C’è qualcosa di surreale nello sciopero generale che Maurizio Landini ha annunciato ieri dal palco di piazza del Popolo. La Cgil incrocerà le braccia il 20 novembre contro una legge di Bilancio di cui oggi si conoscono l’importo complessivo, circa 23,5 miliardi, e qualche titolo. Le misure non sono ancora scritte e il testo non è arrivato in Parlamento. Eppure il verdetto del segretario era già pronto prima ancora che il corteo partisse: «Mi sembra che per quello che vediamo finora faccia abbastanza schifo, perché non sta dando le risposte che debbono esser date». Un giudizio tecnico, si direbbe, su un provvedimento che nessuno ha letto perché ancora non c’è.
Dal palco della seconda manifestazione della Via Maestra l’annuncio è arrivato con toni da comizio: «Mi assumo una responsabilità a nome di tutta la Cgil: il 20 novembre la Cgil proclamerà lo sciopero generale in questo Paese, perché ci mettiamo a disposizione di questo processo democratico di cambiamento che rimette al centro il lavoro, i diritti, la giustizia sociale». E poi, per non lasciare dubbi sulla natura della mobilitazione: «Posso dire che non ci fermerà nessuno». Il 20 novembre, peraltro, cade di venerdì. Come quasi sempre accade quando Corso d’Italia decide di fermare il Paese: il ponte lungo è ormai un classico del calendario sindacale, una coincidenza che si ripete con una regolarità quasi statistica.
Il sindacato come partito più a sinistra del campo largo
Non è la prima volta e non sarà l’ultima. Ogni autunno, con la manovra di un governo di centrodestra all’orizzonte, la Cgil scopre che la mobilitazione generale è l’unica risposta possibile. Ma quello di Landini è ormai un ruolo che va oltre la rappresentanza dei lavoratori: è opposizione politica a tutti gli effetti. Il segretario affianca il campo largo e, allo stesso tempo, si propone come la sua alternativa più radicale, quella che non deve preoccuparsi di coalizioni, di candidature e di numeri in Parlamento.
Lo dimostra il lessico. Landini accusa il governo di volere «una Repubblica non democratica, ma autoritaria», parole che nessun sindacalista userebbe per discutere di aliquote, detrazioni o rinnovi contrattuali. E per non farsi scavalcare, prende le distanze anche dagli alleati naturali: «Negli ultimi vent’anni tutti i governi, di destra e di sinistra, hanno fatto leggi del cavolo che hanno aumentato la precarietà». Un messaggio rivolto tanto a Palazzo Chigi quanto al Nazareno: la vera sinistra, sembra dire, sta in piazza con la bandiera rossa della Cgil.
In piazza anche l’Udu, la sigla finanziata da Corso Italia
La novità di quest’anno è la saldatura con la protesta degli studenti contro il caro affitti. Il 20 novembre coincide con la giornata internazionale di sciopero degli studenti e Landini lo ha ricordato. L’ultima a parlare prima di lui è stata Sabrina Brizzolo, 24 anni, coordinatrice nazionale dell’Unione degli universitari, salita sul palco con una tenda: «I nostri diritti sono stati svenduti al miglior offerente. Siamo una generazione all’asta». Rivolta al deputato Giovanni Donzelli, che aveva invitato gli studenti accampati a Montecitorio a crescere e aspettare, ha replicato: «Ma che cosa dobbiamo aspettare?». E alla premier e alla ministra dell’Università: «Voi siete vassalli della guerra».
Che il disagio abitativo degli studenti fuori sede sia reale nessuno lo nega. Ma la spontaneità della protesta va almeno contestualizzata. Secondo una ricostruzione della Verità basata sui bilanci della confederazione, tra il 2019 e il 2024 la Cgil ha versato 847.613 euro in contributi all’Udu e alla Rete degli studenti medi, con un flusso stabile di circa 130mila euro l’anno e qualche contributo straordinario destinato agli universitari. Una cifra che, considerando gli anni precedenti meno dettagliati e il 2025 non ancora disponibile, supererebbe con ogni probabilità il milione di euro. Un’alleanza storica, rivendicata da entrambe le parti. Ma quando il sindacato che finanzia un’organizzazione la porta sul palco per lanciare il suo sciopero generale, parlare di un movimento giovanile autonomo diventa difficile.
