Cronaca

Cara prof, basta con il perdono da salotto per l’alunno aggressore

La docente ferita in classe sceglie la scorciatoia mediatica e perdona il ragazzo armato di pugnale, ignorando il tredicenne congolese che le ha salvato la vita e scambiando la gratitudine per sottomissione ideologica

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Siamo in tanti, professoressa Marsilio, ad auspicare l’espulsione degli irregolari, o meglio, di tutti gli stranieri che delinquono anche se regolari. Di tutti gli stranieri che pretendono di imporre costumi e credenze incompatibili con i nostri principi. Siamo in tanti, professoressa. E sul tema, personalmente, pur con tanti distinguo, non la penso molto diversamente da lei. Ma credo che questo era il momento di tacere.

Ha conquistato un pezzetto di scena come grande esempio, ha rivolto le sue attenzioni e il suo perdono immediato all’aggressore esprimendo il desiderio di incontrarlo e addirittura di abbracciarlo. Sbagliato. Con un minimo di lucidità istituzionale e di vero senso civico, avrebbe dovuto esprimere un unico, categorico desiderio: incontrare il ragazzo congolese. Sa, professoressa, non era dovere di quel ragazzo salvarle la vita e di certo, se l’ha fatto, ha alle spalle persone di grandi principi. È in Italia da solo, vogliamo chiederci come e perché sia in casa famiglia? Vogliamo sapere il suo nome e se ha una famiglia nel suo paese? Varrebbe la pena conoscerla e certo avrebbe di che insegnare a tanti, mentre lascerei alla procura e agli psicologi il compito di comprendere il contesto del ragazzo che l’ha aggredita.

Avrebbe potuto cercare quei tutori della casa famiglia dove è ospite per stringere loro la mano e complimentarsi pubblicamente. Perché la differenza tra un’immigrazione subita e una vera integrazione passa da quelle mura. Anche noi, italiani che sosteniamo la necessità di rimpatri e di una stretta rigorosa sui flussi, davanti a questo gesto possiamo solo abbassare gli occhi e dire grazie. Posso solo complimentarmi con coloro, genitori o tutori, che hanno saputo crescere un ragazzo trasmettendogli il valore del coraggio, del rispetto per la vita e il senso del dovere verso la comunità che lo ospita. Lo sa, professoressa, che questo è molto di più di quanto non sia richiesto per un soggiorno regolare? Lo sa vero? Quello è il ragazzo che dovrebbe incontrare e abbracciare. Quello da mettere sotto i riflettori, non chi entra in classe con un pugnale seghettato e lo spray irritante.

E mentre le cronache si concentrano sul perdono fulmineo della docente ferita, il Ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha fatto una grande cosa politicamente sensata: ha annunciato che premierà quel giovane congolese al Ministero. E se ne deve essere felici. Quel ragazzo deve essere indicato come un paradigma, un’ispirazione per chiunque rivendichi il diritto di far parte del nostro tessuto sociale. Ha dimostrato nei fatti cosa significhi essere parte di un Paese. Cosa che, ricordiamolo, a tredici anni non è richiesta.

Subito dopo l’aggressione, i giornalisti (a partire da Repubblica) sono andati a spulciare la bacheca privata della professoressa Isabella Marsilio, trovando, pare, post di orientamento sovranista e favorevoli alla “remigrazione”. Il cortocircuito è sotto gli occhi di tutti. Ma la professoressa era ancora in tempo per rimanere veramente coerente, mettendo in primo piano la sua gratitudine invece del suo perdono. Ma la gratitudine, sul palcoscenico, non vale come il perdono. Il perdono innalza, santifica, ci rende migliori, simili a dei. La gratitudine invece ci abbassa, ci fa debitori verso qualcuno e a volte ci fa scendere a patti con le nostre convinzioni.

Non doveva rinnegare nulla, doveva solo togliere i riflettori all’aggressore, spesso coccolato dal vittimismo mediatico, e spostarli sul ragazzo congolese, riconoscendo lo standard già molto superiore a ciò che ci si aspetta da chi si stabilisce in Italia. Poteva mantenere anche la coerenza con la remigrazione dimostrando che la sua posizione non è mossa da un pregiudizio cieco, ma da una rigorosa logica basata su merito, legalità e valore.

E invece ha voluto concedere un perdono non dovuto a un ragazzino che è entrato in classe armato di un pugnale di venti centimetri e che secondo le indagini della Procura dei minori potrebbe essere stato agganciato da reti suprematiste online per emulare stragi scolastiche. Questa non è superiorità etica. E non è la prima volta, sembra un passaggio obbligato per gli insegnanti aggrediti.

Il risultato: ha banalizzato un tentato omicidio in diretta streaming, ha offerto un assist alla deresponsabilizzazione della famiglia e, alla fine, ha dovuto persino scappare dai social. (Poi, sottovoce, professoressa, non sarei certa che il ragazzo abbia voglia di abbracciarla).

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Il perdono, sbandierato prima ancora che le ferite si rimarginassero, si è rivelato per quello che è: un anestetico morale somministrato a una società che avrebbe invece un disperato bisogno di svegliarsi. Perdonare l’imperdonabile non costa nulla, è un atto unilaterale che si consuma nello spazio di una dichiarazione stampa e che lascia chi lo compie su un piedistallo di virtù compiaciuta. Ma la giustizia, quella vera, non si amministra con i sentimentalismi privati, e la sicurezza delle nostre scuole non si può tutelare offrendo scudi morali a chi ha sbagliato.

La gratitudine, al contrario, avrebbe richiesto coraggio. Significava ammettere che la salvezza non è arrivata da un’astratta solidarietà di classe o da un protocollo ministeriale, ma dal sangue freddo di un tredicenne straniero che ha messo a rischio la propria vita. Riconoscere questo debito significava scendere dal piedistallo della cattedra e mettersi al livello di quel ragazzo congolese, accettando l’idea che il merito e la dignità non dipendono dallo status burocratico ma dalle azioni concrete. La professoressa Marsilio ha preferito la santità al riconoscimento dei fatti. E così ha finito per scontentare tutti, soprattutto chi sostiene la necessità dei rimpatri con una logica seria e pragmatica, e non per alimentare slogan.

Una propaganda errata fa solo danni a chi sul tema immigrazione ha una visione concreta, priva di preconcetti. E in ogni caso le nostre scuole rimangono esattamente dove erano: esposte alla violenza e prive di autorevolezza.

Teresa Casamichele, 21 settembre 2026

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