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Imprese tedesche al tappeto, guai in arrivo per l’Italia

Boom di insolvenze. Ristoranti in crisi, trema l’industria. Così il rigore trasforma la Germania in uno zombie

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Imprese tedesche al tapppeto

Nuova catena di fallimenti in Germania, vittima del cieco rigore e dell’ossessiva austerity che lo stesso governo di Olaf Scholz impone alla Bce di Christine Lagarde e all’Unione europea. Fino cadere in recessione.

La vicenda è presto riassunta: in Germania, secondo l’Ufficio Federale di Statistica, l’autorevole Destatis, lo scorso ottobre sono esplose le richieste di insolvenza: +22,4% su base annua.

Ultima in ordine di tempo a essere nuovamente al collasso con i suoi 15mila dipendenti è la catena di grandi magazzini Galeria Karstadt Kaufhof. Si potrebbe pensare che il commercio paghi la concorrenza dei giganti dello shopping online come Amazon, ma non è solo questo.

La morsa dell’austerity e dei tassi di interesse alle stelle hanno infatti strozzato anche realtà produttive come Bree, che nella sua sede di Amburgo cuce quelle borse amate anche dallo stesso Cancelliere tedesco.

Senza contare la diffusa moria di bar e ristoranti. Un comparto da tempo in difficoltà sul fronte delle entrate, a cui Berlino ha dato il colpo di grazia, cancellando il taglio dell’Iva concesso durante la pandemia Covid.

Sarebbero così ormai più di 15mila gli esercizi zombie, secondo una stima del Crif; a conti fatti più di uno su dieci. Ma anche il settore dei giocattoli ha già alzato bandiera bianca con il gruppo Haba, azzoppato dai costi delle bollette e del legno con cui realizza i suoi prodotti.

L’elenco potrebbe proseguire sfogliando i ripetuti allarmi sulla stampa tedesca, ma quello che qui ci importa sottolineare è come la Germania si stia facendo male da sola.

Un autolesionismo, accentuato dal “nein” della Corte Suprema di Karlsruhe alla prospettiva di contrarre nuovo debito, che ha già spinto la sua economia in recessione (-0,4%) nel 2023 e che quest’anno la condannerà a una crescita miserevole: +0,6% la stima degli analisti e ancora meno dello 0,7% dell’Italia.

C’è però poco da stare allegri. Perché la Germania, oltre ad essere il primo azionista dell’Unione Europea per peso economico, è anche un grande partner commerciale dell’Italia. Quindi un crollo dei consumi nei suoi lander non può che penalizzare l’export del made in Italy. Per non parlare del turismo.

La soluzione sarebbe a portata di mano, basterebbe che la Bce di Christine Lagarde spingesse per un attimo lo sguardo oltre il proprio statuto e il mantra di riportare subito l’inflazione al 2%. E che abbassasse i tassi di interesse con la stessa rapidità con cui li ha fatti gonfiare ai massimi di sempre.

Per approfondire leggi anche come la crisi di Suez sta facendo grippare l’auto e mette a rischio il made in Italy. Qui, invece, un ulteriore fattore di instabilità per l’economia mondiale all’insegna di dazi e protezionismo: la guerra degli alcolici contro Bruxelles sferrata dalla Cina. Qui invece che cosa dovrà fare l’Italia con il debito dopo l’ok al Patto di Stabilità.

I falchi del rigore, insieme al lettone Valdis Dombrovskis, che siede alla vicepresidenza della Commissione Ue, fanno l’esatto contrario. E minacciano per giugno la procedura di infrazione ai Paesi più indebitati, come l’Italia, in forza del nuovo Patto di Stabilità.

 

 

 

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