Economia
L'ANALISI

Manovra: la Lega insiste sugli extraprofitti bancari

Il Carroccio punta su un prelievo sulle banche per finanziare flat tax, salari e sicurezza. Una scelta che contraddice la promessa di meno tasse

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La manovra 2027 comincia a prendere forma e il dibattito nella maggioranza mette in evidenza una contraddizione che il centrodestra dovrebbe affrontare senza ambiguità: se l’obiettivo è ridurre la pressione fiscale, non si può pensare di finanziare ogni nuova misura con un nuovo prelievo fiscale.

È questo il punto politico ed economico che emerge dalle proposte presentate dalla Lega durante l’evento «A tua difesa – Verso la finanziaria 2027». Da una parte il partito di Matteo Salvini spinge per ampliare la flat tax per le partite Iva, favorire l’aumento degli stipendi dei giovani, intervenire sulle pensioni e aumentare le risorse per la sicurezza. Dall’altra individua nelle banche una delle principali fonti di finanziamento della prossima legge di bilancio.

La proposta è quella di un contributo del 5% a carico degli istituti di credito, dal quale la Lega stima di poter ricavare tra 2 e 3 miliardi di euro. Una cifra che dovrebbe contribuire a finanziare famiglie e imprese e, soprattutto, alcune delle nuove misure per la sicurezza.

È proprio qui che dovrebbe aprirsi la riflessione di un centrodestra autenticamente liberale: se servono risorse per ridurre le tasse e aumentare la sicurezza, la prima domanda dovrebbe essere quali spese dello Stato possono essere ridotte, non quale categoria di contribuenti possa essere tassata nuovamente.

La Lega vuole più sicurezza: dalle Strade Sicure ai Cpr

La questione è particolarmente evidente sul capitolo sicurezza. La Lega ha presentato sei proposte da inserire nella Manovra 2027, con un programma che prevede il rafforzamento dell’operazione Strade Sicure con altri 3.000 militari, così da arrivare ad almeno 10.000 unità impegnate nel presidio di città e stazioni.

Il pacchetto comprende inoltre il turn over al 100% per Forze dell’ordine e Vigili del fuoco, assunzioni straordinarie, interventi sulla previdenza del personale, maggiori risorse per la videosorveglianza dei Comuni e misure contro spaccio, degrado e criminalità giovanile. La Lega propone anche di sostenere la riforma della polizia locale e di finanziare nuovi Cpr, con l’obiettivo di arrivare a un centro per ogni regione.

Il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni ha sintetizzato la filosofia del pacchetto con una frase che merita attenzione: «La sicurezza non è una spesa, né un costo ma un investimento strategico e fondamentale». E ancora: «Più sicurezza vuol dire più libertà, vuol dire garantire la difesa dello spazio pubblico».

Il principio è condivisibile. Ma proprio perché la sicurezza è una funzione fondamentale dello Stato, sarebbe necessario chiedersi quanto costa ciascun intervento e da quali capitoli di spesa recuperare le risorse, prima di individuare un nuovo contribuente.

Peraltro, il governo ha già previsto 100 milioni di euro l’anno per dieci anni per assunzioni e rinnovi contrattuali del comparto difesa. Le nuove proposte della Lega si aggiungerebbero dunque a un quadro di spesa già significativo, mentre per il pacchetto complessivo presentato ieri non è ancora disponibile un costo ufficiale unitario.

La Lega vuole un contributo strutturale delle banche

Il cuore della proposta leghista resta però il contributo delle banche. Matteo Salvini ha rilanciato l’idea di trasformarlo in una misura strutturale, anziché in un intervento una tantum. «Sono assolutamente convinto che anche al tavolo di maggioranza, gli alleati di fronte ai numeri non potranno che dire di sì a un contributo da parte delle imprese più ricche d’Italia non “una tantum” o “straordinario”, ma a un contributo delle banche sulla differenza degli interessi che danno e che prendono e sulle commissioni che deve essere strutturale e definitivo», ha spiegato il vicepremier.

La Lega guarda inoltre al modello spagnolo e sta lavorando a un documento da portare in Parlamento. L’ipotesi presentata ieri parte da oltre 50 miliardi di euro di utili del sistema bancario e punta a ottenere circa 2-3 miliardi di gettito attraverso un contributo del 5%.

