La pressione fiscale nel 2025 torna a salire e raggiunge il 43,1% del Pil, un livello che non si vedeva da oltre dieci anni. I dati diffusi dall’Istat mostrano un aumento di 0,7 punti percentuali rispetto al 42,4% del 2024, riportando l’Italia esattamente ai livelli del 2014. Anche il quarto trimestre segna un picco significativo: 51,4%, valore che non si registrava dall’analogo periodo del 2014 quando la pressione fiscale aveva toccato il 52,2%.
In altre parole, il Paese è tornato ai numeri dell’era Renzi, dopo una lunga fase in cui la pressione fiscale era rimasta più contenuta rispetto ai massimi raggiunti negli anni della crisi del debito. Una dinamica che riapre inevitabilmente il confronto con l’andamento degli ultimi venticinque anni, durante i quali il livello più basso resta ancora quello del 39,1% del 2005, record degli ultimi 26 anni che continua a restare saldamente nelle mani del governo Berlusconi dopo il taglio dell’aliquota Irpef sui redditi più elevati. Chissà perché…
Dal picco di Monti fino al nuovo rialzo
La serie storica mostra con chiarezza come la pressione fiscale italiana sia stata fortemente condizionata dalle scelte di finanza pubblica legate alla crisi del debito sovrano. Dopo la discesa dei primi anni Duemila, il biennio 2012-2013 segnò il vero salto in avanti con le manovre correttive che portarono il peso delle tasse oltre il 43% del Pil.
Negli anni successivi si è assistito a una lenta riduzione, proseguita durante la fase di crescita moderata e favorita anche da interventi di alleggerimento fiscale e dall’espansione del Pil nominale. Il dato del 2025 interrompe però questa tendenza e riporta la pressione fiscale su livelli che si pensavano archiviati, mentre il reddito disponibile delle famiglie cala e il potere d’acquisto scende dello 0,8% nel quarto trimestre, segno che il peso del fisco continua a riflettersi direttamente sui consumi.
Deficit/Pil al 3,1%: così è ancora procedura di infrazione
Il secondo punto chiave riguarda i conti pubblici. L’Istat ha confermato che l’indebitamento netto nel 2025 resta al 3,1% del Pil, un dato coerente con la notifica trasmessa a Eurostat il 31 marzo nell’ambito della procedura sui deficit eccessivi.
Messo così, il numero mantiene l’Italia all’interno della procedura di infrazione europea, perché resta sopra la soglia del 3%. In conferenza stampa, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha spiegato che “le nuove stime sui conti saranno contenute nel Documento di finanza pubblica di aprile sul quale abbiamo relazionato il presidente e i vicepresidenti del Consiglio”, lasciando intendere che potrebbero esserci aggiornamenti nelle prossime settimane.
Il decimale che vale 6,4 miliardi
Il problema è che i dati Istat sono esplicitamente coerenti con la notifica di primavera alla Commissione europea, che dovrà essere presentata entro il 22 aprile. Questo significa che il margine di manovra è estremamente ridotto e che tutto si gioca su quel decimo di punto percentuale che separa il 3,1% dal rientro sotto la soglia simbolica del 3%.
Non si tratta solo di un dettaglio statistico. Da quel decimale dipende infatti molto, a partire dalla possibile liberazione di circa 6,4 miliardi di euro tra il 2026 e il 2027, risorse che potrebbero alleggerire i vincoli sui conti pubblici e offrire maggiore spazio di manovra al governo.
I conti pubblici migliorano, ma il prezzo è alto
Nel quarto trimestre del 2025 il saldo del conto delle amministrazioni pubbliche è risultato positivo per l’1,4% del Pil, in netto miglioramento rispetto allo 0,6% dello stesso periodo del 2024. Anche il saldo primario e il saldo corrente sono risultati positivi, rispettivamente al 5,1% e al 6,9% del Pil, segnalando un quadro di finanza pubblica formalmente più solido.
Parallelamente, però, il reddito disponibile delle famiglie scende, la propensione al risparmio cala al 7,8% e il potere d’acquisto arretra, mentre la quota di profitto delle imprese torna a crescere e il tasso di investimento rallenta leggermente. Il risultato è un quadro in cui i conti migliorano sulla carta ma il peso fiscale resta elevato e continua a comprimere la domanda interna.
Il vero nodo resta la crescita
Il quadro che emerge è quello di un’Italia stretta tra vincoli europei e pressione fiscale elevata. Da un lato c’è la necessità di rientrare stabilmente sotto il 3% per uscire dalla procedura di infrazione e recuperare margini di bilancio; dall’altro resta il problema strutturale di una pressione fiscale che torna ai livelli più alti degli ultimi dieci anni.
Finché il Pil non cresce in modo robusto e stabile, ogni miglioramento dei conti rischia di passare inevitabilmente dall’aumento del peso fiscale complessivo. Anche perché alla classe dirigente – sia in Europa che in Italia – non passa lontanamente per la testa di tagliare le tasse abbattendo la spesa pubblica corrente. Ed è proprio questo il nodo che continua a tenere bloccata l’economia italiana da oltre un decennio.
Enrico Foscarini, 3 aprile 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


