Giuditta's Files

La grande legacy di Ratzinger e il rischio di distorcerla

Il suo monito contro la “dittatura del relativismo” e la fede cieca nel “progresso” non va confuso con una deriva dogmatica applicata alla politica e ai rapporti sociali

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Come capita spesso in circostanze simili, la morte di un grande personaggio suscita – negli osservatori e nei commentatori – il meglio e il peggio.

Il peggio

Nella seconda categoria entrano di diritto quei ricordi in cui al centro non c’è la figura dello scomparso, ma l’ego incontenibile di chi lo commemora: e che in realtà, a ben vedere, commemora soprattutto se stesso, millanta una confidenza a volte più presunta che reale, attribuisce al de cuius tesi che l’interessato non può né confermare né smentire. Un protagonismo cafone ed egoriferito, una sorta di macabro selfie con vista sulla salma.

E questa tendenza a un tragicomico “io e lui” spopolava sui giornali di ieri a proposito della morte del papa emerito Joseph Ratzinger: resoconti di incontri e colloqui “privati” (e infatti resi subito pornograficamente pubblici), attribuzione a Ratzinger di opinioni non verificabili (perfino un elogio di Gramsci e dei comunisti italiani: si è dovuto leggere addirittura questo sul primo quotidiano italiano!), fino a surreali “contraddittori” in cui il commemorante rivendicava di aver contestato a Ratzinger la scelta delle dimissioni. Tutto francamente lunare, oltre che poco rispettoso.

Il meglio

Per fortuna, c’è stato anche il meglio, non solo il peggio. Cito tra le cose a mio avviso più preziose una splendida e acuta riflessione di Paolo Del Debbio sulla Verità: se ti batti contro la povertà o per la solidarietà, un conto è farlo avendo come bussola quella battaglia in sé e per sé; altro conto è farlo avendo come riferimento un “senso” più profondo, che – nel caso di Ratzinger – ha ovviamente a che fare con Dio e con la fede.

Nel primo caso, se sei un pastore, e se dimentichi l’altra dimensione, rischi di diventare intercambiabile con un politico, un sindacalista, un comiziante, senza una differenza, senza un quid pluris.

Un’altra riflessione pregevolissima mi è parsa quella di Stefano Magni qui su Atlantico Quotidiano e sul sito di Nicola Porro, rivolta in particolare al mondo laico (e alla sua parte meno liberale): state attenti alla pur sacrosanta separazione tra stato e chiesa, se poi finite voi stessi per sacralizzare lo stato, per concedergli uno spazio esorbitante, assoluto, dominante.

Per parte mia, da laico liberale, vorrei rivolgere tre umili raccomandazioni per un verso ai credenti, ai cristiani che piangono un gigante come Ratzinger, e per altro verso – sul piano politico e culturale – al centrodestra italiano.

Non farne un capo politico

La prima. Non si commetta (per adesione) lo stesso errore che (per avversione) hanno a lungo commesso i nemici di Ratzinger, e cioè quello di considerarlo un capo politico, di trasformare la sua lezione morale in un programma politico.

Proprio la migliore tradizione cattolico-liberale (penso ad Alcide De Gasperi, e non a caso occorre risalire così indietro nel tempo) insegna che, anche per un politico cristiano (starei per dire: soprattutto per un politico cristiano), la dimensione laica e l’autonomia rispetto alle gerarchie ecclesiastiche non dovrebbero mai essere dimenticate.

La tentazione dell’assolutismo

La seconda. Non si confonda il sacrosanto monito ratzingeriano contro la “dittatura del relativismo” nell’adozione come metodo del contrario del relativismo, e cioè un’antistorica tentazione verso l’assolutismo. Altrimenti, non ci sarebbe più un incontro tra fede e ragione, ma un assorbimento della seconda da parte della prima.

La migliore lezione di Ratzinger – a me pare – è un invito alla prudenza nell’innovare, un caveat rispetto a un’insensata e cieca fede positivista nel mito del “progresso”, un invito a misurare i passi, a ponderare la velocità del cambiamento. Il che è ben diverso da una deriva dogmatica applicata alla politica e ai rapporti sociali, e meno che mai alle scelte legislative.

Il messaggio cristiano

La terza. Non mi nascondo dietro un dito: da laico e da liberale, mi sono sentito piuttosto lontano da una parte non piccola né marginale della predicazione ratzingeriana, e in particolare dalla versione “applicata” per lunghi anni dalla curia italiana, a sua volta assai influente sui nostri politici (o, se si preferisce: con i politici italiani sempre eccessivamente zelanti nei confronti della curia).

Mi riferisco a una certa tendenza a ridurre il cuore del messaggio a una sorta di precettistica rivolta per un verso alla sessualità e per altro verso alla bioetica.

Anche qui mi pare saggio – a freddo e a posteriori – compiere una distinzione: un conto è, come si diceva poco fa, un sapiente invito alla cautela, un ragionevole ammonimento a non trattare mai l’”umano” con leggerezza; altro conto è invece dare la sensazione (per essere chiari: lo hanno fatto più certi ratzingeriani italiani che non Ratzinger) di perdere di vista l’essenza del messaggio cristiano, e cioè Dio, per concentrarsi sulla sessualità e la sua “regolamentazione”.

Libertà contro “dirittismo”

Con l’effetto di apparire più giudicanti che misericordiosi, più inclini a puntare il dito che non a comprendere la singolarità di ogni essere umano. Comunque la si pensi, mi auguro che questi temi siano maneggiati – da tutti, a prescindere dalle opinioni di ciascuno – con cautela.

Tutti rispettino tutti, e tutti cerchino di comprendere tutti. Da “sinistra”, possibilmente, evitando di voler trasformare ogni cosa in “diritto” (garantito dal solito stato onnipotente e onnilegiferante); da “destra”, rispondendo al “dirittismo” alzando la bandiera delle libertà, non quella dei divieti e dei dogmi.