A sinistra i boicottaggi dell’intellighenzia sono ormai una coazione a ripetere. Ma c’è di più. Il rapporto tra politica, mercato dell’attenzione e psicologia dei consumatori è una questione di dinamiche economiche e non certo una battaglia morale (per quanto l’economia stessa sia una branca della filosofia morale). Anche nel caso di Zerocalcare e del boicottaggio alla casa editrice Passaggio al Bosco alla fiera “Più libri, più liberi” ciò che in superficie sembra un gesto etico diventa, guardandolo con gli strumenti del marketing, è un perfetto esempio di promozione involontaria.
Frank Merenda, esperto di marketing, ha scritto un post sul proprio blog osservando come una larga fetta dell’intellighenzia di sinistra viva da anni una condizione paradossale: per continuare a esistere come categoria riconosciuta deve produrre antagonisti visibili, quasi indispensabili alla sua stessa funzione sociale. È un meccanismo economico, oltre che narrativo. Un mercato sovraffollato di voci “virtuose” necessita di un nemico che giustifichi l’attenzione mediatica, e l’attenzione è la valuta più preziosa dell’economia contemporanea.
L’antagonista come prodotto di marketing
Ogni campagna di boicottaggio funziona come una gigantesca operazione di PR non pagata. Quando figure pubbliche come Zerocalcare o grandi nomi della cultura e dello spettacolo (citiamo, a caso, tra i sostenitori della campagna Corrado Augias, Alessandro Barbero, Elio Germano e Domenico Procacci) annunciano che non parteciperanno a un evento perché “non si condividono gli spazi con i nazisti”, l’effetto non è quello di indebolire l’obiettivo della loro denuncia, ma di posizionarlo come una novità interessante, quasi proibita. La psicologia del marketing insegna da decenni che l’essere umano è attratto da ciò che gli viene presentato come pericoloso, censurato o controverso. Il sistema limbico reagisce molto più velocemente della parte razionale del cervello e questo rende la moralizzazione pubblica un acceleratore involontario di notorietà.
Il risultato è semplice: l’intenzione morale genera un valore economico tangibile per chi viene indicato come “minaccia”, mentre chi denuncia ottiene visibilità, reputazione e crescita del proprio brand personale. La collettività che dovrebbe beneficiarne, al contrario, paga il prezzo politico. Il dibattito radicalizzato, infatti, è assolutamente antieconomico perché non genera consapevolezza, bensì riflessi condizionati agli stimoli che provengono dalla cosiddetta “avanguardia intellettuale”. Insomma, la parte politica che si arroga il diritto di essere il motore dell’autocoscienza delle classi sociali più deboli le “sequestra”, obbligandole di fatto a reagire gli impulsi che provengono dagli ayatollah di turno. Ma questo l’aveva detto anche Guareschi.
Quando la sinistra fa pubblicità gratuita alla destra
Il caso di Passaggio al Bosco è emblematico. Nessuno la conosceva, finché ottanta tra scrittori, personaggi pubblici e case editrici non hanno deciso di segnalare al Paese intero che esisteva. È la dinamica descritta da Al Ries quando affermava che “le PR creano il brand”, e che spesso basta una forte opposizione autorevole per trasformare un nome irrilevante in un fenomeno.
Merenda ricorda come lo stesso schema sia già esploso con il caso Vannacci: un libro autopubblicato e ignorato, diventato bestseller proprio grazie alle critiche indignate provenienti dai giornali tradizionali (Matteo Pucciarelli di Repubblica – firmatario tra l’altro dell’appello anti Passaggio al Bosco – e Aldo Cazzullo del Corriere). Un classico effetto Streisand trasformato in carburante politico.
Il punto centrale, dal punto di vista dell’economia dell’attenzione, è che la sinistra culturale continua a riprodurre lo stesso schema perché questo fornisce ai suoi rappresentanti maggiore esposizione, più interviste e un consolidamento del proprio pubblico, che vede in questi gesti una conferma rituale del loro ruolo di guida morale.
Il ritorno economico dell’indignazione
Si tratta di un meccanismo perfettamente razionale se letto in chiave di incentivi: l’indignazione pubblica genera visibilità, la visibilità genera valore economico. L’indignazione non è un sacrificio, ma una strategia. Ed è in questo senso che l’autore richiama Carlo Maria Cipolla, citando la sua classificazione in cui definiva gli esseri umani come intelligenti, sprovveduti, stupidi o “banditi”. Non è un’accusa morale, bensì un’interpretazione economica: chi trae beneficio personale mentre provoca un danno al proprio gruppo di appartenenza, secondo questo schema, non è sprovveduto.
Questa chiave di lettura è utile perché permette di capire il comportamento dell’intellighenzia come quello di un sistema che massimizza i propri rendimenti, non come una comunità che commette errori involontari.
L’economia dell’attenzione come unico arbitro
Il punto, sul piano del marketing, è che il silenzio è l’unica strategia davvero efficace contro ciò che si vuole marginalizzare. Ma il silenzio non produce contenuti da condividere, non produce aureole morali, non attira follower, non genera interventi in prima serata. È inefficiente dal punto di vista del rendimento personale.
E così, ogni nuovo boicottaggio diventa una campagna pubblicitaria a costo zero per il destinatario dell’indignazione, mentre l’intellighenzia rafforza la propria posizione come riferimento identitario del proprio pubblico. È una dinamica più economica che politica: si tratta di capitalizzare l’attenzione attraverso l’indignazione.
Un sistema che funziona esattamente com’è progettato
Nulla cambierà finché l’indignazione resterà l’unica moneta autentica del dibattito culturale progressista. Ogni volta che un intellettuale firma un appello, denuncia un pericolo, rifiuta uno spazio comune, si ripete l’ennesimo investimento involontario a favore degli antagonisti. Ed è proprio questo il paradosso: la sinistra continua a creare i propri avversari perché la narrazione dell’emergenza è ciò che legittima l’esistenza della sua stessa classe culturale.
Finché questa dinamica non verrà riconosciuta come un fenomeno economico e non come un gesto morale, continueremo ad assistere allo stesso copione: un nuovo boicottaggio, un nuovo successo editoriale della parte opposta e, al centro della scena, un’intellighenzia che accumula visibilità mentre sposta ulteriormente l’attenzione pubblica verso coloro che intendeva contrastare.
Enrico Foscarini, 7 dicembre 2025
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