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Vera svolta di Mosca o diversivo? Ecco perché non bisogna illudersi, per Putin sarebbe una sconfitta

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Siamo all’inizio della fine o alla fine dell’inizio? Quale neutralità per l’Ucraina? Apertura di Mosca sull’adesione all’Ue, ma fu proprio il percorso di avvicinamento di Kiev a Bruxelles (e non alla Nato, come vorrebbe la vulgata dei Putin-Versteher nostrani) il casus belli nel 2013-2014

Ebbene sì, la resistenza che per qualcuno era inutile, anzi addirittura irresponsabile, consistendo nel mandare il proprio esercito e il popolo ucraino incontro ad un sicuro massacro, data la schiacciante superiorità militare russa, si sta rivelando invece decisiva nel permettere a Kiev di ottenere nella migliore delle ipotesi un negoziato vero, che salvaguardi la sua sovranità, nella peggiore di riprendere un po’ il fiato e cristallizzare posizioni sul campo certamente critiche, ma senza sfondamenti da parte russa.

Fallito il blitz sulla capitale per decapitare i vertici politici e militari ucraini, Mosca al momento pare aver riorientato al ribasso i propri obiettivi. Ma il sospetto è che i negoziati possano essere un modo per guadagnare tempo, viste le difficoltà incontrate, per riorganizzarsi e riprendere l’offensiva su larga scala nel sud-est del Paese. In questa ipotesi, non saremmo di fronte all’inizio della fine, ma alla fine dell’inizio. Si sarebbe conclusa solo la prima fase della guerra, con la presa di Mariupol e la chiusura di un corridoio terrestre tra la Crimea e la Russia, per concentrarsi in una seconda fase sulla completa “liberazione” del Donbass e la presa di Odessa (per il controllo dell’intera costa sul Mar Nero).

Sul piano diplomatico, già da un paio di settimane il presidente ucraino Zelensky ha lasciato intendere di essere pronto a trattare la neutralità di Kiev, rinunciando all’ingresso nella Nato in cambio di garanzie di sicurezza, dunque le novità dei colloqui di ieri a Istanbul sono arrivate dalla parte russa.

Il capo negoziatore Medinsky ha annunciato la decisione di Mosca di “ridurre drasticamente le attività militari in direzione di Kiev e Chernihiv”, al fine di “aumentare la fiducia reciproca in vista dei futuri negoziati per concordare e firmare un accordo di pace con l’Ucraina”. In realtà, le forze russe intorno a Kiev e Chernihiv erano ferme da giorni, e anzi in ripiegamento davanti alle controffensive ucraine. “La minaccia a Kiev non è finita”, avverte però il portavoce del Pentagono John Kirby, “nessuno dovrebbe illudersi”. E funzionari Usa vedono nella mossa solo un cambio di strategia.

La vera sorpresa è stata l’apertura da parte russa all’adesione dell’Ucraina all’Unione europea: “La Federazione Russa ha ricevuto proposte scritte dall’Ucraina che confermano il suo desiderio di uno status neutrale e non nucleare”, ha affermato Medinsky. La rinuncia all’ingresso nella Nato, ad ospitare basi straniere, alla produzione e al dispiegamento sul proprio territorio di qualsiasi genere di armi di distruzione di massa, ha specificato. “Le proposte di Kiev implicano che, da parte sua, la Federazione Russa non ha obiezioni al desiderio dell’Ucraina di entrare nell’Unione europea”, ha quindi aggiunto il capo negoziatore russo.

Per “neutralità” Mosca non intenderebbe più anche la non adesione di Kiev all’Ue. Se confermata ai più alti livelli, sarebbe una svolta sorprendente nella posizione russa, considerando che proprio il percorso di avvicinamento all’Ue (e non alla Nato, come vorrebbe la vulgata dei Putin-Versteher nostrani) era stato il casus belli della crisi del 2013-2014, di Euromaidan e della conseguente prima invasione russa. Ci torneremo più avanti in questo articolo.

