Economia

L'ANALISI

Italia stretta tra accise, Patto di stabilità e crescita debole

Giorgetti costretto al rigore sui conti mentre Francia e Germania aumentano la spesa pubblica

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Il governo accelera sul taglio bis delle accise, con l’obiettivo di estendere la misura già in vigore dalla scadenza del 7 aprile all’1-2 maggio per coprire anche il tradizionale fine settimana fuori porta. Il provvedimento, che dovrebbe essere approvato dal Consiglio dei ministri domani, ruota attorno alla replica dello sconto sui carburanti concordato nel vertice tra la premier Giorgia Meloni e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.

Accanto alla riduzione delle accise, il decreto dovrebbe includere anche l’estensione del credito d’imposta del 20% sul gasolio agricolo, ricalcando il meccanismo già utilizzato per pesca e acquacoltura. L’obiettivo è contenere l’impatto dei rincari energetici sui settori produttivi più esposti, in una fase in cui il costo del carburante incide sempre di più sulla struttura dei prezzi.

Il vero nodo resta quello delle coperture. Il governo sta lavorando a bilancio invariato, senza toccare i saldi di finanza pubblica, e questo rende la ricerca delle risorse sempre più complessa. I vincoli attuali impediscono di replicare tagli lineari alla spesa dei ministeri, come avvenuto in precedenza, e costringono a muoversi su strumenti tecnici e operazioni contabili.

Assume, quindi,  un ruolo centrale il meccanismo delle accise mobili, che consente di ridurre l’imposta finanziando la misura con l’extragettito Iva generato dall’aumento dei prezzi energetici. Se nella prima fase aveva garantito poco più di 20 milioni, ora potrebbe arrivare a circa 200 milioni, coprendo una quota significativa del nuovo intervento. Il resto delle risorse dovrebbe arrivare da una gestione anticipata del gettito delle aste ambientali, senza modificare formalmente i conti pubblici.

Il problema, però, è strutturale. Una misura di questo tipo costa oltre 400 milioni ogni venti giorni e, se dovesse essere prorogata ancora, diventerebbe difficile sostenerla senza ricorrere a deficit o nuove entrate. L’esperienza del 2022 (7 miliardi di costo) dimostra quanto queste politiche siano onerose nel tempo, soprattutto in un contesto in cui i margini di bilancio sono tornati sotto la stretta delle regole europee.

Il nodo del Patto di stabilità

Dietro il taglio delle accise si muove una questione più ampia: la richiesta italiana di maggiore flessibilità sui conti pubblici europei. Il governo sta infatti intensificando il pressing su Bruxelles per ottenere una sospensione delle regole del Patto di stabilità in presenza di una crisi internazionale prolungata.

Il ministro degli Affari europei Tommaso Foti ha sintetizzato la posizione con una frase che lascia poco spazio alle interpretazioni: “in una situazione di emergenza si devono dare risposte di emergenza”. La linea è stata condivisa con la presidente del Consiglio e si inserisce in un percorso già avviato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti durante le riunioni di Ecofin ed Eurogruppo.

Giorgetti aveva spiegato al Forum Ambrosetti che “la durata della crisi è cruciale per riconoscere la grave congiuntura negativa nella zona euro, ovvero le circostanze eccezionali a livello europeo”, richiamando direttamente i parametri previsti dalle regole fiscali comunitarie per giustificare una sospensione temporanea dei vincoli.

Finora, però, l’Europa non ha dato segnali concreti di apertura. Paradossalmente l’Italia è tra i Paesi più esposti proprio perché ha mantenuto un maggiore rispetto dei parametri rispetto ad altri grandi Stati membri. Francia e Germania si muovono già su politiche espansive, mentre Roma resta vincolata alla soglia del 3% di deficit.

