È bastata una norma sulla portabilità dei contributi previdenziali per riaccendere lo scontro tra governo, imprese e sindacati. Dal 31 ottobre, dopo due anni di iscrizione a un fondo pensione negoziale, il lavoratore che decide di trasferirsi può portare con sé anche il contributo versato dal datore di lavoro, indirizzandolo verso un fondo aperto o un piano individuale pensionistico (Pip).
La novità riguarda un settore che conta oltre 5 milioni di iscritti e più di 86 miliardi di euro di patrimonio. I fondi negoziali sono nati dalla contrattazione collettiva e vengono amministrati con la partecipazione delle parti sociali, senza finalità di lucro. Ma proprio l’apertura alla possibilità di spostare il contributo aziendale ha messo in discussione un equilibrio consolidato.
Il tema è arrivato anche sul tavolo della premier Giorgia Meloni nel confronto con il presidente di Confindustria Emanuele Orsini su manovra ed energia. La posizione degli industriali è netta: «Noi siamo totalmente contrari».
Il nodo dei costi
La contrarietà delle parti sociali viene motivata anche con la differenza dei costi tra le diverse forme di previdenza complementare. Secondo i dati Covip, l’indicatore sintetico dei costi su 35 anni si colloca mediamente allo 0,36% per i fondi negoziali, all’1,23% per i fondi aperti e all’1,82% per i Pip. La Cgil ha utilizzato questi dati per quantificare l’impatto sui lavoratori: con uno stipendio di 30mila euro, nell’arco di 35 anni, i maggiori costi potrebbero determinare una perdita fino a 44mila euro nel caso dei Pip e fino a 86mila euro considerando anche l’assenza del contributo aziendale.
Numeri che spiegano le ragioni della difesa dei fondi negoziali, ma che non esauriscono il problema. La questione centrale è infatti capire quanto debba essere libero il lavoratore di scegliere dove destinare la propria previdenza e se il contributo dell’impresa debba restare vincolato al fondo individuato dalla contrattazione collettiva.
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Le aziende provano a fermare i trasferimenti
La reazione dei datori di lavoro è già iniziata. Federmeccanica ha comunicato alle aziende che, in caso di uscita da Cometa, occorre «immediatamente sospendere» il versamento della quota aziendale, che per un metalmeccanico di livello C3 vale circa 575 euro all’anno.
Nel comparto edile, Ance, associazioni artigiane e sindacati hanno stabilito che il contributo contrattuale e quello aggiuntivo dell’1% restino collegati a Prevedi. Una linea analoga è stata adottata da Confapi e Federmanager per Previndapi: chi decide di cambiare fondo perderebbe il versamento dell’impresa, senza un’indennità sostitutiva.
Anche nelle telecomunicazioni Asstel e le organizzazioni sindacali di categoria hanno sottoscritto il 28 ottobre un’«interpretazione autentica» del contratto, secondo cui il contributo datoriale spetta soltanto a chi rimane in Telemaco. Indicazioni dello stesso tenore sono state richiamate anche per Astri, nel settore delle infrastrutture viarie a pedaggio, mentre Legacoop ha diffuso una circolare sulla Previdenza Cooperativa.
Lo scontro diventa anche giuridico
Alla base della mobilitazione c’è l’avviso comune del 26 maggio, sottoscritto da Cgil, Cisl, Uil e undici associazioni datoriali, da Confindustria a Confcommercio, fino alle organizzazioni dell’artigianato e della cooperazione.
La tesi delle parti sociali è che la quota aziendale costituisca una componente della retribuzione definita dalla contrattazione collettiva e possa quindi seguire il lavoratore soltanto nei casi previsti dai contratti. La nuova disciplina, però, ha eliminato il riferimento a questi limiti contrattuali.
Ed è qui che la questione previdenziale si trasforma in un conflitto sull’interpretazione della legge. Da una parte c’è chi considera il contributo aziendale una componente inscindibile dell’accordo contrattuale; dall’altra chi ritiene che il lavoratore debba poter scegliere liberamente il prodotto previdenziale al quale affidare i propri risparmi, senza perdere una parte della contribuzione.
Il paradosso della difesa del libero mercato
La battaglia assume così un significato più ampio. Il vicepresidente di Confindustria Maurizio Marchesini annuncia nuove clausole contrattuali per impedire i trasferimenti e pone una domanda: «Che libertà potrà avere un lavoratore quando una banca o un’assicurazione lo metterà sotto pressione?».
Ancora più esplicita è la posizione di Giovanni Maggi, presidente di Assofondipensione, l’associazione che rappresenta i fondi negoziali: «Questa è concorrenza sleale, altro che libero mercato». Dal governo arriva invece una lettura opposta. Il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon difende il principio della concorrenza: «Il mercato si regola con la competizione e non con un diritto di esclusività».
È questo, in fondo, il punto politico della contesa. La previdenza complementare può essere organizzata attraverso la contrattazione collettiva, ma il lavoratore resta il titolare della scelta su come costruire il proprio futuro pensionistico. Se la risposta alla possibilità di cambiare fondo è quella di rendere economicamente sconveniente il trasferimento, il rischio è che la libertà di scelta resti sulla carta. E che, dietro la difesa del modello negoziale, finisca per prevalere la tutela di posizioni consolidate.
Enrico Foscarini, 5 novembre 2026
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