Lotta al cambiamento climatico, finanza verde e anche sigle come Esg (Environment, social and governance) fanno ormai parte della coscienza collettiva degli investitori italiani, molto più attenti alla ricaduta delle proprie azioni sulla salute del Pianeta, anche grazie ai messaggi lanciati da attiviste come Greta Thunberg o Vanessa Nakate. Va detto che la quasi totalità delle grandi aziende redige ormai un Bilancio di Sostenibilità, ma quali sono le regole per individuare un autentico leader climatico quando si decide come investire i propri risparmi? A guidarci è Schroders, leader di investimento globale presente in 37 Paesi nel mondo e da tempo impegnata a dimostrare – con iniziative quali “Oltre il profitto” – che compiere scelte sostenibili è l’unico modo per creare sviluppo e quindi ricchezza nel lungo termine. “Per noi si definisce leader climatico una società con piani di decarbonizzazione ambiziosi, che devono essere in linea con uno scenario di riscaldamento globale di 1,5°C o inferiore a tale soglia, in conformità all’Accordo di Parigi”, chiariscono subito Isabella Hervey-Bathurst, Global Sector Specialist e Simon Webber. A quest’ultimo Schoders ha affidato anche la gestione di uno dei suoi ultimi nati: il fondo Schroder ISF Global Climate Leaders, che seleziona proprio le società che beneficiano di un vantaggio competitivo proprio perché leader nella lotta al cambiamento climatico. Ma torniamo alle regole per scovare i veri alfieri verdi in tutti i settori. Una società può infatti essere leader sul fronte climatico anche se le sue attività non sono direttamente legate alla transizione energetica.
Le regole per essere ammessi nell’Olimpo verde

Come si riconoscono le aziende leader nella lotta al cambiamento climatico? “In primo luogo, vagliamo l’universo azionario globale alla ricerca di società con chiari obiettivi di riduzione delle emissioni, in linea con una diminuzione dell’intensità di emissioni dell’80% entro il 2030. L’intensità si misura in volume di emissioni per unità prodotta”, sottolineano i due esperti di Schroders. “In secondo luogo, – proseguono Isabella Hervey-Bathurst e Simon Webber – incrociamo i dati forniti dalle società stesse con quelli ottenuti da altre fonti, tra cui l’iniziativa Science-Based Targets e la campagna Race to Zero promossa dall’Onu. Entrambe contribuiscono alla definizione delle best practice basate su dati scientifici”. Rientrano poi nell’Olimpo verde “le società con target di riduzione delle emissioni inferiori all’80% ma comunque intenzionate ad avere un’intensità di emissioni più bassa rispetto alla media regionale di settore”. In pratica, non sono penalizzate le società che hanno già raggiunto la leadership climatica e ora hanno maggiori difficoltà a tagliare ulteriormente le emissioni. Infine, sono ammesse alcune eccezioni per le aziende che, pur prive di target così stringenti, rivelano comunque ambizioni da leader climatici nel proprio settore.
Target sotto la lente in modo dinamico
Per essere promossi a leader del clima da Schroders non basta fissare target ambiziosi. Le aziende devono anche definire piani dettagliati su come intendono raggiungere tali target, che non possono e non devono essere statici. Una volta raggiunto un obiettivo occorre fissarne uno nuovo, ancora più ambizioso. “Dobbiamo monitorare con attenzione le società che sono sulla strada giusta per raggiungere i target prestabiliti; la difficoltà infatti sta nel riorganizzare l’attività aziendale e non tanto nella definizione dell’obiettivo in quanto tale”, proseguono i due esperti, soffermandosi sull’esempio di Microsoft che si è impegnata a utilizzare energia al 100% rinnovabile entro il 2025 e a centrare l’obiettivo di neutralità carbonica entro il 2030. Per riuscirci, il big del software ha imposto a ciascuna delle sue divisioni una sorta di “carbon tax” interna, calibrata sull’entità delle emissioni da queste prodotte. Una sfida avvincente. Vedremo se Microsoft riuscirà a mantenere le promesse fatte. “Esiste un’opportunità lampante per chi investe nelle aziende che prendono sul serio la responsabilità di decarbonizzare. La collettività e le autorità regolamentari sono sempre più propense a penalizzare l’immobilismo e a premiare le società che partecipano attivamente alla lotta ai mutamenti climatici. Per questo tali investimenti possono creare valore”, proseguono Isabella Hervey-Bathurst e Simon Webber.
Asset manager e investitori insieme contro l’emergenza clima

