«Abbiamo raggiunto la cifra record di 36,2 miliardi, il dato più alto di sempre, il che vuole dire che nel triennio abbiamo recuperato oltre 100 miliardi, risorse preziose sia per tenere in ordine i conti pubblici che per abbassare la pressione fiscale su famiglie e imprese». Con queste parole Giorgia Meloni ha aperto ieri la giornata dedicata ai 25 anni dell’Agenzia delle Entrate, rivendicando il risultato ottenuto dal governo nella lotta all’evasione fiscale. La premier ha parlato di un dato «oltre il 43% in più rispetto al 2022» e ha ribadito la strategia di «sanzionare chi vuole fare il furbo e aiutare chi è onesto», tracciando una linea politica che punta a coniugare rigore e conti pubblici in ordine.
Il numero è indubbiamente significativo: 36,2 miliardi recuperati nel 2025, 2,8 miliardi in più rispetto all’anno precedente, oltre 100 miliardi nel triennio. Un risultato che il governo considera la prova della propria credibilità economica e della capacità di rafforzare lo Stato senza aumentare le tasse. Ma proprio su questo punto si apre una questione politica che nel centrodestra non può essere ignorata.
Giorgetti difende la linea
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha provato a chiarire l’equivoco più diffuso, sottolineando che l’aumento delle entrate fiscali non è legato a una maggiore pressione sui lavoratori. «Spesso questo fenomeno viene associato a un aumento dei livelli impositivi sui lavoratori. Un’associazione che non è corretta», ha spiegato, ricordando che la crescita del gettito è stata sostenuta «dall’incremento dell’occupazione e dei salari e dai progressi nell’emersione del lavoro nero».
Il titolare del Tesoro ha insistito sul fatto che il governo ha fatto l’opposto di ciò che si teme, cioè ha ridotto il peso fiscale, spiegando che «sin dal suo insediamento ha ridotto progressivamente il cuneo fiscale e poi le aliquote Irpef, destinando circa 21 miliardi nel 2025 e 2026 alle fasce medio-basse». E ha rivendicato anche il risultato europeo, con una «riduzione media della propensione all’evasione del 10,9% rispetto al 2019», indicando la lotta all’evasione come elemento strutturale della strategia di crescita e stabilità.
Il messaggio è chiaro: più legalità fiscale per ridurre le tasse e sostenere l’economia reale. Una linea coerente con l’azione del ministero e con gli impegni presi con Bruxelles e con il Pnrr.
Il punto politico
Fin qui la fotografia economica. Ma la politica vive anche di percezione e di consenso, e su questo terreno la celebrazione del recupero dell’evasione fiscale rischia di essere un’arma a doppio taglio. Non perché contrastare l’evasione sia sbagliato, anzi, ma perché l’enfasi narrativa su questo tema è sempre stata storicamente più vicina alla cultura politica della sinistra che a quella del centrodestra.
Il centrodestra italiano è tradizionalmente sostenuto da ceto medio, imprenditori, professionisti, partite Iva, commercianti, borghesia produttiva e contribuenti forti. È una base elettorale che chiede meno tasse, meno burocrazia, meno Stato e più libertà economica, non una retorica centrata sulla caccia agli evasori come se fosse la priorità assoluta del Paese. In altre parole, celebrare il recupero dell’evasione può essere giusto sul piano amministrativo, ma rischia di risultare politicamente scivoloso se diventa il perno della comunicazione economica.
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Dopo il referendum un segnale da leggere
Il tema assume ancora più peso alla luce del recente referendum sulla giustizia, dove una parte significativa dell’elettorato di centrodestra ha scelto l’astensione (un 15% circa fisiologico ma che, ove fosse politicamente motivato, potrebbe essere interpretato anche come forma di malcontento verso alcune scelte economiche e fiscali del governo). Un segnale che non può essere archiviato come semplice disaffezione, ma che indica una richiesta più profonda di coerenza politica.
Insistere troppo su un tema come la lotta all’evasione, soprattutto nella comunicazione pubblica, può dare l’impressione di inseguire un terreno che storicamente appartiene alla sinistra, mentre la base elettorale del centrodestra chiede altro: riduzione strutturale delle tasse, semplificazione fiscale, meno controlli inutili e più fiducia nel contribuente.
Leo e Carbone: il nuovo fisco collaborativo
Il viceministro Maurizio Leo ha provato a riportare il discorso su un terreno più coerente con l’approccio riformista del governo, sottolineando il successo del concordato preventivo biennale e spiegando che «200mila contribuenti sono entrati nell’area di tranquillità fiscale e sono diventati soggetti affidabili». Una linea che punta sulla collaborazione e non sulla repressione, rafforzata anche dall’adempimento collaborativo e dalla digitalizzazione del sistema.
Anche il direttore dell’Agenzia delle Entrate Vincenzo Carbone ha evidenziato come il risultato del «43% in più rispetto al 2022» dimostri la trasformazione dell’Agenzia in un hub al servizio della collettività, con oltre 595 miliardi di gettito spontaneo e più di 21 milioni di servizi erogati ai contribuenti. Numeri che raccontano una macchina fiscale più efficiente e meno burocratica.
Il rischio in vista delle elezioni 2027
Il punto, però, resta politico. In vista delle elezioni politiche del 2027 il centrodestra dovrà scegliere con attenzione quali battaglie mettere al centro della propria narrazione economica. Perché se è vero che combattere l’evasione è doveroso, è altrettanto vero che costruire consenso sulla retorica del recupero fiscale può rivelarsi controproducente per una coalizione che vive del sostegno della classe media e produttiva.
Inseguire il consenso dei contribuenti più fragili con slogan sulla lotta all’evasione, mentre la propria base chiede meno tasse e più libertà economica, rischia di diventare una strategia perdente. Non perché il recupero dell’evasione non sia giusto, ma perché il centrodestra vince quando parla di crescita, impresa, lavoro e riduzione del peso dello Stato, non quando sembra celebrare risultati che, nel linguaggio politico italiano, ricordano più la tradizione del Pd che quella liberale.
La sfida per il governo, dunque, non è tanto dimostrare di saper recuperare miliardi dalle sacche di evasione, quanto convincere la propria base che quei miliardi serviranno davvero a ridurre le tasse e a liberare l’economia. Perché alla fine è su questo terreno che si giocherà la partita del consenso nei prossimi anni.
Enrico Foscarini, 26 marzo 2026
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