Il Milan fuori dalla Champions League non è soltanto una delusione sportiva. È il punto di arrivo di un progetto manageriale che, dopo tre anni senza Paolo Maldini, ha progressivamente smarrito identità tecnica, coerenza strategica e chiarezza nelle responsabilità. Il problema non è soltanto aver speso tanto e male. Il problema è aver costruito una struttura in cui tutti decidono qualcosa ma nessuno risponde davvero del risultato finale.
La narrazione costruita attorno alla proprietà di Gerry Cardinale ha insistito per anni su un concetto preciso: sostenibilità. Eppure i numeri raccontano una storia diversa. Nel triennio 2023/24-2025/26 il Milan ha speso 441,68 milioni sul mercato, incassandone 303,98, con un saldo negativo di 137,7 milioni. Un dato peggiore persino del Napoli e inferiore soltanto alla Juventus e al Como.
La differenza, però, è sostanziale. Napoli e Atalanta hanno ceduto grandi campioni dentro un disegno tecnico riconoscibile. Il Como, invece, è una proprietà che ha scelto scientemente di finanziare perdite enormi attraverso continui aumenti di capitale. Il Milan, al contrario, ha alternato investimenti pesanti, cessioni traumatiche e rivoluzioni continue senza riuscire a consolidare una struttura competitiva stabile.
Le campagne acquisti del Milan: tanti soldi spesi, poco valore creato
Il vero problema del Milan è il modello organizzativo a delega ibrida
Ma il mercato è soltanto il sintomo. La malattia è il modello organizzativo costruito da RedBird. Due anni fa la case history della Harvard Business School descriveva con precisione quasi chirurgica la struttura di potere del Milan: “un modello ibrido, a geometria variabile, in cui i perimetri di autorità non erano tracciati con chiarezza e in cui l’azionista si riservava il diritto di intervenire direttamente sui nodi più delicati”.
È esattamente ciò che il Milan è diventato. Una società dove l’amministratore delegato Giorgio Furlani, il consulente di RedBird Zlatan Ibrahimovic, il proprietario Cardinale, il capo scouting Geoffrey Moncada, il direttore sportivo Igli Tare e l’allenatore Massimiliano Allegri hanno tutti una quota di potere ma nessuno possiede davvero l’ultima parola.
È una struttura che produce inevitabilmente conflitto interno, lentezza decisionale e deresponsabilizzazione. Ogni scelta diventa una negoziazione continua tra centri di influenza differenti. Ogni errore può essere scaricato sugli altri. Ogni fallimento viene diluito dentro una catena di comando opaca.
Nel mondo delle imprese questo modello viene considerato uno dei più inefficienti perché separa il potere dalla responsabilità. Chi decide non risponde pienamente. Chi dovrebbe rispondere non controlla davvero tutte le leve decisionali.
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Cardinale e la “semi-delega”: il potere senza esposizione
Il cuore del problema è tutto qui. RedBird ha costruito un sistema di “semi-delega” in cui l’azionista mantiene influenza diretta senza assumersi completamente il rischio operativo. È il motivo per cui, davanti al fallimento, Cardinale può permettersi di dire che “hanno speso male i suoi soldi”, quasi fosse un osservatore esterno e non il vertice ultimo della catena decisionale.
Ma questa difesa viene smentita proprio dai numeri e dalla struttura organizzativa del club. Perché se il proprietario interviene nelle scelte strategiche, influenza gli uomini chiave e definisce l’architettura societaria, allora non può chiamarsi fuori quando il progetto fallisce.
Il problema non è solo economico. È culturale. In un sistema capitalistico vero il mercato funziona quando esiste una relazione chiara tra potere, rischio e responsabilità. Se chi esercita il potere può scaricare sistematicamente il costo degli errori sui livelli intermedi, allora non siamo davanti a un modello meritocratico ma a una deresponsabilizzazione strutturale.
Il confronto con Atalanta, Napoli e Inter smonta la narrativa di RedBird
La comparazione dei numeri rende ancora più fragile la narrazione difensiva della proprietà. L’Atalanta ha chiuso il triennio addirittura in attivo con +72,54 milioni, mantenendo competitività europea e valorizzazione tecnica. Il Napoli ha registrato un saldo negativo inferiore al Milan, pur finanziando rivoluzioni tecniche profonde attraverso le cessioni di Kvaratskhelia e Osimhen.
Persino l’Inter, operando sotto vincoli finanziari molto più rigidi, ha mantenuto un disavanzo aggregato contenuto a -54,39 milioni, restando competitiva ai massimi livelli grazie a una struttura tecnica e dirigenziale molto più definita. Il Milan invece ha speso tanto, cambiato continuamente strategia e perso progressivamente competitività. Questo significa che il problema non era la quantità delle risorse ma il modo in cui venivano distribuite e governate.
Cambiare gli uomini senza cambiare il modello non servirà
Ora Cardinale annuncia una nuova ristrutturazione organizzativa. È legittimo. Forse inevitabile. Ma “valutare le persone senza rivalutare il modello è il modo più sicuro per ripetere gli stessi errori con facce nuove”. È probabilmente la frase che sintetizza meglio la crisi rossonera.
Perché il Milan ha già visto questo film. Cambiano i dirigenti, cambiano gli allenatori, cambiano gli uomini mercato. Ma resta immutata la struttura che genera confusione, sovrapposizioni e assenza di responsabilità finale.
La vera domanda non è chi sostituire. La vera domanda è se chi detiene il potere abbia davvero la lucidità di riconoscere fino a dove arriva la propria responsabilità. Dichiarare delusione non basta. Quella la provano anche i tifosi.
Enrico Foscarini, 25 maggio 2026
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