La sostenibilità e l’obiettivo emissioni zero non sono solo i due grandi motori verdi su cui Europa e Stati Uniti hanno impostato la ripartenza dell’economia post Covid, ma anche un obbligo se vogliamo consegnare alle prossime generazioni un Pianeta in salute. Da qui la decisione di Schroders, società di investimento globale che conta un patrimonio in gestione di 642 miliardi di euro ed è presente in 37 Paesi nel mondo, di stilare questa guida per gli investitori sul cambiamento climatico; con esempi pratici e numeri che rendano chiara la sfida che dobbiamo vincere, che va ad affiancare l’iniziativa “MyStory” incentrata su esempi di aziende in grado di guardare oltre il profitto. Il cambiamento climatico è un problema reale, “riconducibile a emissioni record e in aumento di gas serra per le quali l’attività umana è il principale responsabile. L’impatto del riscaldamento globale sta diventando sempre più tangibile. Ogni anno, un crescente numero di persone al mondo ne subiscono gli effetti tramite eventi climatici estremi ricorrenti che mettono a rischio vite, proprietà e fanno dislocare le popolazioni”, spiega Anastasia Petraki, Head of Policy Research di Schroders. “La notizia positiva è che siamo sufficientemente preoccupati da sapere in tutto il mondo chi sia Greta Thunberg ma quella negativa è che non siamo abbastanza spaventati”. Il mondo infatti, malgrado le iniziative già intraprese, si sta ancora surriscaldando: gli scienziati stimano un altro aumento di 3,6 gradi centigradi delle temperature medie globali, quasi due volte e mezzo il limite massimo sopportabile dall’ecosistema. Un vero disastro causato dall’umanità che, per paradosso, con i 7,6 miliardi di uomini e donne rappresenta solo lo 0,01% di tutti gli esseri e le cose viventi. Un atteggiamento che ha già distrutto l’83% della fauna selvatica e la metà delle specie della flora; al punto che è ormai ecologicamente intatto solo il 2-3% della superficie terrestre.
L’impegno di Schroders per l’alfabetizzazione degli investitori

Ma perché il Pianeta assomiglia sempre più a una fornace? Il problema è che le emissioni si cumulano le une sulle altre: più ne emettiamo più rimangono intrappolate, causando il riscaldamento globale e quindi il cambiamento climatico. Eppure le contromisure sono a portata di mano. “Si stima che potremmo evitare il surriscaldamento globale se riuscissimo a mantenere l’aumento delle temperature globali a +1,5°C sotto i livelli pre-industriali. Per fare questo dovremo azzerare le emissioni più o meno entro il 2050”, avverte Anastasia Petraki. Passando dalla teoria statistica alla pratica azzerare le emissioni appare sostanzialmente impossibile, quindi occorre attuare una strategia che riduca al minimo assoluto la Co2 e poi ne compensi le “scorie” residue, come in parte avviene già oggi con i cosiddetti “certificati verdi”. L’altro punto fermo è sapere che il beneficio sarà sul lungo termine: a prescindere da qualsiasi azione di mitigamento attuata nei prossimi anni, le proiezioni delle temperature potranno infatti cambiare soltanto nella seconda metà di questo secolo. In pratica: il percorso è molto lungo e non si può perdere altro tempo.
I Paesi grandi responsabili dei gas serra
Lo scorso anno, l’83% del consumo di energia globale è stato dovuto ai combustibili fossili, di cui un terzo è rappresentato dal carbone. Un fardello notevole dal punto di vista ambientale, visto che proprio la produzione di energia è ritenuta responsabile dell’87% delle emissioni globali di gas serra. La maglia nera va alla Cina (26%), quindi Usa (13%), Unione Europea (7,8%), India (6,7%) e Russia (5,3%). I primi dieci singoli Paesi pesano inoltre per oltre due terzi delle emissioni globali, oltre 50% della popolazione mondiale e quasi 60% del Pil globale.
Emergenza Artica e desertificazione
Se il riscaldamento climatico continuerà a crescere in modo esponenziale come adesso, i ghiacciai dell’Artico si ridurranno rapidamente e il livello medio dei mari a livello globale potrebbe salire fino a 1,1 metri entro il 2100 e fino a 0,5 metri entro il 2050 per oltre 570 città costiere. “Ciò metterebbe a rischio oltre 800 milioni di persone e creerebbe 1.000 miliardi di dollari di costi economici”, avverte l’esperta di Schroders. Rischierebbero insomma di essere semi-sommerse città come Dhaka, Guangzhou, Ho Chi Minh City, Hong Kong, Manila, Melbourne, Miami, New Orleans, New York, Rotterdam, Tokyo dove vivono più di 340 milioni di persone, o di perdere definitivamente tesori mondiali come Venezia. Non solo: l’innalzamento della temperatura provocherebbe una ulteriore desertificazione di alcune aree del Globo, già oggi afflitte da scarsità d’acqua e dagli esigui raccolti, con il rischio di una immensa ondata migratoria che entro il 2050 potrebbe interessare oltre 140 milioni di persone nell’Africa sub-sahariana, nell’Asia meridionale e nell’America Latina.
