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Confindustria, se otto miliardi sembran pochi…

Orsini ringrazia per gli 8 miliardi alle imprese ma avverte: “Mancano pezzi”. Tra tasse sui dividendi e fondi da rifinanziare, Confindustria resta in attesa di risposte

Giorgetti Orsini Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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C’è un’arte tutta italiana nel dire “grazie” e, subito dopo, “però”. Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, la esercita con misura: “È ovvio che dell’industria comunque se n’è tenuto conto, non possiamo dire che non se ne è tenuto conto”, riconosce. Difficile negarlo: la manovra mette sul piatto otto miliardi in tre anni per il sostegno agli investimenti delle imprese.

Poi però arriva la parte del “però”: “Mancano ancora dei pezzi, perché oggi non sono otto sulla parte degli investimenti, ma credo che ci sarà forse un pezzo di Pnrr rimodulato. Vedremo”. Ecco, vedremo. Anche perché quei miliardi nascono in parte da una rimodulazione del Pnrr, cioè da investimenti tagliati altrove per sostenere oggi chi avrebbe dovuto camminare da solo.

Il clima, assicura Orsini, “non è cambiato”: restano i tre punti “che non ci entusiasmano”, ossia la tassazione sui dividendi, la stretta sui crediti d’imposta e la mancata proroga del fondo di garanzia per le pmi. Tre nodi che, secondo lui, “penalizzano chi investe e per questo non ha utili”.

Sul tavolo anche la Pex sotto il 10%, cioè la limitazione dell’esenzione fiscale sulle plusvalenze: “È un limite, una doppia tassazione. Un Paese come il nostro non può permetterselo”. Insomma, se da un lato si finanziano gli investimenti, dall’altro si restringono gli incentivi per chi li fa: un equilibrio precario, e tutto da chiarire.

A onor del vero, Orsini non parla da oppositore. “Lavoriamo per costruire un futuro comune e non contro qualcuno o qualcosa. Le imprese e l’industria non sono la controparte. Siamo una parte di questo Paese”. Parole concilianti, certo, ma anche la fotografia di una dipendenza strutturale: le imprese italiane che, per crescere, attendono ogni anno di capire quanto lo Stato riuscirà a “tenere conto” di loro.

In fondo, Confindustria continua a chiedere – legittimamente – una “visione almeno triennale”, un piano industriale vero. Ma il messaggio implicito resta: per ora, serve ancora una mano. E così, tra un plauso e un appunto, l’impresa italiana resta in quel suo equilibrio antico: grata al pubblico, ma mai del tutto autonoma.

Enrico Foscarini, 25ottobre 2025

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