalla direzione ed era salito in camera:

“Il mattino dopo è sceso, aveva uno zaino, si è diretto al ristorante, ha chiesto che gli fosse assegnato un tavolo proprio in mezzo al salone, nell’attesa camminava su e giù. Poi si è seduto, ha mangiato, ha aspettato che i clienti si affollassero al buffet. Quando ha visto che c’era ormai ressa di gente, è allora che si è deciso. Deve aver pensato che era il momento giusto per creare il massimo danno”.

Non è la prima volta che dei jihadisti, autori di attentati clamorosi, risultano essere giovani istruiti, di famiglie benestanti e ogni volta ci si domanda come sia possibile che una persona, tanto più se nel fiore degli anni, con una solida posizione economica e sociale e con invidiabili prospettive di vita, scelga di morire dando la morte, mosso da odio religioso, odio assoluto. Oltre tutto, questo contrasta con la diffusa idea che a scegliere il terrorismo siano persone emarginate, frustrate, di bassa condizione sociale e istruzione, facilmente manipolabili dagli imam che predicano il jihad.

L’odio muove molti combattenti, senza dubbio. Altri si arruolano per rabbia e sfida. In Africa, nei paesi a maggioranza musulmana come l’Algeria, il Mali e la Somalia, gli imam integralisti conquistano consensi al jihad denunciando la corruzione delle leadership, il loro scostamento dalla legge islamica che autorizza a disprezzarli e a combatterli. Ma migliaia di giovani in tutto il continente, persino non di fede islamica, entrano nei gruppi jihadisti allettati dalla paga, dal bottino e dal potere di chi è armato e incute paura. Indagini condotte in Kenya tra giovani “disertori”, ex jihadisti, hanno rivelato che molti ragazzi si arruolano negli al Shabaab, il gruppo armato somalo legato ad al Qaida, unicamente per denaro. I reclutatori battono i grandi centri urbani dove si concentrano generazioni di giovani senza lavoro o insoddisfatti di quel che offre il mercato. I jihadisti si finanziano anche collaborando con le organizzazioni criminali che contrabbandano droga, armi, che praticano la tratta di donne e bambini, che organizzano i viaggi degli emigranti clandestini. Gli al Shabaab, ad esempio, partecipano al traffico di avorio e di khat, una droga, in Somalia, Kenya e Tanzania, e a quello di legname, eroina e pietre preziose nel nord del Mozambico.

L’odio religioso in Africa, almeno per una parte dei jihadisti, diventa una modalità della conflittualità etnica. Il cristianesimo e l’islam in modo diverso hanno proposto entrambi il superamento del tribalismo. Invece la religione ne è diventato quasi sempre un fattore che esaspera ulteriormente i sentimenti di avversione e intolleranza. È il caso dei pastori transumanti di fede musulmana Fulani/Peul e dei cristiani di varie etnie, per lo più agricoltori, che si scontrano nella estesa fascia di territorio che va dal Mali alla Repubblica Centrafricana. Le vittime sono spesso i cristiani, ma a scatenare la violenza per lo più sono il controllo di pascoli e sorgenti e le razzie di bestiame.

I jihadisti reclutano facendo leva anche su queste motivazioni. Ma il jihad è ben altro. Anche se è difficile capirlo nelle nostre società secolarizzate che considerano le religioni alla stregua di superstizioni, il jihad ha a che vedere con la fede e con la vita eterna.

I jihadisti sono i musulmani cosiddetti di “Medina”, quelli cioè che prendono esempio dagli anni in cui, emigrati in quella città, Maometto e i suoi seguaci incominciarono a imporre l’Islam e a combattere e discriminare chi rifiutava di convertirsi. Gli altri sono musulmani della “Mecca”, che si ispirano al primo Maometto, quello che alla Mecca predicava e convertiva convincendo i politeisti ad abbandonare i loro idoli. Il Corano rispecchia queste due fasi della vita del Profeta.

Sia i “musulmani della Mecca” sia quelli di “Medina” praticano la fede seguendone riti e prescrizioni: un po’ più alla lettera i secondi, ma sostanzialmente convinti gli uni e gli altri che la legge si deve fondare sul Corano e sugli Hadith, i racconti di ciò che Maometto ha fatto e ha detto nel corso della vita. La professione di fede include l’obbligo di riconoscere la perfezione sovrumana e l’infallibilità di Maometto e la sacralità del Corano, parola di Dio increata, scritta sui fogli e discesa sul Profeta. Questo spiega tra l’altro l’orrore nei confronti di chi, credente o infedele, offende Maometto e viola il Corano.

A differenziare i musulmani di Medina è la convinzione che per essere un buon musulmano, per meritare il paradiso, non bastano la devozione e il rispetto della legge e lo sforzo personale a farlo meglio che si può. Un buon musulmano ha due altri doveri. Il primo è far sì che la shari’a sia rispettata, quindi controllare gli altri fedeli, costringerli a praticare un Islam immutato, punirli se rifiutano. Il secondo è contribuire a conquistare il mondo all’Islam, a sottometterlo alla volontà di Dio, con la forza se necessario. 

A spiegare nel modo più chiaro perché e contro chi i fondamentalisti islamici combattono è l’intellettuale islamica di origine somala Ayan Hirsi Ali. “Vagheggiano – dice Hirsi Ali – un regime basato sulla shari’a e sono a favore di un Islam largamente o totalmente immutato rispetto a ciò che era nel Settimo secolo. Soprattutto, considerano un requisito della fede il dovere di imporla a tutti gli altri”. “Tutti gli altri” sono sia gli infedeli, atei, devoti di altre religioni, sia i fedeli imperfetti, quelli che si adattano alla modernità e che trascurano i loro doveri. È un jihad, una guerra santa che si deve combattere su due fronti: quello interno, il dar el-Islam, la casa dell’Islam, e quello esterno, il dar el-harb, la casa della guerra.

Ecco perché è in Algeria che l’Islam fondamentalista, con il Fis, ha sferrato una delle sue guerre più terrificanti, costata 150.000, forse 200.000 morti. I jihadisti algerini negli anni ’90 del secolo scorso inseguivano persino le bambine per strada e le sgozzavano solo perché andavano a scuola; e fermavano i bambini, sempre per strada, interrogandoli sul modo in cui pregavano a casa, con i genitori, dopo di che facevano irruzione nelle case delle famiglie che secondo loro non compivano le devozioni nel modo appropriato sterminandone tutti i componenti, donne incinte e neonati inclusi.

Secondo Hirsi Ali i “musulmani di Medina” sono circa il 4 per cento. Quasi tutti gli altri sono “musulmani della Mecca”. C’è poi una terza categoria di fedeli, nella quale lei si colloca, la piccola schiera dei musulmani dissidenti, riformatori, impegnati nella reinterpretazione e nella trasformazione della professione di fede. Una condizione per traghettare l’Islam dal VII al XXI secolo è ammettere che Maometto e il Corano siano aperti alla critica e all’interpretazione, senza di che i fedeli riformatori sono da considerarsi blasfemi, sacrileghe le loro proposte, e può variare solo la misura della reazione contro di loro, non il diritto e il dovere di combatterli e punirli. Ayan Hirsi Ali è stata condannata a morte da una fatwa nel 2004 per aver scritto il testo di “Submission”, il cortometraggio sulle violenze inflitte alle donne musulmane in nome dell’Islam che è costato la vita all’autore, il regista olandese Theo van Gogh. Vive attualmente negli Stati Uniti dove dirige la fondazione che porta il suo nome.