Ed è proprio sulla parola «strutturale» che dovrebbe concentrarsi il dibattito. Un conto è chiedere a un settore un contributo temporaneo e concordato in una situazione eccezionale; un altro è trasformare una maggiore tassazione di una determinata categoria in una fonte permanente di finanziamento della spesa pubblica.

Tassare gli utili non rende la spesa meno costosa

Il problema non riguarda soltanto le banche. È una questione di metodo. Se lo Stato incassa 2 o 3 miliardi in più e li utilizza per finanziare nuove spese, la spesa pubblica non diventa più efficiente: semplicemente cambia chi la paga. E se quelle stesse risorse vengono utilizzate per finanziare una riduzione fiscale o una detassazione, il meccanismo diventa ancora più discutibile: si tassa un contribuente per poter ridurre le tasse a un altro.

Per un governo di centrodestra, la sequenza dovrebbe essere opposta: prima si riducono gli sprechi e le spese meno produttive, poi si stabiliscono le priorità e solo infine si valuta quanto spazio fiscale rimane. Il tema diventa ancora più rilevante quando si parla di un’imposta destinata a diventare strutturale. Una tassa permanente crea infatti un incentivo permanente per lo Stato a trovare nuove spese da finanziare con quel gettito. È esattamente il contrario della logica di riduzione della pressione fiscale che dovrebbe distinguere una politica economica liberale.

Giorgetti: più concorrenza, meno rendite

Giancarlo Giorgetti ha mantenuto una posizione più articolata rispetto alla proposta di Salvini. Il ministro dell’Economia non ha sposato esplicitamente il nuovo prelievo, ma ha collegato la questione bancaria al tema della concorrenza. «Se tu introduci elementi di concorrenza nel sistema, vedi che alcuni redditi di posizione e alcuni extraprofitti automaticamente si abbassano a beneficio della collettività», ha detto Giorgetti.

Il ministro ha poi posto una domanda destinata a diventare centrale nel dibattito: «C’è competizione tra le banche? C’è competizione tra le banche nell’andare a offrire all’imprenditore delle condizioni di affidamento o nel trasferimento di un conto corrente di un pensionato?». Questa impostazione contiene un punto interessante, ma porta a una conclusione diversa da quella di una nuova tassa permanente: se il problema sono le rendite di posizione, la risposta liberale dovrebbe essere più concorrenza, non necessariamente più imposte.

Favorire la mobilità dei clienti, ridurre gli ostacoli al cambio di banca, aumentare la trasparenza delle condizioni e rendere più contendibile il mercato del credito significa intervenire sulle cause delle rendite, anziché limitarne gli effetti attraverso il fisco.

Flat tax a 100mila euro: la promessa che costa

Nel frattempo, sul fronte fiscale, Giorgetti ha aperto alla possibilità di innalzare il limite della flat tax per le partite Iva dagli attuali 85mila a 100mila euro. «C’è l’opportunità di elevare ancora il limite per quanto riguarda la flat tax», ha detto il ministro, definendo il limite europeo «piuttosto astruso e secondo il mio giudizio ingiustificato», aggiungendo che «bisogna negoziare» con Bruxelles. La misura ha una logica precisa: ampliare l’area di applicazione di un regime fiscale semplice e con aliquota sostitutiva al 15%, riducendo gli incentivi alla crescita artificiosamente frenata dal superamento della soglia.

Ma anche in questo caso il problema è come finanziare la riduzione del prelievo. Se l’obiettivo politico è una maggiore libertà economica, non avrebbe molto senso allargare la flat tax per alcune partite Iva e contemporaneamente aumentare la tassazione di altri soggetti. Una riforma fiscale dovrebbe invece puntare a semplificare il sistema e ridurre complessivamente la pressione fiscale, accompagnando il minor gettito con una revisione della spesa.

La detassazione degli aumenti salariali

Lo stesso ragionamento vale per la proposta sugli stipendi dei giovani. Giorgetti ha parlato di un «vantaggio fiscale» per le imprese disposte ad aumentare le retribuzioni, immaginando una «tassazione agevolata, una sorta di flat tax» sugli incrementi salariali. L’obiettivo sarebbe favorire l’aumento delle retribuzioni e rendere più conveniente per le imprese investire nel capitale umano, soprattutto quello giovane.

