Il nuovo rinvio al 16 dicembre della revisione delle normative Green Deal relative all’automotive crea un clima di forte incertezza. La settimana di slittamento pesa su una filiera che teme un ulteriore posticipo a inizio 2026, considerato un colpo devastante per un comparto già in difficoltà sotto il profilo produttivo, occupazionale e competitivo. La strategia europea del tutto elettrico entro il 2035 viene ormai percepita come un approccio fallimentare, mentre cresce la richiesta di tornare alla neutralità tecnologica, includendo biocarburanti e soluzioni alternative utili a programmare investimenti e mantenere in vita interi settori.
Le richieste dell’industria
La filiera automotive punta su un ripensamento delle politiche europee. Il Ceo di Stellantis Antonio Filosa chiede di allentare le norme sulle emissioni dei furgoni, di incentivare le auto piccole, di dare spazio ai carburanti sostenibili e di favorire la sostituzione dei veicoli più inquinanti. Il possibile ricorso a un Buy European, che vincolerebbe gli incentivi alla scelta di fornitori continentali, si affianca alla discussione sull’allungamento dei tempi per le multe anti CO₂ sui veicoli commerciali. Un insieme di misure che potrebbe ridare fiato a una filiera messa alle strette dalle regole attuali.
Italia in prima linea
Il ministro Adolfo Urso conferma una linea di fermezza e attesa nei confronti di Bruxelles. Alla vigilia dell’assemblea Anfia dichiara che «ci attendiamo una revisione radicale ed efficace», in sintonia con le posizioni di Giorgia Meloni e del cancelliere tedesco Friedrich Merz. La priorità è tutelare industria, lavoratori e ruolo di biofuel, e-fuel e ibrido, considerati essenziali per rendere la transizione sostenibile e realistica.
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Le imprese perdono fiducia
La frustrazione del sistema produttivo cresce visibilmente. Il presidente di Confindustria Lombardia, Giuseppe Pasini, afferma che «questa assenza di urgenza da parte di Bruxelles contribuisce a diffondere incertezza e sfiducia tra le imprese» e sottolinea come l’atteggiamento europeo sia ormai «non più accettabile». Il rischio occupazionale è enorme: 13 milioni di posti in Europa, 300 mila in Lombardia solo nell’automotive, numeri che alimentano il timore di una deindustrializzazione accelerata. A pesare è anche il rinvio, questa volta a fine gennaio, della riunione sul Cbam, fondamentale per acciaio, alluminio, cemento e fertilizzanti.
Il caso Ford–Renault
Nel pieno della confusione politica arriva un segnale industriale che scuote ulteriormente il mercato: l’accordo tra Ford e Renault. Le due aziende hanno avviato una collaborazione che prevede la produzione, in Francia, di due modelli elettrici Ford per il mercato europeo. Un partenariato definito un «accordo strategico e storico» che intende ampliare l’offerta elettrica del marchio americano e rafforzare la competitività in un continente in rapido cambiamento. Tuttavia, questa scelta implica nuovi rischi per l’occupazione, poiché centralizzare la produzione in Francia significa per molti Paesi europei, Italia compresa, la possibilità concreta di perdere altri posti di lavoro.
Un futuro ancora incerto
Il Ceo di Renault Group François Provost sostiene che «unire le forze con Ford ci renderà più innovativi e più reattivi», mentre Jim Farley, presidente e Ceo di Ford, afferma che la cooperazione «sostiene la nostra strategia verso un’attività ad alta efficienza». I nuovi modelli, basati sulla piattaforma Ampere, arriveranno nel 2028 e potrebbero ridisegnare il mercato europeo dei veicoli elettrici. Ma senza una linea politica chiara, il rischio è che il settore continui a muoversi tra scelte industriali aggressive e un quadro normativo che tarda ad arrivare, con ripercussioni sempre più pesanti su produzione, investimenti e lavoro.
Enrico Foscarini, 9 dicembre 2025
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