Dunque, se questo fosse il punto di caduta dei negoziati, l’Ucraina non potrà entrare nella Nato, non avrà basi straniere e armi chimiche o nucleari sul suo territorio, ma in cambio potrà entrare nell’Ue. Da parte sua Mosca rinuncerebbe alla cosiddetta “denazificazione”, che altro non era che il rovesciamento di Zelensky e la sua sostituzione con un governo fantoccio filorusso. Più complicato sciogliere il nodo dello status definitivo della Crimea e del Donbass, già di fatto in mani russe, su cui non si registrano passi avanti. Probabile che su questi territori si svolgeranno negoziati separati, essendo Mosca garantita dal fatto compiuto.

Ma in cambio della rinuncia all’ingresso nella Nato, gli ucraini chiedono anche un sistema di garanzie di sicurezza. A Kiev infatti si rendono conto della trappola che si nasconde dietro il principio in apparenza innocuo di “neutralità” e di aver bisogno di garanzie concrete contro future aggressioni alla sovranità e integrità. Una neutralità che fosse “garantita” solo da Mosca, già venuta meno alla sua parola, agli impegni sottoscritti nel Memorandum di Budapest del 1994, con l’annessione della Crimea nel 2014 e con l’invasione di oggi, non sarebbe vera neutralità ma costante minaccia, quindi sottomissione.

Per questo Kiev chiede che Paesi terzi si facciano garanti della sua sicurezza, in primis Stati Uniti, Regno Unito e Turchia. Con impegni concreti, più stringenti di quelli previsti nel memorandum citato, che non ha evitato l’aggressione russa. “I Paesi garanti dovranno fornirci forze armate, armi e cieli chiusi”, hanno chiarito ieri i negoziatori. Cosa ben diversa da quanto prevede l’articolo 5 Nato: queste garanzie infatti scatterebbero solo a difesa dell’Ucraina, se attaccata, mentre non implicherebbero in alcun modo la partecipazione di Kiev al fianco dei Paesi garanti in un eventuale conflitto contro la Russia.

“Continueremo i nostri negoziati con la Russia ma coinvolgeremo anche i Paesi garanti”, ha affermato il capo negoziatore ucraino Mikhaylo Podolyak. Il problema ora è capire fin dove vorranno spingersi con gli impegni i Paesi garanti. Daranno garanzie credibili, tali cioè da dissuadere Mosca da nuove aggressioni? E da parte sua Mosca vorrà privarsi della minaccia militare contro Kiev, sapendo che stavolta entrerebbe in guerra con i Paesi garanti?

Non siamo ancora in questa fase, ma quando i Paesi chiamati da Kiev a fornire garanzie, Stati Uniti e alcuni Paesi europei, risponderanno, entrando quindi anch’essi nei negoziati, è ragionevole supporre che da parte russa si avanzerà la richiesta di revocare o alleggerire le sanzioni, cosa che Washington non sembra intenzionata a fare. Come risponderà l’amministrazione Biden? E gli alleati europei?

Da parte russa a Istanbul “segnali positivi”, ha commentato il presidente Zelensky su Telegram, ma “naturalmente vediamo tutti i rischi e non vediamo alcun motivo per fidarci delle parole di alcuni rappresentanti di uno Stato che continua a combattere per la nostra distruzione. Gli ucraini non sono persone ingenue. Hanno già capito, durante questi 34 giorni di invasione e negli ultimi otto anni di guerra nel Donbass, che ci si può fidare solo di un risultato concreto”.

Scetticismo anche a Washington. “Lascerei ai nostri partner ucraini il compito di definire se ci sono progressi reali e se la Russia si sta impegnando in modo significativo”, ha dichiarato il segretario di Stato Usa Blinken, aggiungendo però: “Posso dire questo: c’è quello che la Russia dice e quello che la Russia fa. Siamo concentrati sulla seconda cosa”. E non vede “segnali che ci dicono che la Russia stia veramente facendo sul serio nei negoziati”. Blinken ha anche ipotizzato che possano essere sfruttati da Mosca per raggruppare le sue forze militari. “Non posso dirvi se queste dichiarazioni riflettono un riorientamento sull’Ucraina orientale e meridionale, o se questo è un mezzo con cui la Russia sta cercando di deviare e ingannare”.