Difesa e sanità, lo slogan che non sa fare di conto
Il cuore della requisitoria di Landini è un numero: «Dentro la legge di Bilancio l’unica cosa che io capisco con chiarezza è che 14 miliardi verranno spesi in armi. Non è quello di cui abbiamo bisogno». E ancora: «Bisogna dire no ai 14 miliardi che vuole spendere per le armi». È lo stesso slogan che ripete da mesi Elly Schlein: meno carri armati, più ospedali. Peccato che i conti non funzionino così.
La flessibilità per la difesa concessa dalle regole europee non è un tesoretto liberamente spendibile. È uno spazio di bilancio vincolato a quella sola destinazione: o si usa per la difesa o non esiste. Non si può trasferire alla sanità, alla scuola o alle pensioni. Anzi, è proprio attivandola che si alleggerisce la pressione sul resto del bilancio e si possono liberare risorse per altri capitoli, compresa la spesa sanitaria. Rinunciarvi non regalerebbe un euro in più agli ospedali: lo toglierebbe. Chi grida «armi contro sanità» confonde due voci che nei conti pubblici non sono intercambiabili.
Patrimoniale e fiscal drag, le vecchie ricette
Quanto alle coperture, la Cgil ha le idee chiare. La restituzione del fiscal drag, che Landini quantifica in 4,5 miliardi quest’anno, e soprattutto una patrimoniale: un contributo di solidarietà dell’1% sui grandi patrimoni che nei calcoli del sindacato varrebbe 25 miliardi. «Ma se lo proponi, ti dicono che non si può fare», si lamenta il segretario. Non si può fare, o meglio non conviene farlo, perché le imposte patrimoniali in Europa hanno dato gettiti sistematicamente inferiori alle attese, hanno spinto i capitali a spostarsi e sono state abbandonate da quasi tutti i Paesi che le avevano introdotte. Ma questo, in piazza del Popolo, non lo ha ricordato nessuno.
Il tavolo sulla rappresentanza e le molotov sul negoziato
C’è poi un paradosso che riguarda il mestiere stesso del sindacato. Proprio mentre Landini preparava la piazza, si è sfiorata la rottura sul tavolo con Confindustria e le altre associazioni datoriali per l’accordo sulla rappresentanza. Un tavolo al quale la Cgil si è seduta dopo una stagione di contratti pubblici firmati senza di lei, che rischiava di renderla irrilevante proprio nel suo campo. Giovedì notte, davanti all’ultima bozza delle imprese che cancella gli automatismi di adeguamento dei salari all’inflazione durante la vigenza dei contratti, Landini, Daniela Fumarola e Pierpaolo Bombardieri hanno parlato di «testo irricevibile», «un passo indietro persino rispetto ai contratti più avanzati in vigore, come quello dei metalmeccanici».
Intendiamoci, il tema esiste. I nuovi parametri per il recupero dell’inflazione nei contratti vanno discussi e le imprese, com’è naturale, puntano a pagare il meno possibile: la proposta datoriale si limita a un’indennità provvisoria a contratto scaduto, crescente dal 30 al 90% dell’inflazione prevista, con verifiche almeno biennali. Ma negoziare significa trattare, non lanciare molotov su ogni bozza mentre si prepara uno sciopero politico. Il rischio è che il tavolo più importante per i salari degli italiani diventi l’ennesimo palcoscenico.
Su produttività e crescita nemmeno una parola
In due ore di piazza si è parlato di armi, di patrimoniale, di Repubblica autoritaria. Non si è parlato di produttività del lavoro, che in Italia ristagna da un quarto di secolo ed è la vera ragione per cui le buste paga crescono poco. Non si è parlato di crescita, di investimenti, di come rendere le imprese più competitive per poter pagare stipendi più alti. È qui che il sindacato potrebbe fare la differenza, legando aumenti e risultati con la contrattazione di secondo livello.
Invece la Cgil, come tutta la sinistra, sembra conoscere un solo registro: la mobilitazione contro il governo. Uno sciopero generale contro una manovra che non c’è, di venerdì, con gli studenti finanziati in prima fila. Un Paese bloccato per motivi politici, ancora una volta.
Enrico Foscarini, 18 ottobre 2026
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