Le parole di Ernesto Maria Ruffini sulla patrimoniale rischiano di trasformarsi in un problema politico ben più grande della singola proposta fiscale rilanciata da Elly Schlein. Perché a mettere nel mirino una delle bandiere storiche della sinistra non è un esponente del centrodestra, ma proprio colui che molti osservatori indicano come una possibile componente moderata e riformista del futuro campo largo.
L’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, per anni simbolo della lotta all’evasione fiscale e protagonista di una stagione caratterizzata dall’incrocio delle banche dati, dalla digitalizzazione dei controlli e dall’affinamento degli strumenti anti-elusione, ha infatti affidato alle pagine del Messaggero una critica durissima all’idea di una nuova imposta patrimoniale. Un intervento che evidenzia quanto profonde siano le divisioni interne al centrosinistra quando si parla di tasse, redistribuzione e crescita economica.
La patrimoniale come scorciatoia politica
Ruffini contesta anzitutto l’approccio con cui il tema viene ciclicamente riportato nel dibattito pubblico. Secondo l’ex numero uno delle Entrate, ogni volta che si torna a parlare di patrimoniale la misura viene presentata come una soluzione rapida per finanziare servizi e diritti senza affrontare i problemi strutturali dell’economia italiana.
Nel suo ragionamento manca inoltre, a suo giudizio, una definizione concreta della proposta. Ruffini osserva che nessuno chiarisce davvero “quali patrimoni, quali aliquote, una tantum o permanente, su beni finanziari o immobiliari, con quali costi amministrativi, quali strumenti di accertamento, quali effetti sugli investimenti e quali rischi di fuga di capitali”. Un elenco di interrogativi che, secondo lui, dimostra come la patrimoniale sia diventata soprattutto un simbolo identitario più che un autentico progetto di politica economica.
La stoccata alla sinistra: crescita prima della redistribuzione
La parte più significativa dell’editoriale è probabilmente quella dedicata alla visione economica della sinistra. Ruffini sostiene che una forza politica che ambisce a governare dovrebbe concentrarsi sulla creazione della ricchezza prima ancora che sulla sua redisuzione.
Per questo afferma che la sinistra dovrebbe lavorare su salari più alti, occupazione qualificata, innovazione, istruzione e investimenti, invece di “cercare scorciatoie fiscali una volta che la ricchezza è già stata prodotta”. Un passaggio che suona come una critica diretta alle recenti aperture di Schlein verso una tassazione dei grandi patrimoni e che mette in evidenza una distanza culturale non trascurabile all’interno della stessa area politica.
Il punto centrale del ragionamento di Ruffini è che il problema non consiste nell’inventare nuove tasse, ma nel decidere quale modello di sviluppo perseguire. Da qui l’avvertimento: quando una comunità politica smette di interrogarsi sul futuro e si limita a discutere di come redistribuire il presente, rischia di perdere non solo le elezioni ma anche la capacità di offrire una prospettiva al Paese.
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L’alternativa indicata dall’ex capo delle Entrate
Le critiche assumono un peso particolare perché arrivano da una figura che nessuno potrebbe accusare di indulgenza verso evasori ed elusori. Durante la sua lunga esperienza all’Agenzia delle Entrate, Ruffini ha costruito gran parte della propria reputazione sul rafforzamento dei controlli e sul recupero del gettito sottratto al fisco.
Proprio per questo colpisce il passaggio in cui ricorda come negli ultimi dieci anni il recupero dell’evasione sia cresciuto sensibilmente, producendo circa venti miliardi di euro in più all’anno rispetto a un decennio fa. Una cifra che, osserva, è paragonabile a quella che molti sostenitori della patrimoniale immaginano di ottenere attraverso un nuovo prelievo.
Da qui nasce una domanda politicamente scomoda: se quelle risorse sono già entrate nelle casse pubbliche, che cosa è stato fatto concretamente? Quali servizi sono stati migliorati? Quali investimenti sono stati realizzati? Quali disuguaglianze sono state ridotte? Per Ruffini il rischio è che il vero problema non sia la mancanza di entrate, ma la capacità di utilizzare efficacemente quelle già disponibili.
Il nodo della progressività fiscale
L’ex direttore delle Entrate non difende affatto l’attuale sistema fiscale. Al contrario, individua un problema proprio nella struttura dell’Irpef.
Ruffini ricorda che oggi l’aliquota marginale massima del 43% scatta già oltre i 50mila euro di reddito e sottolinea come il sistema finisca per non distinguere adeguatamente tra chi guadagna 50mila euro, 500mila euro o addirittura decine di milioni. Per questo sostiene che il confronto dovrebbe concentrarsi sulla reale progressività dell’imposta sul reddito, anziché sulla creazione di nuove imposte patrimoniali.
È forse questo il passaggio che rende ancora più esplosivo il suo intervento. Ruffini non sta contestando il principio costituzionale della progressività, né la necessità di chiedere un contributo maggiore a chi dispone di redditi elevati. Sta invece sostenendo che la patrimoniale rappresenti una risposta sbagliata a un problema reale.
Una grana politica per il campo largo
Le parole dell’ex capo dell’Agenzia delle Entrate arrivano in un momento particolarmente delicato per il centrosinistra. Schlein ha recentemente rilanciato l’idea di una tassazione sui grandi patrimoni in sede europea, mentre Movimento 5 Stelle, area centrista e componenti moderate della coalizione mostrano sensibilità molto diverse sul tema.
In questo contesto, l’editoriale pubblicato dal Messaggero assume inevitabilmente un significato politico che va oltre il merito della proposta fiscale. Se perfino Ruffini, considerato per anni il volto dell’amministrazione tributaria italiana e uno dei più determinati sostenitori della lotta all’evasione, arriva a sostenere che “la patrimoniale non è la risposta”, diventa difficile sostenere che esista una posizione condivisa nel campo largo sulla politica fiscale.
Più che una critica tecnica, quella di Ruffini appare come un vero bombardamento politico contro una delle parole d’ordine più identitarie della sinistra contemporanea. E il fatto che arrivi da una figura che molti immaginano come possibile ponte tra moderati e progressisti rende la frattura ancora più evidente. Se il futuro del centrosinistra passa anche dalla costruzione di una piattaforma economica comune, la discussione sulla patrimoniale dimostra che quella sintesi è ancora lontana.
Enrico Foscarini, 9 giugno 2026
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