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IL FATTO

Energia, mini-deroga Ue ma senza tagli alle accise

Il maggior deficit è consentito solo per gli investimenti green. In realtà, c'è meno libertà fiscale per gli Stati

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L’Unione Europea apre uno spiraglio sui conti pubblici, ma continua a tenere saldamente il controllo sulle scelte economiche degli Stati membri. La Commissione europea ha infatti deciso di estendere all’energia una parte della flessibilità prevista dalla Clausola nazionale di salvaguardia per la difesa, consentendo agli Stati di utilizzare fino allo 0,3% del Pil all’anno tra il 2026 e il 2028, con un tetto complessivo dello 0,6% del Pil nel triennio.

A prima vista potrebbe sembrare un allentamento dei vincoli di bilancio. In realtà, leggendo attentamente le condizioni poste da Bruxelles, emerge un quadro molto diverso: non si tratta di maggiore libertà fiscale, ma della possibilità di fare nuovo deficit esclusivamente per finanziare le priorità stabilite dalla Commissione.

Più debito consentito, ma solo per ciò che decide Bruxelles

Ad annunciare la misura è stato il commissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis, secondo cui l’obiettivo è utilizzare la flessibilità per “misure che accelerino la transizione e l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili” e che “rafforzino la resilienza strutturale del sistema energetico”.

Il messaggio politico è chiaro: Bruxelles concede spazio di manovra soltanto se la spesa segue il percorso della transizione energetica disegnato a livello comunitario. Non siamo davanti a una restituzione di autonomia fiscale agli Stati, ma all’ennesimo meccanismo in cui il margine di bilancio viene concesso a condizione che venga impiegato secondo priorità definite dall’alto.

Per l’Italia il plafond teorico vale circa 14 miliardi di euro nel triennio, ma le risorse non potranno essere utilizzate liberamente per affrontare il caro energia attraverso strumenti di mercato.

Niente taglio delle accise, niente sconti generalizzati

Il punto più rilevante riguarda proprio ciò che non sarà possibile fare. Dombrovskis ha escluso esplicitamente l’utilizzo della clausola per misure che favoriscano i combustibili fossili. Alla domanda se questo potesse tradursi in riduzioni fiscali sull’energia, la risposta è stata netta: “No”.

In altre parole, Bruxelles è disposta a tollerare più deficit per finanziare incentivi, reti, accumuli, elettrificazione e transizione green, ma non per ridurre il peso fiscale che grava su famiglie e imprese. È una differenza sostanziale. Da un lato si autorizza nuova spesa pubblica; dall’altro si continua a scoraggiare qualsiasi intervento strutturale di riduzione delle imposte energetiche.

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La flessibilità resta sotto tutela europea

Anche sul piano procedurale la Commissione mantiene il controllo dell’intero processo. Gli Stati membri dovranno presentare una richiesta formale e ottenere il via libera delle istituzioni europee. Come ha spiegato Dombrovskis, “gli Stati membri devono presentare domanda per la Clausola nazionale di salvaguardia” e chi l’ha già attivata per la difesa dovrà chiederne l’estensione.

La clausola, formalmente, “non obbliga a fare nulla”, ma nella pratica delimita rigorosamente ciò che può essere finanziato. La conseguenza è che qualsiasi margine fiscale continua a dipendere dall’approvazione di Bruxelles e dall’allineamento agli obiettivi comunitari.

Il paradosso della politica energetica europea

La narrativa ufficiale parla di strumenti aggiuntivi per affrontare la crisi energetica. Eppure il meccanismo scelto evidenzia il paradosso della politica europea: si consente agli Stati di aumentare il debito, ma non di ridurre in modo significativo la pressione fiscale che pesa sui consumatori.

L’orientamento che emerge è quello di sostituire gli interventi orizzontali con misure selettive e sussidi mirati. Lo stesso Dombrovskis ha osservato che tra gli interventi ammissibili “possono quindi esserci misure di sostegno alle famiglie”, purché coerenti con la strategia di transizione energetica.

Il risultato è una flessibilità fortemente condizionata, nella quale la sovranità fiscale nazionale rimane limitata e il baricentro delle decisioni continua a essere rappresentato dalle istituzioni europee.

Giorgetti rivendica il risultato, ma i vincoli restano

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha accolto positivamente la proposta della Commissione, sostenendo che Bruxelles abbia recepito “le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato”.

Resta però il nodo politico di fondo. L’apertura europea non modifica l’impianto generale della governance economica comunitaria: gli Stati possono ottenere margini aggiuntivi, ma solo all’interno di un quadro rigidamente definito. Più spazio per spendere, dunque, ma non necessariamente più libertà per scegliere come utilizzare le risorse. Ed è proprio questa la differenza tra una vera autonomia fiscale e una flessibilità concessa sotto stretta supervisione europea.

Enrico Foscarini, 3 giugno 2026

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