Economia
OCCHIO AL PORTAFOGLIO

Banche: il conto della tassa Salvini lo paghiamo noi

Il leader leghista propone un contributo del 5% sugli utili. Più imposte possono pesare su clienti, risparmiatori e dividendi

Segui nicolaporro.it su Google CLICCA QUI
Ascolta l'articolo
0:00 / --:--

La prossima legge di Bilancio rischia di riproporre, ancora una volta, la ricetta più semplice della politica italiana: quando servono risorse, si cercano nuove tasse invece di ridurre la spesa. Questa volta il bersaglio sono le banche, con Matteo Salvini che propone un nuovo contributo sugli utili degli istituti di credito.

«Se noi chiediamo, e come Lega lo chiederemo, un contributo triennale alle prime dieci banche italiane, su un utile di 30 miliardi, ti accontenti di un 5% l’anno», ha detto il vicepremier, spiegando che «sono convinto che l’intera maggioranza ci accompagnerà» nella proposta. Salvini ha poi aggiunto di augurarsi che «l’anno prossimo le banche facciano 40 o 50 miliardi di utili».

Il conto, sulla carta, è presto fatto. Le prime dieci banche italiane per attivo potrebbero chiudere il 2026 con circa 33 miliardi di euro di utili netti. Applicando il 5 per cento indicato da Salvini si arriverebbe a circa 1,65 miliardi l’anno, quasi 5 miliardi nell’arco del triennio. Se gli utili dovessero effettivamente raggiungere i 40-50 miliardi ipotizzati dal vicepremier, il prelievo potrebbe salire a 2-2,5 miliardi l’anno.

Il problema è che un euro incassato dal fisco non equivale necessariamente a un euro di beneficio per l’economia. Soprattutto quando a essere tassata è un’attività privata che produce servizi utilizzati quotidianamente da milioni di persone e remunerazione per milioni di risparmiatori.

Le banche hanno già pagato

La discussione, inoltre, non parte da un settore che negli ultimi anni sia rimasto immune dall’aumento del carico fiscale. Le ultime due leggi di Bilancio hanno già introdotto una serie di interventi che hanno interessato direttamente banche e intermediari finanziari. Nel 2025 il differimento della deducibilità delle DTA e le limitazioni all’utilizzo di perdite ed eccedenze Ace hanno prodotto un effetto finanziario complessivo stimato in circa 4,6 miliardi di euro, anche se una parte rilevante di questa somma costituisce un anticipo di cassa destinato a essere recuperato dagli istituti negli anni successivi.

Con la manovra 2026 il prelievo è diventato ancora più articolato. L’aumento di due punti dell’Irap per banche, assicurazioni e intermediari vale circa 1,13 miliardi nel 2026, mentre l’affrancamento delle riserve costituite nel 2023 in alternativa alla tassa sugli extraprofitti dovrebbe portare circa 1,65 miliardi. Considerando anche le altre misure fiscali, il gettito previsto per il 2026 è nell’ordine dei 4,3 miliardi.

Insomma, prima di chiedere un altro contributo sarebbe quantomeno opportuno chiedersi quanto il settore abbia già versato e, soprattutto, quanto delle somme contabilizzate come maggiore gettito costituisca un prelievo definitivo e quanto invece sia soltanto un anticipo di imposte future.

La tassa non scompare: cambia destinatario

C’è poi una questione economica che nel dibattito politico tende a sparire: le imposte sulle imprese hanno quasi sempre un’incidenza che va oltre l’impresa stessa. Una banca non è un’entità astratta da cui lo Stato può prelevare denaro senza conseguenze. È un’impresa che vende servizi, remunera il capitale, paga dipendenti e investe.

Quando aumenta il costo fiscale dell’attività bancaria, una parte dell’onere può essere trasferita nel tempo sui prezzi dei servizi, sulle commissioni, sulle condizioni applicate alla clientela o sulla remunerazione riconosciuta ai depositanti. Non è una conseguenza automatica e immediata, ma è un meccanismo economico elementare: se aumenta il costo di un’attività, l’impresa ha un incentivo a recuperarlo dove possibile.