Molto più affamati di energia dei nostri nonni
Il mondo iperconnesso è sempre più vorace di energia sia per far funzionare l’industria e i trasporti sia per alimentare e ricaricare cellulari, computer, elettrodomestici, impianti di condizionamento. Tanto che secondo alcuni studi l’uomo sta usando una quantità di energia di oltre tre volte superiore a quella di 59 anni fa. In particolare, in media oggi ciascuno consuma circa 59 kilowattora ogni giorno, che in termini energetici equivale a circa sei litri di benzina, abbastanza per alimentare una macchina per 110 chilometri circa. A contare molto dal punto di vista ambientale, insieme ai consumi è il mix di energia impiegata. I combustibili fossili sono infatti economici e producono vaste quantità di energia, ma sono poco rispettosi dell’ambiente: a livello di emissioni, il carbone è il peggiore. Guardando invece i singoli settori – ricorda Schroders – quello dei trasporti da solo produce il 16,2% circa dei gas serra globali; da qui gli investimenti miliardari previsti dall’industria dell’auto per l’elettrificazione. Le vendite globali di veicoli elettrici hanno raggiunto i 3 milioni nel 2020 (+ 40% rispetto all’anno prima) ma resta il fatto che pianificare di sostituire l’intero parco circolante sarà molto complesso. All’industria della moda si deve invece il 10% delle emissioni globali annuali ed è uno dei driver principali della deforestazione e degrado del suolo: consuma 1.500 miliardi di litri di acqua ogni anno e causa il 20% dell’inquinamento globale delle acque pulite. All’uso di telefoni, computer, tablet, Tv, reti e alle criptovalute si devono invece il 2,5% delle emissioni globali.
La sfida delle rinnovabili
È necessario puntare con maggiore decisione sulle rinnovabili, che quest’anno potrebbero arrivare a produrre il 30% del fabbisogno complessivo. Anche perché, data la domanda attuale e le riserve note, il mondo potrebbe restare senza petrolio tra soli 47 anni. Per fare questa trasformazione verde, il mondo deve però “più che raddoppiare entro il 2050 la lunghezza delle linee energetiche globali e dei trasformatori, al fine di permettere lo sviluppo delle rinnovabili. In caso contrario l’eolico e il solare resteranno inutilizzati, di fatto incapaci di trasmettere l’energia prodotta alle reti in modo efficiente”, spiega Anastasia Petraki ricordando come in media, tra il 5% e il 10% dell’elettricità prodotta vada oggi perduta a causa di sistemi di distribuzione inefficienti.
L’allarme plastica
Alcuni piccoli risparmiatori potrebbero supporre che le campagne mediatiche che invitano all’utilizzo di borracce e distributori d’acqua al posto delle bottigliette siano spinte dalla ideologia. Ma non è così, perché quella dei rifiuti di plastica è un’altra vera emergenza ambientale. Accanto allo sforzo in atto dai produttori per un packaging sempre più ecologico, occorre quindi cambiare le nostre abitudini quotidiane. In mancanza di questo – avverte l’esperta di Schroders – “tra il 2016 e il 2040, i rifiuti di plastica raddoppieranno, il riversamento di plastica negli oceani triplicherà e l’ammontare nei mari sarà superiore di oltre quattro volte. Se, invece, implementeremo tutti gli impegni governativi e dell’industria entro il 2040, riusciremo a ridurre i flussi di plastica annuali nell’oceano solo del 7%”.
Cosa possiamo fare noi come singoli individui?
“Possiamo prevenire ulteriori danni, cambiando i nostri comportamenti. Le nostre abitudini danneggiano l’ambiente, ma nessuno è individualmente responsabile per rimediare. Di conseguenza, il principale (anche se non l’unico) driver nella gestione del cambiamento climatico è quello delle politiche governative. Noi come individui dobbiamo però cambiare molti aspetti delle nostre vite e delle nostre abitudini quotidiane. Anzitutto, dobbiamo documentarci: dobbiamo diventare il più informati possibile. Secondo, possiamo usare il nostro potere di consumatori ed elettori”, dice Anastasia Petraki ricordando come per esempio oggi vadano sprecati circa sei camion di rifiuti edibili al secondo.
Schroders per gli investimenti Esg
Schroders ha investito molto nella ricerca e nei tool proprietari volti ad aiutare i desk di investimento a comprendere meglio i rischi posti per gli investimenti dal cambiamento climatico. Questi strumenti includono il Climate Progress Dashboard, che stima l’incremento delle temperature medie globali implicito negli indicatori che misurano il progresso nelle azioni politiche, nel business e negli investimenti, nello sviluppo tecnologico e nell’utilizzo dei carburanti fossili; il Carbon Value at Risk che stima l’impatto dell’aumento dei costi di carbonio sulla profittabilità delle aziende; SustainEx, che stima le esternalità positive e negative che le aziende hanno sulla società. “Svolgiamo un’intensa attività di engagement con le società di cui siamo azionisti per assicurarci che siano consapevoli dei rischi e delle opportunità che può porre il cambiamento climatico per i loro modelli di business, e per verificare che stiano evolvendo di conseguenza”, conclude Anastasia Petraki. Non solo Schroders è uno dei pochi asset manager ad aver sottoscritto la Science-based Target Initiative, ma è anche tra i 30 membri fondatori dell’iniziativa internazionale “Net Zero Asset Managers”, impegnati a raggiungere entro il 2050 emissioni zero per il 100% dei portafogli.

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