Energia

L'ANALISI

Crisi energetica, l’Europa è in braghe di tela

A rischio le forniture di carburanti e jet fuel. Rimborsi selettivi per chi non vola. Ue divisa mentre Germania e Olanda agiscono da sole

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L’Europa torna a scoprire tutta la propria fragilità proprio nel momento in cui servirebbe compattezza. La crisi energetica innescata dalla guerra in Medio Oriente ha messo a nudo un continente incapace di fare squadra, dove ogni governo si muove in autonomia per difendere i propri interessi. E mentre Bruxelles prova a coordinare, la realtà è che il mercato unico si frammenta sotto pressione, con i Paesi più forti che prendono iniziative unilaterali.

Le parole arrivate da Bruxelles fotografano bene la situazione: “Al di là dell’attuale crisi, dobbiamo anche essere pronti ad affrontare eventuali shock futuri. Valuteremo se sia necessario introdurre un obbligo di scorte minime per il carburante per aerei”. Un’ammissione implicita che l’Europa non è pronta, né oggi né domani.

Carburante a rischio

Il punto non è solo industriale o macroeconomico. È concreto, quotidiano. “Non siamo in una situazione pericolosa ma c’è la possibilità di una carenza di jet fuel che potrebbe influenzare ogni cittadino”, viene spiegato ai vertici europei. Il messaggio è chiaro: la crisi energetica può colpire direttamente mobilità, trasporti e vita quotidiana.

Si parla già apertamente di possibili problemi di approvvigionamento nel breve termine e di squilibri strutturali tra domanda e offerta nel medio periodo. “Dobbiamo essere pronti a evitare le file alle stazioni di servizio e parlare di come eliminare in maniera permanente questo problema”, è l’avvertimento. Ma il fatto stesso che si evochino scenari da economia di guerra racconta quanto sia fragile il sistema.

Nel frattempo, Bruxelles annuncia nuovi strumenti di monitoraggio e ipotizza interventi sul mercato, come il divieto di pratiche di arbitraggio sul carburante. Anche qui emerge una contraddizione: si tenta di correggere con regole aggiuntive le distorsioni create da un sistema già iper-regolato.

Niente rimborsi per carenza di jet fuel

La carenza di carburante è “una circostanza straordinaria” e, per questo, non dà necessariamente diritto al risarcimento in caso di cancellazione del volo. Diversamente, se un volo viene annullato a causa dell’eccessivo costo di jet fuel, il diritto al risarcimento sussiste, non essendo quest’ultima una circostanza straordinaria.

È quanto ha dichiarato il commissario Ue ai Trasporti Apostolos Tzitzikostas al termine della videocall dei ministri dei 27. Il commissario ha anche aggiunto un dato: “In questa fase il mercato gestisce la pressione e non ci sono indicazioni di ammanchi veri e propri” di jet fuel.

Hormuz, il vero nodo globale

Il vero convitato di pietra resta la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Senza un ritorno alla normalità, “le conseguenze saranno catastrofiche per l’Europa e per il mondo”. Non è una formula retorica, ma la constatazione che le catene di approvvigionamento energetico europee dipendono ancora in modo critico da rotte geopolitiche instabili.

Per tamponare l’emergenza, l’Europa sta aumentando gli acquisti di carburante dagli Stati Uniti. Una soluzione tampone che però evidenzia un’altra debolezza strutturale: la dipendenza esterna non diminuisce, cambia solo direzione.

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Germania e Olanda: ognuno per sé

Nel vuoto di una strategia comune, i Paesi più solidi si muovono in autonomia. La Germania tratta la crisi come una questione di sicurezza nazionale. “Il nostro obiettivo è chiaro: l’economia tedesca e i cittadini devono poter fare affidamento sul fatto che la fornitura di prodotti essenziali resti garantita”, viene dichiarato, mentre si prepara la convocazione del Consiglio di sicurezza. Berlino interviene su prezzi, accise e approvvigionamenti, mentre i cittadini iniziano a cercare carburante oltreconfine. Un comportamento razionale a livello nazionale, ma che mina ulteriormente la coesione europea.

Non va diversamente nei Paesi Bassi, che attivano il piano anti-crisi con misure fiscali, sostegni mirati e possibili razionamenti futuri. Anche qui la logica è chiara: proteggere il sistema interno prima di tutto. Il governo mette sul tavolo miliardi per attutire l’impatto dei rincari, rivede incentivi e prepara ulteriori interventi. Il risultato complessivo è evidente: l’Europa esiste finché tutto va bene, ma si dissolve quando arrivano le crisi.

Economia in frenata e investimenti bloccati

Le conseguenze si vedono già nei dati. L’indicatore Zew tedesco, il termometro della saluta dell’economia della Germania, segnala un netto peggioramento delle aspettative economiche, con valori in territorio negativo e un clima di sfiducia crescente. “Le imprese sono preoccupate per la carenza di approvvigionamento energetico a lungo termine, il che scoraggia gli investimenti”, viene spiegato.

Industria chimica, metallurgia, costruzioni: tutti i settori più energivori soffrono. Quando le forniture di energia diventano incerte e costose, l’economia si ferma. E gli interventi pubblici, per quanto massicci, non riescono a compensare un problema strutturale.

Il prezzo dell’assenza di visione

Il quadro che emerge è quello di un’Europa in braghe di tela, incapace di prevenire le crisi e ancora meno capace di reagire in modo unitario. Si rincorrono piani d’emergenza, osservatori, divieti e sussidi, ma manca una strategia credibile di lungo periodo.

Nel frattempo, i Paesi più forti si difendono da soli, mentre gli altri restano esposti. È la fotografia di un continente che continua a parlare di integrazione, ma che nei momenti decisivi torna a essere una somma di interessi nazionali in competizione tra loro.

Enrico Foscarini, 21 aprile 2026

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