C’è poi un altro effetto, forse ancora più significativo per un Paese che vuole aumentare il risparmio e gli investimenti. Tassare gli utili significa ridurre ciò che può essere distribuito agli azionisti sotto forma di dividendi oppure reinvestito dall’impresa. Nel caso delle banche, una parte dei profitti resta inoltre fondamentale per rafforzare il capitale e sostenere nuovi impieghi.

Il punto non è sostenere che le banche debbano essere esentate dalle imposte. È chiedersi se ogni volta che il bilancio pubblico presenta un problema la risposta debba essere un nuovo prelievo sul settore privato.

Il conto delle promesse della maggioranza

La questione diventa ancora più evidente se si guarda alle altre richieste che stanno arrivando dai partiti di maggioranza. La Lega punta sull’estensione dell’aliquota Irpef del 33 per cento alla fascia di reddito tra 50mila e 60mila euro, con un costo stimato nell’ordine dei 3,5-4 miliardi. Sul tavolo c’è poi il pensionamento a 64 anni con 25 anni di contributi, mentre resta anche la proposta di abolire il bollo auto, che vale circa 7,5 miliardi di euro di gettito per le Regioni.

A queste misure si aggiungono gli interventi per famiglie e imprese, il rifinanziamento degli incentivi per il Mezzogiorno e le altre richieste che inevitabilmente si accumulano durante la preparazione della manovra.

È qui che il problema delle tasse sulle banche diventa parte di una questione più ampia. Se ogni nuova spesa o ogni riduzione delle imposte deve essere finanziata da un nuovo prelievo, la pressione fiscale non diminuisce mai: semplicemente cambia il contribuente che paga il conto.

Patuelli: «Preferisco parlare di diritto»

Le banche, naturalmente, non sembrano intenzionate ad accettare senza discutere. Il presidente dell’Abi Antonio Patuelli ha risposto richiamando innanzitutto il principio costituzionale della capacità contributiva.

«Non partecipo al dibattito politico. Non mi rassegno a questo costume e preferisco parlare di diritto», ha detto Patuelli, ricordando che «dal gennaio 2026 è entrata in vigore la legge di Bilancio che prevede oneri aggiunti per le banche e le assicurazioni, con addizionali all’Ires e all’Irap». Il presidente dell’Abi ha quindi richiamato l’articolo 53 della Costituzione, secondo cui tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva.

Al di là dello scontro politico, il punto è proprio questo: prima di introdurre un’altra tassa sarebbe utile capire quale sia il livello di pressione fiscale compatibile con un sistema bancario competitivo, con il credito alle imprese e con la remunerazione del risparmio.

La proposta di Salvini può produrre, nella migliore delle ipotesi, qualche miliardo di gettito. Ma se il prezzo è trasferire una parte del costo sui clienti, ridurre i dividendi o comprimere la capacità degli istituti di accumulare capitale, non si tratta di denaro che arriva dal nulla. È semplicemente un altro giro del conto fiscale sull’economia privata.

E mentre i partiti discutono su chi tassare, resta sullo sfondo la domanda più scomoda: perché, prima di cercare altri miliardi nelle tasche dei contribuenti, non si discute seriamente di quali spese pubbliche ridurre? È la domanda che la prossima manovra, ancora una volta, rischia di lasciare senza risposta.

Enrico Foscarini, 12 agosto 2026

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Iscrivi al canale whatsapp di nicolaporro.it

SEDUTE SATIRICHE

L'ottimismo dell'opposizione - Vignetta del 07/08/2026 - Sedute Satiriche di Beppe Fantin

L'ottimismo dell'opposizione

Vignetta del 07/08/2026
L'inferno è pieno di buone intenzioni