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La sindrome da “sweet lemon” di Forza Italia, l’egemonia di Salvini: aggredire le cause e cercare una strategia

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Per Forza Italia una sindrome da “sweet lemon”. Ma anziché negare la realtà dell’egemonia di Salvini, occorrerebbe aggredire le cause e cercare una strategia. Fu saggio quattro anni fa dire no alle primarie, a una sfida liberale, a un’autentica gara di idee? E’ stato saggio scegliere il Nazareno a Roma e gli inchini alla Merkel e a Juncker in Europa?

Gli sforzi degli “house organ” berlusconiani, nel lungo weekend dell’elezione dei presidenti delle Camere, sono stati titanici: prima descrivere Salvini come “buono” (quando sembrava che seguisse le indicazioni del Cav su Romani), poi presentarlo come il “cattivo“ della situazione (durante l’operazione-Bernini), e infine provare a ridipingerlo a tinte rassicuranti dopo la convergenza finale sulla Casellati.

Gli inglesi parlano di “sweet lemon”, quando qualcuno cerca di presentare come dolce una realtà amara, anzi amarissima, a cui però non può più sottrarsi: e allora tanto vale farsela piacere.

La verità è che il partito Fi-Mediaset-Ppe-Nazareno deve elaborare un lutto: Forza Italia e Pd hanno perso, Cinquestelle e Salvini hanno vinto e dettano le condizioni.

Salvini, in particolare, con abilità tattica e spregiudicatezza, ha mostrato plasticamente tre cose. Primo: che comanda lui. Secondo: che, nonostante grida e minacce, alla fine della fiera Forza Italia deve seguirlo o adattarsi alle sue scelte. Terzo: che, se e quando vuole, è perfettamente nelle condizioni (politiche e numeriche) per raggiungere intese autonome con i Cinquestelle.

Ovviamente nessuno sa cosa accadrà per il governo. Le variabili sono molte, e i Cinquestelle hanno sì motivo di fare concessioni alla Lega, ma fino a un certo punto. Tra l’altro, in questa epoca di politica-X factor, l’elemento “visibile” di chi guida l’operazione, di chi va a Palazzo Chigi, è un aspetto troppo importante per farne oggetto di cedimenti.

Ma un osservatore intelligente non deve soffermarsi sui singoli “alberi”: deve guardare la “foresta”, l’insieme. E la “big picture” parla chiaro: Di Maio e Salvini sono in condizione (nei tempi che riterranno opportuni) di riscrivere la legge elettorale trasformando i prossimi appuntamenti elettorali (europee 2019, eventualmente – ma non necessariamente – abbinate a un nuovo turno politico nazionale) in un nuovo bipolarismo tra loro, in una sorta di ballottaggio a due che renderà gregari o irrilevanti Pd e Forza Italia. A loro basterà l’equivalente di un premio di lista per confermare da un lato l’opa del M5S sul Pd e per produrre dall’altro una lista unica di centrodestra a guida leghista, con gli altri più o meno ridotti a pupazzetti del presepe.

Cosa resta da fare? Per Forza Italia, riflettere sui suoi errori fatali. Fu saggio quattro anni fa dire no alle primarie, a una sfida liberale, a un’autentica gara di idee? E’ stato saggio scegliere il Nazareno a Roma e gli inchini alla Merkel e a Juncker in Europa? Chi lo disse e lo scrisse (io stesso, nel mio piccolo) fu isolato, aggredito, e silenziato dagli zelanti media d’area, quasi tutti (con rare e altamente meritorie eccezioni) sempre più realisti del re.

Per i veri liberali, invece, si prepara una lunga traversata nel deserto, dagli esiti difficili da prevedere: ad oggi non è davvero facile immaginare di poter contaminare in positivo il nuovo bipolarismo. Bisogna provarci con convinzione, certo. Ma occorre una nuova semina culturale. Chi scrive intende contribuire, con tanti amici, a un lavoro di elaborazione di idee, avendo come punti fermi il rapporto con i conservatori inglesi (l’alleanza Acre), un lavoro da rafforzare ed estendere con New Direction Italia, e naturalmente con il piccolo vascello di Atlantico. Bisogna ripartire dalle idee, con umiltà: interagendo con ogni altra realtà (in Italia ce ne sono tante: minoritarie ma coraggiose e resilienti) interessata a fabbricare idee, a offrirle, a farle circolare. Se e come tutto ciò possa (domani, o più probabilmente dopodomani, in un tempo certamente non vicino) avere un punto di caduta politico, è una previsione troppo difficile e forse perfino inutile da fare, oggi.

Intanto, è bene offrire a tutti, e in primo luogo al governo che verrà, l’esistenza di un punto di vista occidentale, pro-mercato, pro-individuo, non statalista, fortemente critico rispetto a questa Europa ma non lepenista o putinista, e una bussola sempre orientata verso la difesa di tre valori cardine: risparmio, proprietà, piccola impresa. Tutte cose maledettamente necessarie all’Italia dei prossimi anni.