Economia

L'ANALISI

Eurispes fuori dalla realtà: il problema è uno Stato che punisce chi produce

Il Rapporto 2026 ignora il vero nodo italiano: tasse troppo alte e sussidi estesi anche ai redditi medi. A pagare sono lavoratori e imprese

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Il nuovo Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes descrive un Paese attraversato da una “fragilità diffusa”, con quasi la metà degli italiani convinta che la situazione economica peggiorerà nei prossimi dodici mesi. Un quadro cupo, costruito attorno all’aumento del costo della vita, alle difficoltà delle famiglie e alla crescita delle rinunce sanitarie. Ma dietro questa fotografia esiste una domanda che il rapporto evita accuratamente di affrontare: perché, nonostante i redditi dichiarati crescano, continua ad aumentare la platea di chi si percepisce fragile?

La risposta probabilmente è molto meno ideologica di quanto suggerisca l’Eurispes. E soprattutto chiama in causa un problema che nel dibattito pubblico italiano viene quasi sempre ignorato: l’espansione incontrollata del sistema dei bonus, delle agevolazioni e dei sussidi anche verso fasce di reddito che fino a pochi anni fa appartenevano pienamente al ceto medio.

Il racconto dell’Italia impoverita non coincide con i dati fiscali

Nel rapporto si sottolinea che il 47,8% degli italiani teme un peggioramento economico, che il 60% delle famiglie arriva a fine mese con difficoltà e che aumentano le rinunce alle cure mediche. Numeri reali, certamente, ma che da soli non bastano a dimostrare un impoverimento generalizzato del Paese.

I dati del dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia, rielaborati dal Centro Studi Itinerari Previdenziali, raccontano infatti una realtà molto diversa. Le dichiarazioni Irpef del 2025 mostrano chiaramente uno spostamento dei contribuenti verso fasce di reddito più alte, con milioni di italiani usciti dall’area sotto i 20mila euro annui.

Le fasce comprese tra 20mila e 55mila euro hanno registrato un forte incremento di contribuenti, mentre aumentano anche coloro che dichiarano oltre 55mila euro. Come ha spiegato Alberto Brambilla, si tratta di un vero e proprio “slittamento verso l’alto” dei redditi dichiarati. Un fenomeno che collide frontalmente con la narrazione di un’Italia sempre più povera.

Il vero nodo è l’allargamento dei sussidi

Il punto che Eurispes sembra ignorare è che oggi in Italia il sistema di welfare non si limita più a sostenere le fasce realmente deboli. Negli ultimi anni si è progressivamente allargato fino a comprendere quote sempre più ampie di popolazione, comprese molte famiglie del ceto medio.

Bonus, detrazioni, assegni, agevolazioni energetiche, sostegni legati all’Isee e trasferimenti pubblici sono diventati una componente strutturale del reddito di milioni di persone. Questo produce un effetto perverso: anche chi non è povero finisce per percepirsi economicamente vulnerabile perché dipende da meccanismi di redistribuzione pubblica sempre più invasivi.

È qui che nasce il cortocircuito italiano. Non siamo davanti soltanto a una crisi economica, ma a una trasformazione culturale in cui lo Stato incentiva la dipendenza fiscale invece della crescita economica autonoma.

Chi produce paga sempre di più

Mentre cresce il numero di cittadini che accedono a trasferimenti pubblici, si restringe progressivamente la platea di chi finanzia il sistema. I contribuenti tra 35mila e 55mila euro annui versano oggi oltre 25 miliardi in più rispetto al 2008, mentre continua ad aumentare il peso fiscale sulle fasce produttive.

In altre parole, il ceto medio che lavora, investe e produce ricchezza è diventato il vero bancomat dello Stato italiano. Ed è proprio questa pressione crescente ad alimentare l’incertezza economica denunciata dall’Eurispes.

Perché chi lavora e crea valore oggi non teme soltanto l’inflazione o le tensioni geopolitiche. Teme soprattutto uno Stato che continua a chiedere di più senza restituire servizi adeguati. Teme un sistema fiscale che punisce ogni avanzamento economico trasformando il successo professionale in una colpa da compensare con tasse più alte.

L’Isee è diventato una trappola economica

L’altro grande tema rimosso dal rapporto riguarda il funzionamento dell’Isee. L’accesso ai benefici pubblici è ormai costruito attorno a soglie che incentivano molti contribuenti a rimanere artificialmente sotto determinati livelli reddituali.

Lo stesso Brambilla parla di “un’ampia fascia di contribuenti, spesso nell’area grigia, che dichiarano redditi molto bassi, probabilmente per continuare a beneficiare dei sussidi legati all’Isee”. Una frase che fotografa perfettamente il problema italiano.

Quando il welfare diventa più conveniente della crescita economica, il sistema smette di incentivare lavoro e produttività. E quando milioni di persone dipendono da bonus e trasferimenti pubblici anche con redditi medi, la percezione di precarietà si espande inevitabilmente.

Non perché il Paese stia crollando, ma perché lo Stato ha costruito un modello economico basato sulla redistribuzione permanente invece che sulla libertà economica.

Meno tasse, non più assistenzialismo

L’Eurispes interpreta l’insicurezza economica come prova della necessità di maggiore intervento pubblico. Ma i dati fiscali suggeriscono esattamente il contrario. Se aumentano i redditi dichiarati e contemporaneamente cresce il disagio percepito, allora il problema non è l’assenza di redistribuzione. È il suo eccesso.

L’Italia non ha bisogno di nuovi bonus o di ulteriori sussidi. Ha bisogno di ridurre drasticamente la pressione fiscale su lavoro, imprese e ceto produttivo. Ha bisogno di lasciare più risorse a chi crea ricchezza invece di ampliare continuamente la platea di chi dipende dalla spesa pubblica.

Perché nessuna economia può reggere a lungo se il numero di persone che finanziano il sistema continua a diminuire mentre aumenta quello di chi riceve trasferimenti. E nessun Paese può crescere davvero se il successo economico viene sistematicamente penalizzato.

La vera fragilità italiana non è quella raccontata dall’Eurispes. È uno Stato che tassa troppo chi produce e distribuisce sussidi sempre più ampi per nascondere i danni provocati dalla propria pressione fiscale.

Enrico Foscarini, 28 maggio 2026

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