Occorre intervenire tempestivamente per ridurre le emissioni di gas serra e limitare il rialzo delle temperature a 2°C (ma meglio sarebbe 1,5°C) rispetto ai livelli pre-industriali. In caso contrario il nostro Pianeta – ha evidenziato l’Intergovernmental Panel on Climate Change dell’Onu – verrebbe scosso sempre più spesso da eventi meteorologici estremi, come gli incendi e le alluvioni che la scorsa estate hanno colpito Turchia e Canada o Cina e Germania. Malgrado numerosi governi abbiano fissato dei target per l’azzeramento delle emissioni nette di carbonio, allo stato attuale sembra difficile riuscire a contenere l’aumento delle temperature, visto anche il risultato solo parziale raggiunto dalla Cop26 di Glasgow. “La nostra ultima Dashboard relativa ai progressi sul fronte climatico mostra che di recente si sono compiuti alcuni passi avanti ma non abbastanza. Alle condizioni attuali, il rialzo della temperatura si attesterà nel lungo periodo a 3,4°C. Dobbiamo fare molto di più e più in fretta”, confermano gli esperti di Schroders, che fanno anche una proposta: fare squadra con il crescente numero di investitori determinati a indirizzare i propri capitali verso strategie in linea con una rapida decarbonizzazione. Dal Sondaggio 2021 di Schroders tra gli investitori istituzionali emerge che per il 21% degli intervistati il rischio climatico ha esercitato una forte influenza sulle decisioni di investimento (nel 2020 tale dato era pari ad appena l’8%). Investire nella decarbonizzazione potrebbe significare selezionare solo le società che contribuiscono direttamente alla transizione energetica mediante i loro prodotti (come turbine eoliche o pannelli solari) ma tutti i settori devono fare la loro parte per la riduzione delle emissioni di gas serra. Non solo, vanno considerate tutte le emissioni e sempre più aziende tengono conto anche delle emissioni di Scope 3, vale a dire quelle indirette lungo la filiera, generate dai fornitori o dall’utilizzo dei prodotti venduti. Insomma una analisi complessa per un piccolo risparmiatore.
Il nuovo fondo di Schroders che investe nei leader del clima
Da qui l’opportunità del nuovo fondo Schroder ISF Global Climate Leaders che rafforza la gamma tematica Global Transformation Range: si tratta di una famiglia di prodotti che offre un’esposizione di lungo termine ai temi strutturali più promettenti e duraturi che stanno plasmando il futuro del pianeta. Il nuovo fondo, lanciato a metà dicembre, è gestito mediante un approccio svincolato, che mira a costituire un portafoglio di 50-80 titoli, spaziando in tutte le aree geografiche e settori, così da individuare i ‘leader climatici’, appunto le aziende che hanno ambiziosi obiettivi di decarbonizzazione, come la riduzione o la completa rimozione delle emissioni di anidride carbonica, funzionali al contenimento dell’aumento delle temperature entro il target di 1,5 gradi, stabilito nell’Accordo di Parigi. “Guardando al futuro, il cambiamento climatico sarà un fattore determinante per l’economia, la società e i mercati finanziari globali”, sottolinea Andy Howard, Global Head of Sustainable Investment, Schroders. “I nostri clienti – aggiunge – hanno preso sempre più coscienza del rischio che rappresenta, e abbiamo visto una crescente domanda di fondi d’investimento che puntano a investire nelle società che guidano la transizione verso un mondo a minor intensità di carbonio. Schroder ISF Global Climate Leaders è un fondo innovativo che pone la decarbonizzazione al centro del suo approccio”.

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