Il fattore tempo sarà decisivo. Se la crisi dovesse esaurirsi rapidamente, il governo ritiene possibile mantenere l’equilibrio dei conti; in caso contrario, la richiesta di sforare i limiti potrebbe arrivare direttamente al Consiglio europeo. Per ora la strategia resta quella di tenere i conti in ordine fino al nuovo Documento di finanza pubblica previsto a fine aprile, ma l’eventuale necessità di nuove misure renderebbe inevitabile una revisione del quadro.

L’allarme di Bce e Standard & Poor’s

A complicare ulteriormente lo scenario arriva l’allarme della Banca centrale europea e delle agenzie di rating, che vedono nella guerra un rischio concreto per l’economia del continente. Secondo le nuove stime di Standard & Poor’s, l’Italia sarebbe il Paese più colpito, con una crescita prevista per il 2026 ridotta allo 0,4%, la metà rispetto alle stime precedenti.

Il rallentamento riguarda tutta l’Europa, ma con intensità diversa. L’area euro nel complesso dovrebbe fermarsi all’1% di crescita, mentre Germania e Francia mostrano una maggiore tenuta grazie a politiche fiscali espansive e programmi di investimento.

Nel suo bollettino mensile la Bce sottolinea che il conflitto in Medio Oriente “avrà un impatto rilevante sull’inflazione a breve termine per effetto dei rincari dei beni energetici” e che “le implicazioni a medio termine dipenderanno dall’intensità e dalla durata della guerra”. L’istituto evidenzia inoltre che la crisi “ha reso le prospettive notevolmente più incerte, generando rischi al rialzo per l’inflazione e al ribasso per la crescita economica”.

Il quadro che emerge è quello di un’Europa costretta a muoversi tra vincoli fiscali, rallentamento economico e shock energetici, con l’Italia in una posizione particolarmente delicata. La combinazione tra crescita debole, pressione sui conti pubblici e aumento dei prezzi rende sempre più evidente che le misure emergenziali, come il taglio delle accise, possono solo tamponare l’impatto nel breve periodo.

L’Italia stretta tra rigore e concorrenza fiscale europea

Il punto politico ed economico che emerge con chiarezza è che l’Italia sta cercando di muoversi dentro regole che altri grandi Paesi europei stanno già superando nei fatti. Le acrobazie sui conti pubblici, dal taglio delle accise alla gestione delle risorse per Transizione 5.0, nascono dalla necessità di uscire dalla procedura di extradeficit e riportare il bilancio entro i parametri europei, evitando nuove tensioni sui mercati e sulle istituzioni comunitarie.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si trova così a gestire un equilibrio complesso: trovare risorse senza aumentare il deficit, mantenere credibilità sui conti e allo stesso tempo sostenere imprese e famiglie in una fase di shock energetico e rallentamento economico. Una strategia che obbliga a continue operazioni tecniche, anticipi di gettito, rimodulazioni e coperture interne, mentre altri Paesi possono permettersi politiche espansive molto più ampie.

Il risultato è una asimmetria evidente dentro l’Unione europea. Francia e Germania stanno già utilizzando la leva della spesa pubblica per sostenere crescita, difesa e investimenti, mentre Roma resta vincolata alla soglia del 3% e alla necessità di dimostrare disciplina fiscale per uscire dalla procedura. In altre parole, l’Italia è costretta a fare i conti con il rigore proprio mentre i suoi principali partner economici si muovono con maggiore libertà.

In questo contesto il pressing italiano su Bruxelles non riguarda solo una deroga temporanea al Patto di stabilità, ma la possibilità di evitare che il rispetto delle regole diventi uno svantaggio competitivo. Perché continuare a chiedere sacrifici di bilancio a chi mantiene i conti sotto controllo, mentre altri Paesi allargano la spesa, rischia di tradursi in una penalizzazione strutturale per l’economia italiana proprio nel momento in cui la guerra e l’incertezza globale richiederebbero strumenti più flessibili e meno disomogenei tra gli Stati membri.

Enrico Foscarini, 2 aprile 2026

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