L’ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco, ribattezzato “Dracula” dal centrodestra berlusconiano per le sue ricette fiscali, sorprende tutti con una valutazione inaspettatamente positiva sulla manovra economica del governo Meloni. Proprio lui, simbolo di una cultura economica progressista, teorico delle patrimoniali e ispiratore delle linee del Partito Democratico – da Bersani a Schlein – sembra oggi riconoscere al centrodestra una virtù che mai avrebbe attribuito in passato: la disciplina di bilancio. “La destra non sfascia i conti, un inedito”, ha dichiarato al Foglio. “Per la prima volta nel dopoguerra la destra italiana, moderata, radicale ed estremista, non ha sfondato il bilancio pubblico”, ha aggiunto
Un elogio che ha il sapore del paradosso. Visco, che da sempre sostiene un sistema fiscale di tipo tedesco (con microaliquote che vanno a colpire anche gli aumenti infinitesimali di reddito) e che considera Andrew Laffer un esempio negativo, riconosce a Meloni e Giorgetti una forma di rigore che, secondo lui, storicamente apparteneva alla sinistra.
“La pressione fiscale è cresciuta di un punto”
L’ex ministro non risparmia però le critiche. “Con questo governo la pressione fiscale è cresciuta di un punto percentuale. Dicevano di voler abbassare le tasse ma con il fiscal drag le hanno alzate ai lavoratori dipendenti, mentre non hanno toccato gli autonomi, che sono il grosso dell’evasione”, ha rimarcato
Visco sottolinea come la manovra punti a 11 miliardi di entrate dalle banche in tre anni, tramite un aumento dell’Irap — la stessa imposta che lui stesso introdusse e che Berlusconi definiva “Imposta rapina”. “Evidentemente chi dei berlusconiani la contestava lo faceva solo perché l’avevo fatta io”, ha ironizzato.
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“Manca una visione di sviluppo”
Sulle scelte strutturali della legge di Bilancio Visco è scettico. “Quel che manca a questo governo è la capacità di elaborare un piano di sviluppo, di crescita, che si accompagni a una certa tassazione. Siamo oltre il declino, con un reddito pro capite inferiore di 30 punti rispetto a 25 anni fa”.
Anche sull’aumento delle imposte sugli affitti brevi, l’ex ministro osserva che “si tratta di una misura di pura cassa”, priva di visione economica. Insomma, serve ad aggiustare i conti ma non si tratta di una misura strutturale che preleva il plusvalore laddove viene (forse nella sua ottica anche eccessivamente) prodotto per destinarlo all’acquisizione dei “beni comuni”.
Una “nemesi della destra”
Il punto più interessante delle sue dichiarazioni arriva quando Visco parla di “nemesi della destra”. “Coloro che promettevano di abbassare le tasse in realtà le hanno aumentate, senza dirlo. È una sorta di nemesi”, ha evidenziato. In realtà, gli dispiace di essere ricordato come “l’uomo delle tasse solo perché avevo quegli incarichi e conoscevo il mestiere”.
“Nel mio periodo le tasse le ho ridotte di cinque punti di Pil, recuperandone quattro e mezzo dall’evasione”, ha evidenziato. Tutto vero: è stato lui a restituire l’eurotassa del governo Prodi e nel secondo governo del Professore ha introdotto un minitaglio Irpef per il lavoro dipendente. Il prezzo, però, lo ricordiamo più o meno tutti.
Il paradosso Visco
Ed è qui che qualcosa non torna. L’ex ministro che fece della progressività fiscale e della redistribuzione la sua bandiera, oggi elogia una manovra che aumenta la pressione fiscale e colpisce selettivamente alcuni settori. Che Visco, “l’uomo delle tasse”, arrivi a lodare il rigore di Meloni e Giorgetti è un segno dei tempi.
O forse è il sintomo di un preoccupante cambio di ruoli nella politica italiana.
Enrico Foscarini, 29 ottobre 2025
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