Economia

IL CASO DI BORSA

Deutsche Bank sotto inchiesta, il solito doppio standard europeo

Sospetto riciclaggio per conto di Abramovich. Ai tedeschi è spesso concesso ciò che a banche e imprese europee non è permesso

Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Deutsche Bank torna ancora una volta nella bufera giudiziaria. Nella mattinata di ieri, agenti dell’anticrimine federale hanno effettuato perquisizioni nella sede centrale di Francoforte e in una filiale di Berlino nell’ambito di un’indagine per sospetto riciclaggio di denaro condotta dalla procura della capitale finanziaria tedesca. Secondo quanto riportato dai media locali, l’inchiesta riguarda responsabili e dipendenti, per ora ignoti, dell’istituto e sarebbe collegata a rapporti passati con società riconducibili a Roman Abramovich, oligarca russo sanzionato dall’Unione europea dal marzo 2022.

Ancora una volta, dunque, il nome della principale banca tedesca finisce sotto i riflettori. E ancora una volta emerge una domanda che in Europa si preferisce evitare: perché ciò che accade in Germania viene trattato con una indulgenza che ad altri Paesi non è mai stata concessa?

Abramovich, Db e le segnalazioni “in ritardo”

Il cuore dell’indagine riguarda la presunta mancata tempestività nella presentazione di una o più segnalazioni di operazioni sospette relative a società collegate ad Abramovich, ex cliente di Deutsche Bank. L’avvocato del magnate ha dichiarato a Der Spiegel che il suo assistito non sarebbe “a conoscenza di alcuna indagine da parte delle autorità tedesche” e che aveva “sempre agito in conformità con le leggi e i regolamenti nazionali e internazionali applicabili”, definendo “false e dannose per la reputazione” eventuali affermazioni contrarie.

Dal canto suo, l’istituto guidato da Christian Sewing ha confermato le perquisizioni, dichiarandosi disponibile a collaborare con gli inquirenti. Sewing ha spiegato che si tratterebbe di transazioni risalenti agli anni tra il 2013 e il 2018, originate da una segnalazione sospetta presentata in ritardo, sulla cui base la procura sta ora verificando l’eventuale esistenza di indizi di riciclaggio.

Vecchi fantasmi che tornano

Non è ancora chiaro se l’inchiesta porterà all’accertamento di reati. Tuttavia, per Deutsche Bank riaffiorano antichi fantasmi. Negli ultimi quindici anni l’istituto è stato coinvolto in numerose vicende giudiziarie e regolatorie che gli sono costate multe miliardarie, dalla manipolazione dei tassi interbancari Libor alle accuse di carenze nei controlli antiriciclaggio sui flussi provenienti dalla Russia dopo l’annessione della Crimea. Nel 2017 la banca accettò di pagare 630 milioni di dollari alle autorità statunitensi e britanniche, mentre nel 2015 arrivò una sanzione da 2,5 miliardi di dollari negli Stati Uniti.

Eppure, a Berlino non si registrano levate di scudi, richieste di commissariamento o crociate politiche. Il governo tedesco tace, limitandosi a far dire a un portavoce del ministero delle Finanze che “la lotta contro i reati fiscali e finanziari è, ovviamente, una priorità”. Una frase di rito, che difficilmente avrebbe chiuso la questione se a essere coinvolta fosse stata una grande banca italiana, spagnola o francese.

Il paradosso dei conti record

Il tempismo dell’indagine è particolarmente delicato. Deutsche Bank arriva infatti da un 2025 da incorniciare, con un utile ante imposte record di oltre 9,7 miliardi di euro e 6,1 miliardi distribuiti agli azionisti, il miglior risultato dal 2007. Sewing parla apertamente di una banca “sulla strada verso il nostro obiettivo a lungo termine di diventare il campione europeo”, promettendo dividendi più alti e nuovi buyback.

Il titolo ha reagito con una flessione contenuta, perdendo inizialmente poco meno del 3 per cento prima di recuperare parte delle perdite, e resta in forte rialzo su base annua. Gli analisti, come Kian Abouhossein di JPMorgan, hanno accolto con favore i risultati, sottolineando la solidità del piano industriale e la generazione di capitale.

La Germania fa le regole, ma non le rispetta

È qui che il tema politico ed economico diventa inevitabile. In un’Unione europea che predica rigore, concorrenza e parità di condizioni, la sensazione è che la Germania giochi spesso una partita diversa. Le sue banche possono inciampare ripetutamente in scandali, ristrutturarsi con calma, restare pilastri del sistema senza che nessuno metta in discussione il modello. Altrove, molto meno basta per invocare interventi drastici, cessioni forzate o stigmatizzazioni morali che pesano come macigni sui mercati.

Non si tratta di invocare indulgenza per tutti, ma di pretendere coerenza. Una vera Unione europea non vive di doppi standard, ma di regole uguali per tutti, applicate senza guardare al peso politico del Paese coinvolto. Finché questo non accadrà, ogni nuova inchiesta su Deutsche Bank continuerà a raccontare non solo i problemi di un grande istituto, ma anche le ambiguità strutturali dell’Europa economica.

Enrico Foscarini, 31 gennaio 2026

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