Se l’esito finale sarà una neutralità di Kiev che comprenda la possibile adesione all’Ue e il mantenimento di un proprio esercito, e adeguate garanzie almeno da parte Usa, per Putin sarà una sconfitta, che difficilmente riuscirà a presentare ai suoi come vittoria sbandierando solo la rinuncia all’ingresso nella Nato, il Donbass e la Crimea (che di fatto aveva già), a fronte degli elevatissimi costi patiti in termini economici.

Per comprendere perché stentiamo a credere che il Cremlino sia disposto a concedere l’adesione dell’Ucraina all’Ue è importante ricordare gli eventi del 2013-2014, perché ad innescare Euromaidan e la prima aggressione russa non fu la prospettiva di ingresso di Kiev alla Nato, ma l’accordo di associazione Ue-Ucraina, primo passo per l’adesione all’Ue. Ecco perché riteniamo la questione Nato un pretesto.

Nel 2013 Putin aveva il controllo della situazione in Ucraina: al governo a Kiev c’era un presidente filorusso, Viktor Yanukovych, uscito vincitore di misura dalle presidenziali del 2010 contro Yulia Tymoschenko, grazie alle divisioni tra i partiti “arancioni” e ad un profilo più conciliante rispetto alle ambizioni della parte occidentale del Paese. Alle elezioni parlamentari dell’ottobre 2012, con la Tymoschenko incarcerata, il partito del presidente conquistò la maggioranza relativa riuscendo a formare un governo di coalizione.

La prospettiva dell’ingresso nella Nato si era già raffreddata dopo l’aggressione russa alla Georgia, ma con Yanukovych al potere era fuori discussione. Restava in piedi però la prospettiva europeista. I negoziati per l’accordo di associazione Ue-Ucraina, compresa una zona di libero scambio “globale e approfondita” (DCFTA), si erano conclusi già nel 2012 (marzo e luglio), ma la detenzione della Tymoschenko, leader dell’opposizione, rappresentava un ostacolo per i vertici Ue, che chiedevano progressi in tre aree: riforme elettorali, giudiziarie e costituzionali. Nel febbraio 2013 il Parlamento ucraino approva ad ampia maggioranza una risoluzione in cui si impegna a garantire l’attuazione delle raccomandazioni Ue e anche il presidente Yanukovych ribadisce il suo impegno. Tra avvelenamenti e scarcerazioni di oppositori, a settembre 2013 Yanukovych esorta la sua maggioranza ad approvare le riforme richieste e il governo ucraino adotta all’unanimità il progetto di accordo.

Nonostante il generale deterioramento della democrazia ucraina con Yanukovych, il perdurare della detenzione della Tymoschenko e i ritardi nelle riforme, la firma dell’accordo di associazione era prevista in occasione di un vertice a Vilnius il 28-29 novembre 2013. Insomma, quel “ponte est-ovest” di cui avrebbe parlato Kissinger nel citatissimo (e poco letto) articolo del 2014, era a portata di mano. Ma una settimana prima, il 21 novembre, il governo ucraino sospende la firma, al fine di garantire la sicurezza nazionale e in considerazione delle conseguenze sugli scambi con la Russia e gli altri Paesi della CSI. Lo stesso giorno Yanukovych dichiara che “non c’è un’alternativa” alle riforme e all’integrazione dell’Ucraina nell’Ue.

