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Covid-19. Famiglie e imprese sono a secco: serve liquidità.

Covid-19. Famiglie ed imprese sono a secco: serve liquidità
Covid-19. Famiglie ed imprese sono a secco: serve liquidità

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Definire la settimana appena trascorsa come drammatica è quasi un eufemismo. Dal punto di vista sanitario l’Italia ha conquistato il triste primato mondiale per numero di morti legate al Covid-19 (stando ai numeri del bollettino del 29 marzo della Protezione Civile abbiamo raggiunto 10.779 morti con un incremento settimanale di oltre 5.300 deceduti); i nostri ospedali hanno affrontato un’emergenza senza precedenti, che ha trovato le istituzioni pubbliche, a tutti i livelli, del tutto impreparate: è infatti emerso in modo cristallino l’assenza di un qualsiasi piano di gestione di una crisi pandemica. Stiamo affrontando l’emergenza con le stesse misure del Medio Evo: distanziamento sociale, lavarsi le mani e protezione (quando possibile) delle vie aree. Per carità, tutti abbiamo Internet a casa e consultiamo compulsivamente la Rete; quando però si tratta di utilizzare tecnologie per il tracciamento delle persone – per evitare vite umane! -, emerge il grido “Vade retro, Satana tecnologico”. Eppure, realtà democratiche come la Corea del Sud hanno dimostrato quanto importante sia il ricorso alle potenzialità offerte dalle tecnologie digitali.

Purtroppo, si è rivelata non meno problematica la situazione dal punto di vista politico ed economico; anzi per certi versi la situazione rischia di diventare, se possibile, ancora più drammatica: per gli effetti che si potranno manifestare nelle prossime settimane/mesi. Andiamo con ordine: dopo la sciagurata affermazione della Lagarde – recuperata in extremis -, abbiamo assistito ad un filotto di episodi poco edificanti per il futuro dell’Europa e del nostro Paese. Drammatica è stata la riunione del Consiglio Europeo, che potrebbe essere così sintetizzata: nessuna volontà di condivisione del rischio (debito) da parte della Germania, in primis, che come per le prime due guerre mondiali rischia di assurgere al ruolo di untore di un’ulteriore devastazione, una guerra economica in cui i Paesi più deboli – l’Italia è tra questi – rischiano di pagare un dazio enorme – oltre al tramonto definitivo del “sogno europeo” -. Il nostro Governo sta aggiungendo un carico da novanta, se possibile. La conferenza stampa convocata in fretta e furia, sabato 28 marzo – questa volta in fascia oraria da prime time televisivo -, dal Presidente Conte e dal Ministro Gualtieri ha plasticamente evidenziato due cose: non esiste un piano del Governo italiano per affrontare una situazione di guerra (economica) e, soprattutto, non vi è la percezione nell’Esecutivo dell’assoluta necessità di intervenire immediatamente per far fronte al clima di incertezza e ansia che regna nella società civile.

È questo un punto particolarmente delicato; la settimana che inizia è quella in cui le persone dovrebbero ricevere lo stipendio; saranno in molti a scoprire la triste realtà dell’impossibilità di ricevere compensi dai propri datori di lavoro: i clienti non ci sono – il fatturato è a zero per moltissime realtà economiche -, le banche procedono con il freno a mano quasi completamente inserito (troppo alto è il rischio di un default con la zavorra dei Non Performing Loans che si prefigura all’orizzonte), il Governo arranca nella burocrazia italica e non è riuscito ad immettere in circolo liquidità. Si profilano dunque all’orizzonte tensioni sociali, che in alcune realtà – quelle più povere del Paese – sono in verità già cominciate ad emergere.

Serve dunque immettere immediatamente liquidità nel sistema, senza intermediazione di banche o di qualsiasi altro soggetto: è necessario per restituire un minimo di fiducia al Paese, costi quel che costi. Lo stesso Draghi lo ha esplicitato a chiare lettere nella sua ormai celeberrima riflessione pubblicata qualche giorno fa dal Financial Times. E a voler ben guardare i mezzi ci sono; mi tocca ancora una volta ricorrere alla tecnologia: siamo il terzo paese al mondo per penetrazione dei telefoni cellulari, si veicoli pocket money immediatamente ai singoli cittadini per tramite di un bonus digitale da utilizzare per le spese di beni di prima necessità. Del resto, se da molti anni ricorrono alla moneta elettronica, senza banche e con il solo supporto del cellulare, numerosi Paesi africani e l’India, non si vede perché non lo possa fare l’Italia, che appartiene al G7.

Serve coraggio, occorre andare oltre il pensiero convenzionale ma l’emergenza lo richiede. È necessaria una presa di coscienza della drammaticità della situazione, ne va della tenuta sociale dello Stivale.

Fatto l’intervento di Pronto Soccorso (nei prossimi giorni), sarà poi importante dedicare l’attenzione a misure più strutturali; anche in questo caso, andando oltre i vincoli del “politicamente corretto sul fronte europeo”. Penso ad esempio al varo di un piano per l’emissione di titoli di debito sovranazionale da parte dei Paesi che, con l’Italia, hanno in questi giorni richiesto gli Eurobond. Una mossa certamente spericolata ma che anche sulle colonne del Financial Times (Wolfang Munchau) viene per la prima volta paventata. Del resto, siamo in una situazione riconducibile ad una guerra (crisi sincronizzata di domanda e offerta) ed è necessario agire conseguentemente. A questo tema, voglio però dedicare la mia prossima riflessione.

 

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