Economia e Logistica

PALLONE IN CRISI

Gattuso, il CT grintoso in un sistema da rifondare

Gattuso è il nuovo CT della Nazionale. Eredita un calcio italiano allo sbando. Ecco le sfide economiche che lo attendono

Gennaro Gattuso Milan e con la maglia della nazionale italiana Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Gennaro “Ringhio” Gattuso è il nuovo commissario tecnico della Nazionale italiana. Una scelta che ha il sapore del coraggio, della disperazione o forse, più semplicemente, dell’ultimo appiglio identitario in un momento di profonda crisi. Campione del mondo nel 2006 e simbolo del Milan berlusconiano, Gattuso non è stato mai un talento sopraffino. Ma ha compensato limiti tecnici evidenti con una feroce determinazione. Quella stessa attitudine che ora dovrà mettere al servizio di un progetto più grande di lui: salvare il calcio italiano da un possibile baratro.

La Nazionale è infatti sull’orlo di una mancata qualificazione al terzo Mondiale consecutivo. Ma il problema non è (solo) la panchina: è l’intero sistema a essere in crisi, a partire dalle sue fondamenta economiche. Gattuso eredita una situazione simile, per certi versi, alle tante difficoltà incontrate da allenatore, quando ha guidato squadre tra fallimenti finanziari e caos dirigenziali: Pisa, Ofi Creta, Valencia, Hajduk Spalato, Olympique Marsiglia. Anche quando ha trovato una parvenza di stabilità, come al Napoli, ha pagato con l’esonero una mancata qualificazione in Champions nonostante la vittoria di una Coppa Italia.

Ora, alla guida degli Azzurri, dovrà misurarsi con un panorama ancora più desolante.

Una Serie A che cresce, ma arranca

Secondo l’ultimo report Deloitte, la Serie A ha fatto registrare un aumento dei ricavi nella stagione 2023/24: +2%, per un totale di 2,9 miliardi di euro. Un dato in crescita, sì, ma che nasconde debolezze strutturali. A fronte di un boom nei ricavi commerciali (+9%, pari a 1 miliardo), i diritti televisivi – principale fonte di sostentamento per molti club – sono in calo del 2%, scesi a 1,5 miliardi.

La stabilizzazione finanziaria sembra timida: i costi salariali sono saliti a 2 miliardi (+4%), ma il rapporto con i ricavi (68%) resta su livelli “accettabili”. La Serie A ha prodotto un utile operativo di 40 milioni e ridotto le perdite ante imposte a 300 milioni, segnale che qualcosa si muove. Tuttavia, la distanza con i top campionati resta siderale: la Premier League ha incassato 6,3 miliardi di sterline, oltre il doppio.

In Europa, il calcio professionistico ha raggiunto i 38 miliardi di euro di fatturato, ma la Serie A resta al margine del treno dei grandi. Un gap aggravato da stadi obsoleti, governance fragile e pochi brand realmente internazionali.

Serie B e Serie C: l’agonia delle “provinciali”

Il vero dramma, però, si consuma nelle serie inferiori. In Serie B e C non si parla più di bilanci in rosso, ma di vera agonia finanziaria. La Lega Pro ha bruciato in media 120 milioni di euro l’anno nelle ultime cinque stagioni. La Serie B, 20 squadre per un rosso medio di oltre 15 milioni annui, è appesa ai contributi della A.

Dal 2018 a oggi il rosso cumulato delle 80 squadre tra B e C ha superato 1,5 miliardi di euro. Mancano mecenati, mancano bacini d’utenza, mancano strategie commerciali. Al loro posto, spesso, ci sono fondi speculativi, imprenditori senza garanzie o semplici avventurieri.

Il risultato è una catena ininterrotta di penalizzazioni, esclusioni, ricorsi e fallimenti. La Lucchese è fallita per la quarta volta in 17 anni, il Messina ha lanciato una sottoscrizione popolare per pagare gli stipendi, la Spal non si è potuta reiscrivere al campionato. Le penalizzazioni per la stagione 2025/26 sono già una realtà: Trapani (-8), Triestina (-9), Messina (-14). E il Foggia è in amministrazione giudiziaria per infiltrazioni criminali.

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Una Nazionale senza fondamenta

In questo contesto desolante Gattuso dovrà ricostruire un’identità nazionale senza una filiera credibile. Il presidente federale Gabriele Gravina – lo stesso che ha presieduto al fallimento delle riforme – resta al suo posto. Le giovanili sono depotenziate, i settori tecnici trascurati, i vivai delle grandi squadre popolati da stranieri presi in saldo.

Gravina è l’ennesimo presidente della Federcalcio che proviene dalla Serie C, la stessa che elegge sistematicamente i presidenti federali con un sistema di voto in cui la Serie A – pur rappresentando la quasi totalità dell’interesse mediatico ed economico – conta pochissimo. Sono infatti le società di Serie C e D, spesso politicizzate e legate a logiche di potere territoriale e clientelare, a determinare l’elezione del presidente della Figc. Quelle stesse squadre che sopravvivono in un sistema drogato, inefficiente e profondamente conservatore.

La Serie A, nonostante sia il motore economico e sportivo dell’intero sistema, resta prigioniera di un meccanismo che la marginalizza nel momento delle decisioni cruciali (e dal quale tende ad autoescludersi recitando il ruolo della “zona franca”). E questo spiega perché il calcio italiano continui a essere amministrato da figure espressione di un mondo che vive al di fuori delle logiche di mercato e delle dinamiche di élite sportiva come la creazione di una SuperLega che tuteli in campo europeo gli interessi di Milan, Juventus e Inter.

La grinta non basta, serve una rivoluzione

La scelta di Gattuso alla guida della Nazionale è coerente con lo spirito di resistenza che il calcio italiano sembra voler opporre all’evidenza del declino. Ma la grinta non basta. Servono scelte politiche coraggiose, riforme vere, una governance finalmente all’altezza.

Gattuso ha affrontato la tempesta per tutta la sua carriera da allenatore. Ora, però, è chiamato a navigare un mare in piena burrasca senza sapere se ci sia ancora una rotta. La speranza è che almeno provi, da uomo, prima che da tecnico, a non affondare con la nave.

Enrico Foscarini, 16 giugno 2025

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