«Io penso che noi dobbiamo fare una proposta di vantaggio fiscale», ha spiegato il ministro, precisando che dovrebbe «sposarsi con una disponibilità da parte dei datori di lavoro e degli imprenditori» a riconoscere «le retribuzioni più adeguate». Anche questa è una direzione potenzialmente positiva: tassare meno il lavoro aggiuntivo significa aumentare l’incentivo a produrlo e remunerarlo. Ma se ogni nuova agevolazione viene compensata con un’imposta su qualcun altro, il sistema fiscale nel suo complesso rischia di diventare sempre più complicato.

Pensioni a 64 anni: il conto non può essere ignorato

Sul fronte previdenziale, Giorgetti ha giudicato sensata la proposta leghista di consentire l’uscita a 64 anni, pur richiamando la necessità di garantire la sostenibilità finanziaria del sistema. La proposta, ha spiegato il ministro, nasce dall’esigenza di correggere una «distorsione» tra chi ha iniziato a lavorare prima del 1996 e chi ha cominciato successivamente. «Ha senso – ha detto – perché se si va a guardare la legge Fornero c’è una distorsione», mentre serve «una sorta di equità tra tutti i lavoratori».

Ma la precisazione decisiva è un’altra: «Si tratta di trovare soluzioni che garantiscano la tenuta del sistema». È proprio questo il criterio che dovrebbe guidare l’intera Manovra 2027. Ogni riduzione delle tasse, ogni pensionamento anticipato e ogni nuova spesa deve avere una copertura strutturale, non affidata alla speranza che in futuro emerga una nuova categoria da tassare.

Il centrodestra dovrebbe partire dai tagli alla spesa

Il punto, dunque, non è difendere a priori le banche né negare che il settore possa avere rendite o livelli di redditività elevati. Il punto è stabilire quale modello fiscale vuole adottare il centrodestra. Se l’ambizione è quella di costruire una politica economica liberale, la risposta non può essere una continua redistribuzione attraverso nuove imposte: oggi sulle banche, domani su un altro settore, dopodomani su un’altra categoria considerata abbastanza redditizia da poter essere chiamata alla cassa.

La Lega vuole finanziare contemporaneamente più sicurezza, più flat tax, salari più alti e maggiore flessibilità pensionistica. Sono obiettivi diversi, alcuni dei quali condivisibili, ma nessuno di essi rende automaticamente sostenibile un aumento della pressione fiscale.

Il primo capitolo della manovra dovrebbe quindi essere la revisione della spesa pubblica. Se una misura è una priorità, occorre indicare quale altra spesa non lo è più. Se si vogliono abbassare le tasse, bisogna ridurre strutturalmente ciò che lo Stato spende. Se si vogliono assumere più forze dell’ordine e militari, bisogna stabilire quanto costa e quali risorse già esistenti possono essere riallocate. Solo dopo dovrebbe arrivare il tema delle nuove entrate.

La vera sfida della manovra 2027

La proposta di tassare le banche rischia invece di diventare la scorciatoia attraverso cui finanziare una lunga lista di promesse. Ma una tassa strutturale non è una copertura strutturale della spesa: è semplicemente una maggiore pressione fiscale resa permanente.

La stessa Lega, nelle parole di Salvini, punta a un contributo «strutturale e definitivo». Il problema è che la logica di una destra liberale dovrebbe essere esattamente opposta: meno tasse, meno spesa improduttiva, più concorrenza e uno Stato concentrato sulle proprie funzioni essenziali.

Anche perché il gettito stimato di 2-3 miliardi non è una cifra trascurabile, ma nemmeno sufficiente a finanziare contemporaneamente l’intero pacchetto di interventi evocato dal Carroccio. La proposta sulla sicurezza, per esempio, comprende nuovi militari, assunzioni e turn over, videosorveglianza, polizia locale e nuovi Cpr, senza che sia stato ancora indicato un costo complessivo ufficiale per tutte le misure.

La domanda che il centrodestra dovrebbe porsi, dunque, è semplice: quanto della Manovra 2027 può essere finanziato tagliando spesa anziché aumentando tasse? È da questa risposta che si capirebbe davvero se la prossima legge di bilancio sarà una manovra di centrodestra anche sul piano economico, oppure soltanto una legge di bilancio che redistribuisce diversamente il peso del fisco.

Enrico Foscarini, 9 settembre 2026

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