La misura introdotta con la legge di Bilancio 2024 ha modificato le aliquote di rendimento usate per calcolare la quota retributiva della pensione per i lavoratori iscritti a quattro gestioni pubbliche – Cpdel (dipendenti degli enti locali), Cps (sanitari), Cpi (insegnanti di asilo e scuole elementari parificate) e Cpug (ufficiali giudiziari) – che avevano maturato meno di 15 anni di contributi al 31 dicembre 1995. Durante l’iter parlamentare, dopo le prime proteste, il taglio è stato circoscritto alle sole pensioni anticipate: chi aspetta i 67 anni di vecchiaia non è toccato. Ma per chi vuole – o ha necessità di – lasciare prima, la penalizzazione resta pesante.
La platea cresce anno dopo anno. Secondo i dati riportati nello studio dell’Osservatorio previdenza Cgil, firmato da Ezio Cigna, si passa da 31.500 pensioni coinvolte nel 2024 a 81.500 nel 2025, 147.300 nel 2026, oltre 311mila nel 2029, fino a 732.300 nel 2043. Il grosso dell’impatto cadrà sugli enti locali: su 732.300 pensioni interessate nel 2043, ben 664.200 saranno della Cpdel, la gestione dei dipendenti di Comuni, Province, Regioni e autonomie locali. Il risparmio lordo stimato per le casse pubbliche nel periodo 2024-2043 ammonta a 32,9 miliardi di euro (21,3 miliardi al netto dell’Irpef).
Quanto si perde: i numeri per anno di inizio carriera
La penalizzazione è tanto più pesante quanto più recente è l’ingresso nel mondo del lavoro. Chi ha iniziato a contribuire nel 1983 subisce un taglio annuo che va da 927 euro (con una retribuzione lorda di 30mila euro) a 2.163 euro (con 70mila euro). Già per chi è entrato nel 1987 la perdita può arrivare a 6.173 euro l’anno; per chi ha iniziato nel 1990 sale fino a 9.515 euro; per chi ha iniziato nel 1992 arriva a 11.901 euro.
Il caso limite è quello di chi ha iniziato a lavorare nel 1994: con una retribuzione di 30mila euro la perdita annua stimata è di 6.177 euro; con 50mila euro sale a 10.296 euro; con 70mila euro arriva a 14.415 euro all’anno. Proiettata sull’intera vita da pensionato, la perdita cumulata può toccare 117.363 euro per la fascia di reddito più bassa, 195.624 euro per quella media e 273.885 euro per chi percepiva 70mila euro l’anno.
Fino a 49 anni di lavoro per non perdere nulla
Il punto più delicato non è però solo quanto si perde, ma quanto bisogna lavorare per non perdere affatto. Lo studio simula tre profili concreti di lavoratori pubblici con carriere lunghe, iniziate in giovane età.
Primo caso: nato nel 1968, assunto nel 1987 a 19 anni. Matura il requisito per la pensione anticipata nel 2030, con 43 anni e 4 mesi di contributi; la finestra mobile sposta l’uscita effettiva al 2031, con 44 anni e 1 mese di lavoro. Se vuole però evitare il taglio delle aliquote deve attendere la pensione di vecchiaia nel 2036, a 67 anni e 10 mesi: in tutto 49 anni e 2 mesi di attività.
Secondo caso: nato nel 1970, al lavoro dal 1990 a 20 anni. Raggiunge il requisito per l’anticipata nel 2034 con 43 anni e 7 mesi di contributi; la finestra lo trattiene fino a 44 anni e 5 mesi effettivi di lavoro. Per non subire il taglio dovrebbe aspettare il 2038, a 68 anni: in totale 48 anni e 4 mesi di attività.
Terzo caso: nato nel 1972, assunto nel 1993 a 21 anni. Perfeziona il requisito nel 2037 con 43 anni e 10 mesi; l’uscita effettiva slitta al 2038 con 44 anni e 7 mesi. Per evitare la penalizzazione dovrebbe restare fino al 2040, a 68 anni e 2 mesi: 47 anni e 8 mesi complessivi.
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Le finestre si allungano, la speranza di vita pure
Al taglio delle aliquote si sommano due ulteriori strette. La prima riguarda le finestre mobili: la vecchia attesa era di tre mesi; dal 2025 sale a quattro mesi, nel 2026 a cinque, nel 2027 a sette, fino a nove mesi dal 2028. La seconda viene dalla legge di Bilancio 2026, che non ha bloccato il meccanismo automatico di adeguamento alla speranza di vita, limitandosi ad attenuarlo solo nel 2027 (un mese di aumento invece di tre). Dal 2028 l’incremento torna pieno. Secondo le stime richiamate nello studio, l’età di vecchiaia passerà da 67 anni nel 2026 a 69 anni nel 2050, mentre la pensione anticipata degli uomini salirà da 42 anni e 10 mesi nel 2026 a 44 anni e 10 mesi nel 2050.
Il caso sanità: la salvaguardia non è gratis
Un capitolo a parte merita il personale sanitario. Dopo le proteste del 2023 era stato introdotto un meccanismo di salvaguardia: medici e sanitari possono attenuare o azzerare gli effetti del taglio prolungando l’attività fino ad almeno tre anni oltre il requisito per la pensione anticipata. Anche qui, però, la neutralizzazione del danno ha un costo in anni di servizio aggiuntivi. Secondo l’analisi della Fp Cgil, per evitare la penalizzazione economica sulle pensioni il personale sanitario può arrivare comunque a oltre 46 anni di attività – 46 anni e mezzo, 46 anni e 7 mesi, 46 anni e 10 mesi nei tre casi simulati – in settori già gravati da stress lavorativo, turni e carichi fisici e psicologici rilevanti.
Il paradosso della Cgil
C’è un’ironia strutturale in questo studio che non può sfuggire. La Fp Cgil – sindacato storicamente schierato a sinistra – presenta uno studio in cui le perdite più pesanti colpiscono chi percepiva retribuzioni da 50mila o 70mila euro lordi l’anno, e costruisce la propria denuncia proprio intorno a questi casi limite. Non è una critica: difendere i diritti acquisiti di chiunque, indipendentemente dal reddito, è esercizio legittimo. Ma vale la pena notare che le “vittime” più eclatanti di questa riforma non sono i lavoratori pubblici a basso reddito, bensì quelli con carriere retributive elevate. Esattamente la fascia che in altri contesti la stessa organizzazione sindacale non esiterebbe a indicare come candidata a contribuire di più.
Che lo si valuti come un riequilibrio necessario dei conti pubblici o come un’iniquità intergenerazionale, i numeri sono reali. E meritano di essere conosciuti da chiunque stia programmando la propria uscita dal lavoro.
Enrico Foscarini, 9 maggio 2026
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