Cosa era successo? Putin aveva calato il suo veto. Il 26 novembre il governo ucraino ammise che la Russia aveva chiesto di ritardare la firma. Il portavoce del Cremlino Peskov aveva definito quella ucraina una decisione interna e sovrana, ma anche che Mosca era pronta a negoziare con l’Ucraina e l’Ue. Rispondendo alle critiche dei vertici Ue, Putin spiegò che l’accordo era una “grave minaccia” alla sicurezza economica della Russia.

Era pacifico fin dall’inizio che l’accordo di associazione con l’Ue, prevedendo una zona di libero scambio, non fosse compatibile con l’unione doganale di Russia, Bielorussia e Kazakistan che Mosca pretendeva di imporre a Kiev. Da una parte il mercato europeo, dall’altra Russia, Bielorussia e Kazakistan: voi cosa avreste scelto?

Al vertice di Vilnius Yanukovych chiarì che l’Ucraina desiderava ancora firmare l’accordo di associazione, ma che aveva bisogno di aiuti per compensare la risposta minacciata da Mosca, che nel frattempo aveva messo sul piatto 15 miliardi di dollari per alleviare i problemi finanziari di Kiev, e avanzò la proposta di avviare negoziati a tre Ue-Ucraina-Russia. Il presidente della Commissione europea Barroso rispose che l’Ue non poteva accettare negoziati a tre né tollerare il sostanziale veto di un Paese terzo sull’accordo. Il Consiglio europeo del 20 dicembre nelle sue conclusioni confermò che comunque l’Ue restava disponibile alla firma dell’accordo non appena l’Ucraina fosse pronta.

Dallo stop di Yanukovych alla firma, su pressione di Mosca, le proteste di Euromaidan, a Kiev e in altre città, e la dura repressione dei manifestanti. È solo a questo punto che arriva il sostegno Usa alle proteste, la visita di McCain, il “fuck the Eu” di Victoria Nuland per l’eccessiva timidezza europea, mentre Washington e Bruxelles lavoravano ad piano di aiuti congiunto per sottrarre Kiev dal ricatto di Putin. Il 22 febbraio 2014 la fuga in Russia di Yanukovych, ormai isolato, negli stessi giorni l’occupazione militare della Crimea da parte russa, a marzo l’annessione e in aprile la guerra nel Donbass.

Deposto Yanukovych, l’accordo di associazione con l’Ue è stato firmato dal nuovo governo ucraino il 21 marzo 2014 (la parte politica) e dal nuovo presidente Poroshenko il 27 giugno (la parte economica).

Solo a questo punto, dopo l’annessione della Crimea e la guerra nel Donbass, Kiev si è rivolta all’Occidente anche per la difesa. Con i territori già occupati dai russi o contesi l’adesione alla Nato era a maggior ragione impossibile, ma l’assistenza militare ancora praticabile. È da quel momento che cominciano ad arrivare gli aiuti e ad essere svolte le esercitazioni che oggi vengono citate come “provocazioni” alla Russia, fingendo di ignorare che furono la risposta alla prima aggressione russa.

Che autogol di Putin. Yanukovych poteva rappresentare una garanzia per Mosca: no alla Nato, ma associazione con l’Ue poteva essere un punto di equilibrio. Lo stesso suggerito da Kissinger nel suo articolo, che però il presidente russo aveva appena rifiutato. Nel momento decisivo Putin ha tirato troppo la corda, ha tentato lui il colpo di mano, di riprendersi l’Ucraina cercando di far diventare Yanukovych un Lukaschenko, ma infine perdendolo.

Alla fine del 2013 nella capitale ucraina era senz’altro prevalente la presenza di russi e filorussi, rispetto agli americani. Nessuno da fuori avrebbe potuto rovesciare Yanukovych contro la volontà degli ucraini e se Putin non gli avesse imposto di non firmare l’accordo di associazione con l’Ue. Per questo sarebbe sorprendente se il Cremlino oggi accettasse di non opporsi all’europeizzazione di Kiev, per evitare la quale ha investito otto anni e due guerre. Vorrebbe dire che Mosca è davvero in gravi difficoltà sia sul piano militare che economico.

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