C’è un dato che racconta meglio di qualsiasi polemica lo stato del cinema italiano: molti film in nomination ai David di Donatello 2026 hanno ricevuto più contributi pubblici di quanto abbiano incassato al botteghino, mentre il film più visto dell’anno, quello capace di portare davvero gli italiani in sala, resta ai margini delle categorie principali.
È una fotografia che mostra la distanza crescente tra il cinema premiato e il cinema visto. E soprattutto mette in evidenza una contraddizione economica che non può essere ignorata: il sistema dei premi e dei finanziamenti pubblici sembra premiare più il prestigio che il pubblico.
Il divario tra pubblico e critica
Il caso più evidente è quello di Checco Zalone. Il suo film Buen Camino ha incassato 76,5 milioni di euro, diventando il vero fenomeno della stagione cinematografica italiana. Un risultato che, in qualsiasi industria culturale basata sul mercato, rappresenterebbe un successo clamoroso e un elemento centrale nel dibattito sui premi.
Eppure la sua presenza ai David si limita alla nomination per la migliore canzone. Una candidatura marginale rispetto all’impatto reale sul pubblico. In altre parole, il film che ha riportato milioni di italiani al cinema viene trattato come una parentesi folkloristica, mentre le categorie principali restano dominate dal cinema d’autore.
È difficile non vedere in questa scelta una distanza strutturale tra l’Accademia e il pubblico. Se il cinema vive di spettatori, ignorare sistematicamente il film più visto dell’anno significa ignorare il mercato.
Muccino escluso nonostante gli incassi
Un altro caso emblematico è quello di Gabriele Muccino. Il suo Le cose non dette ha incassato quasi 7 milioni di euro, risultando tra i titoli italiani più visti della stagione. Nonostante questo (e nonostante la presenza dei totem Santamaria, Favino e Accorsi), è rimasto completamente fuori dalle nomination.
Qui il paradosso diventa evidente: un film che il pubblico paga e sostiene non viene considerato, mentre altri titoli con incassi molto più bassi dominano le candidature. Non è una questione di gusti artistici, ma di equilibrio tra qualità e risposta del mercato. Se il successo commerciale non conta nulla, allora il sistema dei premi rischia di trasformarsi in un circuito autoreferenziale, dove il riconoscimento nasce all’interno dello stesso ambiente che produce e valuta le opere.
Film candidati sostenuti dallo Stato
I numeri dei film in nomination rafforzano questa impressione. Le città di pianura di Francesco Sossai con 16 nomination, ha incassato poco più di 800mila euro e ha ricevuto circa 900mila euro di contributi pubblici (tax credit incluso). Le assaggiatrici di Silvio Soldini ha superato i 3,3 milioni di incassi con oltre 1,7 milioni di tax credit, mentre Fuori di Mario Martone ha incassato circa 2 milioni a fronte di quasi 4 milioni di contributi.
Il caso di La città proibita di Gabriele Mainetti è ancora più significativo, con circa 1,7 milioni al botteghino e oltre 5,6 milioni di sostegno pubblico, mentre Primavera di Damiano Michieletto ha incassato 2,5 milioni ricevendo quasi 3,8 milioni di contributi. Queer di Luca Guadagnino si ferma a circa 1,3 milioni di euro di incassi ma supera i 17 milioni di tax credit, diventando uno degli esempi più evidenti di uno squilibrio tra investimento pubblico e risposta del pubblico.
Anche Duse di Pietro Marcello e Cinque secondi di Paolo Virzì – che però hanno incassato qualche centinaio di migliaia di euro in più rispetto ai contributi – mostrano quanto il sistema sia sostenuto dalla finanza pubblica. Nel complesso, i principali film in nomination arrivano a circa 24 milioni di euro di incasso contro oltre 34 milioni di contributi pubblici.
Questo non significa che siano brutti film o che non meritino attenzione. Significa però che il cinema italiano d’autore non riesce ancora a sostenersi con il mercato, e continua a dipendere in modo strutturale dai finanziamenti pubblici.
Un’industria culturale che fatica a stare sul mercato
Il vero punto non è la polemica ideologica, ma l’economia del settore. Un’industria culturale sana dovrebbe riuscire a stare in equilibrio tra qualità artistica e sostenibilità economica. Il finanziamento pubblico può essere uno strumento utile, ma non può diventare il motore principale del sistema.
Quando i film più premiati incassano meno dei contributi ricevuti e il film più visto dell’anno viene relegato ai margini, emerge un problema strutturale. Il rischio è quello di creare un cinema che non ha bisogno del pubblico per esistere, ma solo dei finanziamenti e dei festival.
E questo, alla lunga, non fa bene a nessuno: non fa bene al cinema, non fa bene agli spettatori e non fa bene ai contribuenti.
Enrico Foscarini, 2 aprile 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


