La Francia conserva il rating Aa3 di Moody’s, ma la conferma non equivale a una promozione della gestione dei conti pubblici. L’outlook resta negativo e la tenuta del giudizio è legata alla capacità di Parigi di approvare una manovra credibile, contenere il deficit e riportare sotto controllo il costo del debito. In altre parole, il margine di tolleranza dei mercati nei confronti della seconda economia dell’eurozona si sta assottigliando.
L’agenzia americana chiarisce che «il rating Aa3 presuppone che venga adottato un bilancio per il 2027 volto a ridurre il deficit e che, nei prossimi mesi, i costi di finanziamento e le tensioni sociali si attenuino in parte». Il giudizio riflette un equilibrio delicato: da un lato, un’economia ampia e diversificata e istituzioni solide; dall’altro, una maggioranza parlamentare frammentata, proteste sociali ricorrenti e un debito pubblico sempre più oneroso.
Il progetto di bilancio prevede risparmi di spesa per circa 54 miliardi di euro. Moody’s stima tuttavia che il deficit scenderà soltanto al 5,2% del Pil nel 2027, dal 5,4% atteso per il 2026, contro il 5% indicato dal governo. La differenza dipende sia dalle prospettive di crescita più deboli sia dalle difficoltà politiche nell’applicare integralmente i tagli previsti.
Il ricorso ai poteri speciali e il rischio politico
L’approvazione della legge di bilancio rappresenta quindi un passaggio cruciale per evitare che l’incertezza politica si traduca in un ulteriore aumento del premio richiesto dagli investitori per finanziare lo Stato francese. Moody’s considera possibile anche il ricorso alle ordinanze, attraverso il meccanismo previsto dall’articolo 49.3 della Costituzione, che consente al governo di far passare un testo senza un voto ordinario dell’Assemblea nazionale, esponendosi però al rischio di una mozione di sfiducia.
Una simile soluzione potrebbe permettere di portare a compimento l’iter della manovra, ma non eliminerebbe le tensioni che alimentano la crisi. Il problema, infatti, non si esaurisce nell’approvazione formale di un provvedimento: occorre dimostrare che gli interventi siano sufficienti e concretamente realizzabili. Senza una correzione duratura della spesa pubblica, gli annunci rischiano di non convincere né gli investitori né le agenzie di rating.
Dopo le presidenziali servirà un’altra stretta
Il risanamento non potrà fermarsi alla prossima scadenza elettorale. Le presidenziali sono previste tra aprile e maggio 2027 e Moody’s ritiene necessario un impegno significativo e prolungato anche dopo il voto. L’agenzia prevede che il debito pubblico superi il 120% del Pil nel 2027 e avverte che potrebbe continuare a crescere per il resto del decennio.
«Il prossimo presidente e il prossimo governo cercheranno di proseguire la riduzione del deficit», osserva Moody’s nella sostanza della propria analisi, ma la frammentazione politica, le tensioni sociali e la crescita moderata rendono improbabile una correzione rapida dei conti. È proprio qui che si misura la distanza tra gli obiettivi dichiarati e la capacità di realizzarli.
L’incognita riguarda anche il programma economico di Marine Le Pen, in testa nei sondaggi citati nel dibattito politico francese. Il piano prospetta risparmi netti per 140 miliardi entro il 2032, di cui 66 miliardi già nel 2027, con un deficit destinato a scendere al 3,7% nel 2027 e al 2,2% nel 2032. Obiettivi ambiziosi, la cui effettiva realizzazione resta però tutta da dimostrare. La storia recente mostra quanto sia complesso ridurre rapidamente il disavanzo: negli ultimi vent’anni, la maggiore diminuzione annuale indicata nel testo di riferimento è stata pari a 1,1 punti di Pil, nel 2018.
Spesa pubblica e deficit: finisce l’eccezionalismo francese
La questione francese va oltre la singola legge di bilancio. Come evidenzia un’analisi di Algebris, la società di gestione fondata da Davide Serra, la spesa pubblica della Francia ha raggiunto negli ultimi dieci anni il 57% del Pil, contro una media del 50% nell’Eurozona. Il deficit supera oggi il 5% del prodotto interno lordo, mentre nell’area euro nel suo complesso si attesta al 2,9%.
La Francia è inoltre l’unico Paese del G7 il cui rapporto debito/Pil risulta più elevato rispetto al 2020, l’anno in cui la pandemia ha imposto una straordinaria espansione della spesa pubblica. Il dato mette in evidenza una fragilità strutturale: una macchina statale costosa, un disavanzo persistente e una capacità limitata di ricostituire margini di bilancio quando le condizioni finanziarie peggiorano.
Per anni Parigi ha beneficiato della convinzione che il suo peso politico ed economico le consentisse una maggiore libertà di manovra. Ma i mercati non assegnano privilegi permanenti. Quando la spesa cresce più delle risorse disponibili e il debito aumenta senza un percorso credibile di rientro, anche un grande Paese industriale deve fare i conti con il prezzo del finanziamento.
Lo spread sale e il costo del debito diventa un problema
Il segnale più evidente arriva dal mercato obbligazionario. Lo spread tra i titoli decennali francesi (Oat) e quelli tedeschi (Bund), già salito dagli 86 punti base di inizio ottobre fino a 160 punti base a fine mese secondo i dati riportati nel testo di partenza, fotografa il progressivo aumento del rischio percepito dagli investitori. Anche il rendimento dei decennali francesi ha superato il 5%, un livello che non si vedeva da oltre vent’anni.
Moody’s rileva che il rendimento dei titoli di Stato francesi a dieci anni è aumentato di circa 150 punti base dall’inizio dell’anno e che più della metà di questo incremento riflette l’allargamento dello spread rispetto ai Bund tedeschi. La scadenza media del debito, pari a circa 8,5 anni, attenua l’impatto immediato dei maggiori rendimenti, ma non cancella il rischio: se il costo più elevato del finanziamento si protrae, il servizio del debito assorbe progressivamente più risorse pubbliche.
Il messaggio per Parigi è chiaro: la credibilità dei conti pubblici è una risorsa economica, non un dettaglio contabile. Ridurre il deficit, frenare la dinamica della spesa e rendere sostenibile il debito non sono richieste astratte dei mercati, ma condizioni per evitare che gli interessi sottraggano spazio agli investimenti e alle priorità del Paese. L’outlook negativo di Moody’s ricorda che la fiducia conquistata in passato non può sostituire indefinitamente riforme e disciplina di bilancio.
Enrico Foscarini, 24 ottobre 2026
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