Economia

IL REPORT

Salari e inflazione, cosa dicono i dati Inps

Retribuzioni in crescita ma meno dei prezzi. Tenuta dei redditi netti grazie a fisco e produttività. La lettura ideologica di Landini non aiuta

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Il dibattito sui salari in Italia è tornato al centro della scena politica e sindacale, ma come spesso accade rischia di essere dominato più dalle narrazioni che dai dati. L’ultima Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti pubblici e privati dell’Inps offre invece una base solida da cui partire, perché restituisce un quadro articolato e meno ideologico di quanto venga spesso raccontato.

Tra il 2014 e il 2024 le retribuzioni medie nominali dei lavoratori privati sono cresciute del 14,7%, mentre quelle dei dipendenti pubblici dell’11,7%, entrambe sotto il livello dell’inflazione cumulata. Nel 2024 la retribuzione annua media nel settore privato si è attestata a 24.486 euro, contro i 35.350 euro del pubblico. Se però si osservano i soli salari contrattuali e non quelli effettivi, emerge un dato chiave: tra il 2019 e il 2024 il divario tra aumento dei prezzi e crescita dei minimi supera i nove punti. Un problema reale, ma che va interpretato con attenzione.

Produttività, settori e composizione del lavoro

I dati Inps mostrano con chiarezza che i salari non crescono nel vuoto, ma seguono le dinamiche della produttività del lavoro, che in Italia resta frenata da fattori strutturali come la bassa innovazione tecnologica e una composizione settoriale sbilanciata. Non a caso il settore che paga di più è l’industria in senso stretto, dove la retribuzione media è salita da oltre 27 mila euro nel 2014 a quasi 33 mila nel 2024, con una crescita del 21%. All’estremo opposto si collocano alloggio e ristorazione, che restano sotto gli 11.300 euro annui, nonostante una crescita percentuale simile.

Un elemento spesso ignorato nel dibattito pubblico è che l’occupazione è aumentata soprattutto nei settori a basso valore aggiunto, quelli che pagano meno. È una dinamica che spiega più di molte invettive perché la media salariale fatichi a tenere il passo dell’inflazione.

Retribuzioni nette e ruolo del fisco

Il quadro cambia sensibilmente quando si passa dalle retribuzioni lorde a quelle nette. L’analisi Inps evidenzia che tra il 2014 e il 2024 gli incrementi netti sono stati più elevati, soprattutto per le fasce di reddito medio-basse, grazie agli interventi contributivi e fiscali. In pratica, i redditi più alti si sono difesi meglio sul mercato, pur senza recuperare del tutto l’inflazione, mentre quelli medi e bassi, penalizzati sul piano della retribuzione lorda, sono stati sostenuti dalla fiscalità generale fino a ottenere un recupero quasi completo del potere d’acquisto nella fascia mediana.

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Questo dato è centrale per una lettura liberale: il problema non è solo salariale, ma riguarda il funzionamento complessivo del sistema economico, dal fisco alla produttività. Pensare di risolverlo agendo esclusivamente sulla contrattazione significa ignorare metà del quadro.

Gender pay gap: numeri e contesto

Resta marcata la differenza retributiva di genere. Nel settore privato la retribuzione media annua delle donne è pari a circa il 70% di quella degli uomini, con 19.833 euro contro quasi 28 mila nel 2024, anche se la crescita percentuale femminile è stata maggiore nel decennio. Una forbice che è solo in parte spiegata dal minor numero di giornate lavorate e che riflette ancora una volta la concentrazione dell’occupazione femminile nei settori meno remunerativi.

Nel pubblico impiego la situazione è simile, seppur con valori più elevati, e con una quota di donne salita al 61%. Anche qui il differenziale resta, con retribuzioni femminili pari in media al 77% di quelle maschili.

L’ideologia contro i dati

È in questo contesto che arrivano le dichiarazioni sindacali, che finiscono per semplificare eccessivamente una realtà complessa. Secondo il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, “non è possibile rinnovare i contratti ogni tre-quattro anni” e sarebbe necessario arrivare “quasi a una contrattazione annuale dei salari” per garantire “il recupero certo dell’inflazione”. Il riferimento è ai dati Inps che confermano come i salari non abbiano pienamente recuperato il potere d’acquisto dopo la pandemia.

Il rischio di questa impostazione è evidente: ridurre una questione strutturale a una soluzione meccanica, che ignora produttività, composizione del lavoro, vincoli macroeconomici e ruolo del fisco. I numeri dell’Inps mostrano che la realtà è più complessa e che il recupero dei salari passa da crescita, innovazione e mercato, non da scorciatoie ideologiche.

Enrico Foscarini, 16 gennaio 2026

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