I dati pubblicati dal dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia e rielaborati dal Centro Studi Itinerari Previdenziali raccontano un’Italia del fisco molto diversa da quella spesso descritta nel dibattito pubblico. Dalle dichiarazioni Irpef del 2025, relative all’anno fiscale 2024, emerge infatti uno scenario in cui i redditi dichiarati crescono e milioni di contribuenti si spostano verso fasce più alte, mentre parallelamente continua la narrazione di un Paese sempre più povero.
L’analisi firmata da Alberto Brambilla sul Corriere della Sera mette in luce un dato che dovrebbe far discutere: rispetto al 2008 i contribuenti complessivi aumentano di poco più di un milione, ma crescono soprattutto quelli che pagano almeno un euro di imposta, cioè i cosiddetti “versanti”, saliti di oltre 3 milioni. Un segnale che certifica come una parte consistente della popolazione abbia registrato un miglioramento del reddito dichiarato.
Lo slittamento verso le fasce di reddito più alte
Il fenomeno più evidente riguarda proprio la redistribuzione interna dei redditi. Le fasce comprese tra zero e 20mila euro perdono complessivamente oltre 7,5 milioni di contribuenti, mentre quelle tra 20mila e 55mila euro ne guadagnano quasi altrettanti. Una traslazione quasi perfetta che, secondo Brambilla, conferma un progressivo “slittamento verso l’alto” dei redditi.
La fascia tra 20 e 29mila euro cresce di quasi 2 milioni di contribuenti, quella tra 29 e 35mila aumenta di 2,6 milioni e quella tra 35 e 55mila euro sale di altri 2,88 milioni. Crescono anche i dichiaranti con redditi superiori ai 55 mila euro.
Numeri che sembrano entrare in collisione con le statistiche sulla povertà diffuse dall’Istat. Ed è proprio qui che emerge il nodo centrale: se aumentano i redditi dichiarati, perché cresce anche il numero di persone considerate povere dal fisco?
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Il peso fiscale si sposta su chi produce
La risposta che emerge dall’analisi è che il sistema fiscale e redistributivo italiano continua a spostare il peso del welfare su una platea sempre più ristretta di contribuenti. Chi dichiara fino a 20mila euro vede ridursi drasticamente il contributo al gettito Irpef, passato dai 27,5 miliardi del 2008 ai 10,8 miliardi del 2024.
Al contrario, tutte le fasce superiori registrano un aumento consistente delle imposte versate. I contribuenti tra 35 e 55mila euro pagano oltre 25 miliardi in più rispetto al 2008, mentre aumentano sensibilmente anche i versamenti delle fasce sopra i 55mila euro.
Secondo Brambilla, “i nuovi obbligati del fisco”, cioè coloro che superano i 35mila euro di reddito, finiscono per sostenere gran parte della spesa pubblica senza ricevere benefici proporzionati. Nel frattempo, chi rientra nelle fasce più basse continua ad accedere a detrazioni, bonus, assegni e agevolazioni.
Il cortocircuito dei bonus e dell’Isee
Il punto più controverso riguarda però gli incentivi creati negli ultimi anni. L’analisi sottolinea come esista “un’ampia fascia di contribuenti, spesso nell’area grigia, che dichiarano redditi molto bassi, probabilmente per continuare a beneficiare dei sussidi legati all’Isee”.
In altre parole, il sistema del fisco rischia di premiare artificialmente chi resta sotto determinate soglie reddituali, alimentando una distorsione che penalizza chi produce reddito reale e paga imposte elevate. Il risultato è un meccanismo in cui aumentano bonus, detrazioni e trasferimenti, ma diminuisce l’incentivo a crescere economicamente.
È questo il vero paradosso fotografato dai numeri: mentre il reddito medio dichiarato sale, cresce anche la platea di chi vive direttamente o indirettamente di redistribuzione pubblica. Una dinamica che finisce per comprimere ulteriormente il ceto produttivo, già schiacciato da una pressione fiscale tra le più alte d’Europa.
Più redditi, meno libertà economica
La conclusione dell’analisi è netta. I dati fiscali mostrano che non c’è stato un impoverimento generalizzato delle classi meno abbienti o della classe media. Al contrario, si registra una crescita dei redditi dichiarati e uno spostamento verso fasce superiori. Tuttavia, l’aumento continuo di bonus, agevolazioni e trasferimenti pubblici altera la fotografia reale dell’economia e scarica il peso del sistema su chi lavora, investe e produce.
Il problema, dunque, non sembra essere l’assenza di redistribuzione, ma semmai il suo eccesso. Perché più aumenta il numero di persone che ricevono benefici fiscali e sussidi, più si restringe la platea di chi finanzia l’intero sistema. E senza una riduzione seria della pressione fiscale sul lavoro e sull’impresa, il rischio è che il motore produttivo continui a rallentare mentre cresce la dipendenza dall’assistenza pubblica.
Enrico Foscarini, 27 maggio 2026
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Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI


