La crisi nello Stretto di Hormuz e il rischio di una nuova impennata dei costi energetici hanno riportato il nucleare al centro della discussione politica italiana. Durante il vertice di maggioranza di ieri si è parlato non soltanto di sicurezza internazionale e dell’eventuale impiego dei cacciamine italiani in una missione internazionale, ma soprattutto della necessità di ridurre la dipendenza energetica dall’estero. Tradotto: senza una produzione stabile e continua di energia, l’Italia resterà ostaggio delle tensioni geopolitiche e delle oscillazioni del gas.
Per questo il governo vuole accelerare sul ritorno dell’atomo. L’obiettivo è chiudere entro fine anno l’iter del disegno di legge delega e partire da gennaio con i decreti attuativi. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha spiegato che “ora il clima è completamente cambiato” rispetto ai referendum del 1987 e del 2011 che bloccarono il nucleare in Italia, aggiungendo che questo cambio di percezione è dovuto “alla crisi energetica, ma anche perché è stata fatta tanta informazione nei confronti dell’opinione pubblica”.
Ed è difficile dargli torto. Dopo anni di propaganda apocalittica e terrorismo psicologico, sempre più italiani hanno capito che senza energia abbondante e stabile non esiste crescita economica, non esiste industria competitiva e non esiste nemmeno una vera autonomia strategica.
Gli SMR rischiano di arrivare troppo tardi
Il problema è che il piano del governo punta quasi tutto sugli SMR, gli Small Modular Reactor, tecnologia promettente ma ancora lontana dalla piena maturità industriale. Il rischio concreto è che l’Italia passi altri dieci anni a discutere di prototipi, tavoli tecnici e procedure autorizzative mentre il resto del mondo costruisce centrali vere.
Gli SMR vengono presentati come la soluzione perfetta: modulari, più piccoli, teoricamente più semplici da installare. Ma la realtà è meno entusiasmante. Oggi costano ancora molto di più per megawatt prodotto rispetto ai grandi reattori tradizionali e, soprattutto, non esiste ancora una filiera industriale realmente consolidata in Europa.
Nel frattempo le grandi centrali di terza generazione, come gli AP1000 o gli APR-1400 coreani, esistono già e producono energia reale. Certo, richiedono investimenti enormi e tempi di costruzione lunghi, ma almeno rappresentano una tecnologia collaudata. Continuare a scommettere tutto sugli SMR rischia di trasformarsi nell’ennesimo rinvio mascherato da innovazione.
La vera emergenza è la burocrazia ideologica
Il nodo centrale non è nemmeno tecnologico. È politico. Perché il principale ostacolo alla costruzione di nuove centrali non sono i costi o i tempi industriali, ma l’apparato burocratico e giudiziario costruito negli anni attorno ai dogmi ambientalisti. VIA, VAS, ricorsi al TAR, conferenze dei servizi infinite, opposizioni territoriali organizzate dai professionisti del “no”: il rischio è che qualsiasi progetto venga paralizzato per decenni prima ancora di vedere il primo sacco di cemento.
Eppure l’Italia ha già dimostrato che quando vuole può accelerare. Il commissariamento straordinario usato per il Ponte Morandi o per i rigassificatori ha mostrato che, se esiste una volontà politica reale, i tempi possono essere drasticamente ridotti. Il problema è avere il coraggio di applicare lo stesso approccio anche al nucleare, ignorando il ricatto permanente degli eco-comitati. Perché il punto ormai è evidente: chi continua a sabotare qualsiasi infrastruttura energetica in nome dell’ambientalismo non sta difendendo l’ambiente, ma sta condannando il Paese alla dipendenza energetica permanente.
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La soluzione più realistica è la taglia media
Nel dibattito italiano si parla quasi esclusivamente di mini-reattori modulari. In realtà potrebbe esistere una terza strada molto più pragmatica: i reattori di taglia media, attorno ai 500 MW.
Progetti come l’APR-500 o il Rolls-Royce SMR da circa 470 MW rappresentano probabilmente il compromesso più realistico per l’Italia. Costano meno dei giganti da 1.600 MW, richiedono reti elettriche meno estreme e possono essere installati nei vecchi siti industriali già collegati alla rete nazionale.
In uno scenario di accelerazione reale, sei reattori da 500 MW potrebbero coprire quasi il 10% del fabbisogno nazionale con produzione costante e indipendente dalle condizioni climatiche. Questo significherebbe ridurre drasticamente il ricorso alle centrali a gas che oggi determinano il prezzo marginale dell’elettricità.
Il risultato sarebbe un abbassamento strutturale del costo dell’energia, con bollette meno esposte alle crisi internazionali. Non gratis, ovviamente: il nucleare richiede investimenti giganteschi e tempi di rientro lunghi. Ma almeno si tratta di investimenti produttivi, non di sussidi permanenti pagati dai contribuenti.
O si decide ora oppure sarà inutile
Il vero problema è che l’Italia arriva in ritardo. Molto in ritardo. Se i primi cantieri non partiranno entro pochi anni, il rischio è che il nucleare italiano diventi irrilevante rispetto alla velocità con cui stanno evolvendo i mercati energetici globali.
Per questo il governo deve scegliere rapidamente se vuole davvero costruire centrali oppure limitarsi all’ennesima operazione comunicativa. Perché continuare a rinviare significa una sola cosa: restare dipendenti dal gas estero, dai capricci geopolitici e da prezzi energetici sempre più instabili.
E soprattutto significa continuare a lasciare il destino energetico italiano nelle mani di un ambientalismo ideologico che negli ultimi vent’anni ha detto no a tutto: trivelle, rigassificatori, termovalorizzatori, infrastrutture, nucleare. Con il risultato di avere bollette più alte, meno industria e una dipendenza estera sempre maggiore.
Il tempo delle illusioni è finito. Se l’Italia vuole davvero tornare competitiva deve costruire. E deve farlo in fretta, prima che anche il nucleare diventi l’ennesima occasione persa.
Enrico Foscarini, 7 maggio 2026
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