Il sole produce energia pulita, ma quando i pannelli fotovoltaici arrivano a fine vita il business che si apre è tutt’altro che sostenibile. È un settore opaco, attraversato da traffici illegali, costi elevati e carenze strutturali che rischiano di trasformare una delle tecnologie simbolo della transizione energetica in un problema ambientale e industriale di grandi dimensioni. Una delle tante follie green generate da politiche pubbliche costruite più sulla spinta degli incentivi che su una visione completa del ciclo economico.
L’Italia è tra i Paesi europei con il maggior numero di impianti installati, proprio grazie agli incentivi pubblici degli anni passati e alle politiche di sostegno alle rinnovabili. Secondo i dati del Gestore dei servizi energetici, sul territorio nazionale sono attivi circa 1,875 milioni di impianti per oltre 37 gigawatt di potenza complessiva, un numero destinato ad aumentare nei prossimi anni. Parallelamente cresce però anche il problema dello smaltimento: “Si stima che da qui a breve tra le 90mila e le 120mila tonnellate di pannelli a fine vita dovranno essere gestite ogni anno”, ha spiegato Jacopo Morrone, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti.
Il punto è che l’espansione drogata dagli incentivi ha prodotto non solo energia, ma anche un enorme stock di future passività ambientali. In altre parole, i sussidi pubblici hanno contribuito a creare un mercato secondario fatto di smaltimento costoso, margini artificiali e, inevitabilmente, opportunità per l’illegalità.
Il mercato nero nato dalla transizione
Per legge i moduli fotovoltaici rientrano nei RAEE, cioè rifiuti elettronici, e devono essere sottoposti a procedure di trattamento rigorose e tracciate. Il problema è che l’intera filiera presenta vulnerabilità: raccolta, trasporto, stoccaggio ed export. Non sorprende quindi che il traffico illecito di rifiuti sia oggi uno dei business criminali più redditizi in Europa, come evidenziato dai report di Europol, con volumi d’affari inferiori solo a narcotraffico, contraffazione e tratta di esseri umani. In Italia il comparto clandestino vale almeno 20 miliardi di euro l’anno.
Il meccanismo è relativamente semplice ma estremamente profittevole. I pannelli esausti, che dovrebbero essere smaltiti come rifiuti speciali, vengono manipolati attraverso falsi documenti e matricole alterate per risultare apparecchiature usate funzionanti. A quel punto vengono esportati verso Paesi africani come Senegal, Mali, Burkina Faso e Mauritania, ma anche verso Nigeria, Marocco o mercati extra-africani come la Turchia e la Siria.
Smaltire legalmente una tonnellata di moduli può costare fino a 500 euro, mentre il circuito illegale consente di trasformare quel costo in profitto, con guadagni che possono arrivare a 50mila euro a tonnellata grazie alla rivendita. Non stupisce che questo settore abbia attirato l’interesse della criminalità organizzata e di reti internazionali di intermediari. Ancora una volta, dove la regolazione crea costi elevati e incentivi distorti, nasce un mercato parallelo.
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Le inchieste giudiziarie degli ultimi anni hanno mostrato la presenza di filiere parallele capaci di intercettare i pannelli prima che arrivino agli impianti di recupero. In alcuni casi i moduli risultavano formalmente distrutti, consentendo agli operatori di chiudere il ciclo e accedere agli incentivi pubblici, mentre in realtà venivano rivenduti all’estero. Operazioni investigative hanno portato al sequestro di migliaia di pannelli per valori superiori a 40 milioni di euro.
Il salto di scala avviene soprattutto quando i carichi partono dai porti italiani di Genova, Livorno e Napoli. Ufficialmente si tratta di apparecchiature di seconda mano, ma spesso sono rifiuti non conformi destinati a Paesi che non hanno infrastrutture adeguate per gestirne il fine vita. Il risultato è un trasferimento del rischio ambientale fuori dall’Europa che contraddice lo spirito delle norme internazionali sul traffico dei rifiuti. Un altro degli effetti negativi delle follie green.
Rifiuti a iosa, una delle tante follie green
Il problema non riguarda solo l’illegalità ma anche la capacità industriale di gestire i volumi futuri. Entro il 2050, solo in Italia, si dovranno smaltire circa due milioni di tonnellate di pannelli solari. La fase più critica arriverà tra il 2027 e il 2033, quando giungeranno a fine vita gli impianti installati nel periodo degli incentivi pubblici tra il 2010 e il 2013.
Oggi in Italia esistono pochi impianti in grado di trattare pannelli fotovoltaici su scala significativa e il problema resta soprattutto economico. Smontaggio, trattamento e recupero richiedono investimenti rilevanti e possono essere sostenuti solo da operatori con grande capacità finanziaria. Finché abbandonare o smaltire illegalmente resterà più conveniente, sarà difficile costruire una filiera solida. Anche questo è l’effetto collaterale delle follie green, politiche costruite senza considerare i costi reali lungo l’intero ciclo di vita.
Transizione energetica e realtà economica
La diffusione del fotovoltaico continuerà a crescere, anche perché la tecnologia migliora rapidamente e i nuovi modelli sono più efficienti e meno costosi. Questo accelera il ricambio degli impianti e aumenta la quantità di rifiuti prodotti. Senza una filiera industriale strutturata e controlli efficaci, il rischio è che una parte della transizione energetica si trasformi in un problema ambientale e in un’opportunità per l’economia illegale.
Le follie green, in questo caso, non stanno nell’energia solare in sé, ma nell’idea che basti distribuire incentivi pubblici per creare un settore sostenibile. Quando i sussidi generano crescita artificiale senza responsabilità sul fine vita dei prodotti, il conto arriva sempre dopo. E spesso lo pagano i contribuenti, l’ambiente e la legalità.
Enrico Foscarini, 14 febbraio 2026
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