Esteri

Basta con i salotti di Londra: la fabbrica si riprende la politica estera

Basta con i salotti di Westminster e la diplomazia delle buone intenzioni: ogni accordo internazionale deve dimostrare di portare posti di lavoro e benessere concreto ai cittadini britannici

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E se la politica estera britannica dovesse finalmente passare dal salotto di Westminster alle fabbriche di Makerfield? È questa la scommessa di Andy Burnham, il nuovo premier britannico, alle prese con una domanda molto meno teorica di quanto possa sembrare: a cosa serve una politica internazionale ambiziosa se poi il cittadino britannico non ne vede alcun beneficio nella propria vita quotidiana? Da qui nasce il «Makerfield Test», una formula destinata a diventare uno dei concetti chiave della nuova agenda di Downing Street.

Il principio è elementare: ogni grande scelta di politica estera deve poter essere valutata anche in base a ciò che produce dentro il Regno Unito. Più sicurezza, certo. Ma anche più investimenti, più industria, più posti di lavoro e, possibilmente, un miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie.

Il nome dice già molto. Makerfield è la circoscrizione che ha riportato Burnham alla Camera dei Comuni. Ma è anche il simbolo di un’idea politica precisa: Londra non può più permettersi di parlare al mondo ignorando ciò che accade nelle città e nelle comunità che stanno fuori dalla capitale. È una rottura con la tradizione? Solo in parte. La politica estera britannica ha sempre avuto una forte componente economica e commerciale. La novità è semmai nel criterio con cui Burnham vuole giudicarla. Un accordo internazionale non dovrebbe essere considerato un successo soltanto perché migliora l’immagine diplomatica del Regno Unito. La domanda diventa: cosa cambia per un lavoratore di Makerfield? Per una piccola impresa? Per una fabbrica? Per il costo dell’energia?

È la politica estera vista con gli occhi della politica industriale. E non è difficile capire perché questa impostazione stia acquistando peso proprio adesso. La guerra in Ucraina ha riportato la sicurezza militare al centro dell’agenda europea. Il conflitto in Medio Oriente ha conseguenze sui commerci e sulle rotte energetiche. La competizione con la Cina riguarda ormai non soltanto la geopolitica, ma semiconduttori, batterie, minerali critici e tecnologie strategiche. Persino la spesa per la difesa, apparentemente una voce esclusivamente militare, può diventare una politica industriale se genera produzione e occupazione sul territorio britannico.

Il ragionamento di Burnham è quindi semplice: se il Regno Unito deve spendere di più per la sicurezza, perché non fare in modo che una parte significativa di quella spesa rafforzi contemporaneamente la propria industria? È qui che il «Makerfield Test» diventa interessante. Non perché risolva magicamente le contraddizioni della politica estera, ma perché prova a colmare una distanza che negli ultimi anni si è fatta sempre più evidente: quella tra le grandi strategie internazionali e la percezione che ne hanno i cittadini.

Naturalmente, il rischio opposto esiste. Se ogni decisione internazionale dovesse essere giustificata soltanto attraverso il suo ritorno economico immediato, Londra potrebbe perdere di vista interessi strategici che richiedono anni per produrre risultati. Un’alleanza militare, una politica di deterrenza o il sostegno a un partner internazionale non possono essere valutati come se fossero semplicemente un contratto commerciale. La vera sfida per Burnham sarà dunque trovare l’equilibrio. Rendere la politica estera più utile agli interessi economici britannici senza trasformarla in una contabilità di breve periodo.

È una sfida tutt’altro che secondaria. Perché dopo Brexit il Regno Unito ha bisogno di ridefinire il proprio ruolo nel mondo, ma anche di convincere i propri cittadini che quel ruolo produce qualcosa di concreto. Il «Makerfield Test» nasce esattamente da questa esigenza. La domanda che pone è semplice e, proprio per questo, politicamente scomoda: quando Londra prende una decisione sul mondo, quanto di quella decisione torna indietro a beneficio degli inglesi?

Se Burnham riuscirà a dare una risposta convincente, Makerfield potrebbe diventare molto più di una circoscrizione elettorale. Potrebbe diventare il laboratorio di una nuova politica estera britannica: meno interessata alle dichiarazioni di principio e più ossessionata – nel senso buono del termine – dalla domanda fondamentale della politica democratica: che cosa cambia, concretamente, per chi paga il conto?

Apostolos Apostolou, 21 settembre 2026

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