Anche Moody’s promuove l’Italia. Alla faccia dei gufi della sinistra

L’outlook migliora da negativo a stabile e rating invariato. Ora la sfida di far ripartire davvero il Pil

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L’agenzia Moody’s migliora l’outlook, cioè le previsioni, sull’economia italiana da “negativo” a “stabile” e lascia invariato il rating. Non poteva andare meglio al nostro Paese, che supera così anche il quarto giudizio dei signori del rating, dopo aver incassato in sequenza nell’ultimo mese le positive pagelle di Dbrs, S&P e Fitch. La promozione di Moody’s seppellisce definitivamente i gufi dello spread così come tutti quei giornaloni che nei mesi scorsi hanno gridato al rischio Italia. Sbugiardati i detrattori per ideologia, davanti a un differenziale Btp-Bund che viaggia ormai stabile attorno ai 170-180 punti base.

La prova di Moody’s era infatti la più temuta, sia perchè si tratta dell’agenzia tradizionalmente più severa sia perchè il suo giudizio sull’Italia era (e resta) solo un gradino sopra l’investment grade, il grado di affidabilità finanziaria senza il quale un titolo di Stato è considerato troppo rischioso per finire nel portafoglio dei fondi di investimento e viene bollato come “junk” (“spazzatura”). Perdere il bollino blu della affidabilità sarebbe stato un disastro per Bot e Btp, ma non è accaduto.

Non solo, Moody’s aveva peggiorato la pagella del nostro Paese quando era caduto il governo Draghi, spingendo la sinistra e i suoi giornali a dare fuoco alle polveri. Ora l’agenzia torna sui propri passi, scrive di aver alzato l’outlook e confermato il rating alla luce della “stabilizzazione” delle prospettive economiche del nostro Paese, della salute del settore bancario e della spinta che può imprimere al Pil il Piano di ripresa e resilienza, pur tra qualche problema causato dalla malaburocrazia. A questo si aggiungono, come ulteriori fattori di stabilizzazione, il basso indebitamento delle imprese del made in Italy e l’elevata massa di risparmi delle famiglie. Appunto quella classe media che, se non fosse dissanguata dalle tasse, potrebbe tornare a spendere, a consumare e quindi a far girare il motore del Pil.

Diciamo subito, però, che i problemi da affrontare per il governo Meloni restano numerosi e soprattutto molto impegnativi. Moody’s calcola infatti che l’Italia difficilmente si scosterà dal 140% del Pil nei prossimi anni e, a causa degli ossessivi rialzi ai tassi della Bce di Christine Lagarde, faticherà non poco a sostenere gli interessi crescenti per rinnovare i Bot e i Btp in scadenza. Va ricordato, infatti, che emissioni come il Btp Valore hanno riscosso un grande successo in termini di raccolta proprio perché assicurano rendimenti generosi ai sottoscrittori. Hanno quindi funzionato per ridurre la dipendenza del nostro debito pubblicp dalle grandi banche estere ma sono onerosi per le casse dello Stato. Tanto che quest’anno il nostro Paese, stima l’agenzia di rating, dovrà destinare l’8,2% delle entrate per ripagare il debito, un po’ meglio di come è andata nel 2022 quando assorbì l’8,9%, ma già nel 2027 arriverà al 9,7%. Il deficit\Pil dovrebbe restare attorno a 4,4%. 

Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha subito espresso grande soddisfazione, rimarcando come la pagella di Moody’s dimostri come, pur in un contesto complicato dalle due guerre in corso e dal costo del denaro, il governo stia “operando bene per il futuro dell’Italia”. Giorgetti si augura pertanto che “le prudenti, responsabili e serie politiche di bilancio” dell’ultima manovra trovino una rapida approvazione in Parlamento. Un chiaro messaggio a quella parte della sinistra e del sindacato che giocano a fare i sabotatori del Paese anche nelle piazze con lo sciopero flop di ieri.

Tutto questo però non basta a riportare il nostro Paese tra le principali economie del Pianeta. Occorrono una vera riforma fiscale per abbassare le tasse senza la trappola del cuneo e misure capaci di rilanciare il  Pil, altrimenti il ritorno del Patto di stabilità da gennaio del prossimo anno si trasformerà in una condanna al Mes. Le crepe apertesi nel mercato immobiliare sia sul fronte delle compravendite di case sia su quello dei mutui e il credit crunch che soffoca le imprese dimostrano che non si può più aspettare.

 

 

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