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Le tasse sono bellissime… quando sono gli altri a pagarle

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Nel 1781 il signor Jacques Necker, cittadino ginevrino, protestante, banchiere ed economista, padre fra l’altro di Madame de Stael, fa un atto che definire di coraggio è un eufemismo. Pubblica infatti, non da ministro, ma da semplice “Consigliere delle Finanze e direttore generale del Tesoro reale” il bilancio annuale dello Stato francese.

Atto di pura temerarietà, in quanto detto bilancio poteva denunciare la situazione finanziaria dello stato e dei responsabili degli sprechi. Per evitare di spaventare i creditori cercò allora di eliminare le voci passive nella speranza di indurre all’acquisto dei buoni statali, dimenticandosi però che era difficile spiegare perché chiedesse soldi in prestito se il bilancio era in attivo. Inoltre, dimenticò di cancellare gli sprechi di corte. Le sole pensioni dei cortigiani del re infatti ammontavano a 38 milioni di livre (moneta francese dell’epoca). L’allora re di Francia Luigi XVI si offese per la pubblicazione del bilancio pubblico, licenziò Necker e lo sostituì con Charles de Calonne.

La figura di Luigi XVI ultimamente è stata notevolmente rivalutata dagli storici. Da persona debole ed insensibile alla povertà dei suoi sudditi, ultimamente si è capito che in realtà il re era una persona di vasta cultura e principi. Abolì infatti la tortura nei tribunali e nelle carceri e cercò anche di modernizzare il regno, mai però aiutato dalla sua corte. Nobili e clero infatti, terrorizzati dall’idea di perdere parte delle rendite fondiarie o di dover pagare le tasse da cui erano esenti, ostacolarono ogni tipo di possibile riforma, non capendo di essere decisamente in ritardo sui tempi, in quanto l’illuminismo stava facendo proseliti. E questo a molti di loro costerà davvero caro. Luigi XVI non riuscì mai a colmare quella frattura insanabile fra Versailles ed il popolo e pagò per gli errori suoi ma soprattutto per quelli commessi dai suoi predecessori nella gestione dello stato francese.

La Francia dell’epoca assomigliava in parte all’Italia di oggi. Tra il 1754 e il 1789 si succedettero in Francia ben 19 direttori delle finanze. Molti saltarono a causa di parecchi provvedimenti dimostratisi poi fallimentari. Senza contare poi la contraddittorietà dei provvedimenti che venivano emanati. Le casse erano dissanguate dal costo di Versailles e dalle guerre, specie l’ultima che fu persa contro l’Inghilterra e che costò alla Francia una parte importante del proprio impero e la metà del suo intero bilancio annuale solo per l’ammortamento dei debiti contratti per farla. Nel 1787 il debito pubblico arrivò ad ammontare a 1.646 milioni di livre, con un deficit annuale in continua crescita e nessuno più disposto a finanziarlo. Quello che successe poi, lo sappiamo. Convocazione degli Stati generali, Rivoluzione francese, ghigliottina per il re e così via.

In Italia la situazione lato bilancio dello stato non è molto diversa. Indebitamento al 160% del PIL (rispetto al 134% del 2019), governi che sembrano un porto di mare con gente che viene e gente che va (o che per un po’ resta ma cambia la maggioranza che lo sostiene) e ministri delle finanze o commissioni varie che cambiano di continuo (commissione Colao, Stati Generali vi dicono qualcosa?) con scarsi risultati nella capacità di stimolare la crescita o aumentare l’occupazione.

Oggi parliamo molto della grande opportunità di ricevere i 209 mld del Recovery, ma bisognerebbe sempre ricordare che 127,4 sono prestiti e solo 81,4 sussidi, non certo un pasto gratis ed i prestiti, anche se sono a basso tasso di interesse, vanno sempre ripagati. Ma quali sono le prospettive del debito pubblico italiano nei prossimi anni?

Sicuramente il Quantitative Easing della BCE aiuta. Il costo del debito è calato dal 4,8% del 2002 al 3,5% del 2020, e la prospettiva di un ulteriore calo al 2,9% nel 2022 non può che essere di aiuto per un paese come il nostro che si trova pericolosamente vicino a perdere il rating Investment Grade. Certo, sarebbe bene ragionare anche in un’ottica di crescita del PIL e non di sola gestione del costo del debito.

Ma la crescita qui da noi è da molti anni decisamente anemica. Dal 2000 al 2018 il PIL italiano è cresciuto in media dello 0,2%, 7 volte in meno dell’area Euro. Se si riusciranno a fare gli investimenti previsti dal Recovery Plan, qualche speranza di recuperare parte del gap verso l’Eurozona c’è, ma l’incertezza sull’implementazione di questi investimenti è ancora ben lungi dall’essere superata.

È proprio di questa settimana la notizia che l’ANAC è preoccupata di vedere indeboliti alcuni suoi poteri e se a Venezia preferiamo veder irreparabilmente danneggiati i mosaici di San Marco pur di non snellire la burocrazia per la realizzazione delle opere atte a proteggerli, possiamo ben capire lo scetticismo che c’è verso la riuscita di questa impresa a dir poco titanica. Rimane l’inflazione, coi rischi che ben sappiamo e va tenuto conto del fatto che è un fattore che non dipende solo dalla BCE ma anche da scelte dei singoli governi e fattori demografici e geopolitici.

Il top sarebbe che tutti gli attori della politica italiana capissero che l’obiettivo di portare il debito entro la media europea stimolando la crescita, una crescita che porti una sana inflazione da sviluppo e non dovuta a fattori esogeni, e che tutto questo venga sentito come l’unica vera priorità. Ma quando leggo che in nove anni siamo stati in grado di realizzare solo il 20% degli impianti per la gestione dei rifiuti nonostante questi fossero già finanziati, e che per gli interventi sopra i 10 milioni questo tasso di completamento si riduce ad un quarto, non posso essere certo votato all’ottimismo.

 

Alessio Benaglio

 

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