Lo scenario economico internazionale continua a deteriorarsi e, secondo il Centro Studi di Confindustria, l’Italia rischia di pagare un prezzo sempre più alto al protrarsi della crisi in Medio Oriente. Nella nuova Congiuntura Flash, gli analisti di Viale dell’Astronomia descrivono un quadro in cui il caro energia, la frenata della fiducia e il rischio di irrigidimento del credito stanno progressivamente indebolendo consumi, servizi e industria.
A pesare è soprattutto il permanere di prezzi energetici elevati. La tregua nell’area non ha infatti portato alla riapertura dello Stretto di Hormuz e il traffico navale resta ai minimi. Il risultato è un petrolio Brent che a maggio si mantiene sopra quota 105 dollari al barile, su livelli persino superiori a quelli di aprile. Una dinamica che, secondo Confindustria, “con il prolungarsi di tale shock, amplia il suo impatto sulle economie”, colpendo inflazione, fiducia e accesso al credito.
Energia cara e inflazione in rialzo: il nodo dei tassi torna centrale
Diversamente dalla guerra in Ucraina, l’attuale crisi pesa meno sul gas naturale ma continua ad avere effetti significativi sull’economia europea. A maggio il gas si è attestato intorno ai 46 euro per megawattora, sotto il picco di marzo ma comunque molto più in alto rispetto ai livelli registrati alla fine del 2025. Un costo energetico che continua ad alimentare le tensioni sui prezzi.
In Italia il balzo dell’inflazione si è già manifestato con chiarezza. Ad aprile i prezzi al consumo sono saliti del 2,7%, contro l’1,5% di febbraio, mentre i beni energetici corrono oltre il 9% su base annua. Ancora più elevata l’inflazione negli Stati Uniti e nell’Eurozona. Uno scenario che spinge i mercati a scommettere su una nuova stretta della Banca Centrale Europea, con un possibile rialzo dei tassi già da giugno.
Il rischio è che il costo del denaro torni a frenare investimenti e credito proprio mentre l’economia europea mostra segnali di crescente debolezza. Per un sistema produttivo già appesantito da energia cara, tasse elevate e domanda debole, un nuovo aumento dei tassi rischia di trasformarsi nell’ennesimo ostacolo alla crescita.
Investimenti ancora sostenuti dal Pnrr, ma il clima peggiora
Per ora l’unico vero motore che continua a sostenere parte dell’industria italiana resta il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Gli investimenti, compresi quelli in fabbricati non residenziali, continuano infatti a beneficiare della spinta del Pnrr. Ma i segnali che arrivano dall’economia reale sono sempre meno incoraggianti.
Nel primo trimestre del 2026 sono diminuite le richieste di credito da parte delle imprese per finanziare nuovi investimenti. Un rallentamento che riflette soprattutto il peggioramento dello scenario internazionale e l’incertezza crescente. Anche la fiducia delle aziende che producono beni strumentali continua a scendere, segnale che molte imprese stanno rinviando decisioni e programmi di espansione.
Quando il credito rallenta e la fiducia arretra, il rischio è che l’economia entri in una fase di stagnazione difficile da invertire. Ed è proprio questo il timore che emerge dal rapporto di Confindustria.
Consumi e servizi sotto pressione: famiglie sempre più prudenti
Anche sul fronte dei consumi iniziano ad accumularsi segnali negativi. Nel primo trimestre l’occupazione è cresciuta appena dello 0,1%, troppo poco per compensare l’erosione del potere d’acquisto causata dall’inflazione. Le vendite al dettaglio hanno mostrato una lieve crescita a marzo e il mercato dell’auto continua a mantenersi vivace, ma il quadro generale resta fragile.
Confindustria sottolinea infatti che “la fiducia delle famiglie ha continuato a calare segnalando un prossimo freno ai consumi”. A differenza del 2022, inoltre, oggi manca quel cuscinetto di risparmio accumulato durante gli anni della pandemia che aveva sostenuto la spesa privata.
Le difficoltà iniziano a riflettersi anche sui servizi. L’indice Pmi del comparto resta sotto la soglia di espansione e continua a segnalare una domanda debole. A peggiorare sono soprattutto turismo e trasporti, settori particolarmente esposti alle tensioni geopolitiche e all’incertezza internazionale.
Industria ed export resistono, ma aumentano i segnali di frenata
La produzione industriale italiana ha mostrato un moderato recupero a marzo, sostenuta soprattutto dai beni strumentali legati agli investimenti del PNRR e dall’accumulo precauzionale di scorte da parte delle imprese. Tuttavia gli indicatori più recenti segnalano un nuovo peggioramento della domanda e degli ordini.
Secondo Confindustria, il protrarsi della guerra e il clima di incertezza stanno indebolendo ulteriormente le aspettative delle aziende. Una situazione che rischia di trasformare l’attuale rallentamento in qualcosa di più profondo.
A reggere, almeno per ora, è soprattutto l’export. Nei primi tre mesi del 2026 le esportazioni italiane sono cresciute del 4%, grazie sia ai mercati europei sia a quelli extra UE. Il crollo delle vendite verso il Medio Oriente, precipitate oltre il 52%, è stato compensato dalla forte crescita registrata in Svizzera, Cina e nei principali partner europei.
Ma anche in questo caso il margine di sicurezza si sta riducendo. Se la crisi energetica e geopolitica dovesse protrarsi ancora, persino uno dei pochi punti di forza dell’economia italiana potrebbe iniziare a perdere slancio.
Enrico Foscarini, 20 maggio 2026
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