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Tutti possono essere ricchi

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Nel 1929 moltissimi americani avevano guadagnato dall’investimento in azioni ma ancora tanti erano esclusi dal mercato a causa delle loro scarse finanze.

Fu così che quando durante l’estate il giornalista Samuel Crowther intervistò John J. Raskob, dirigente del settore finanze della General Motors nonché presidente del comitato nazionale del partito democratico, e gli chiese come una persona qualsiasi potesse sfruttare le occasioni per accumulare una fortuna, egli affermò che “ogni persona disposta a risparmiare 15 dollari al mese e a investirli in buone azioni ordinarie, dopo vent’anni, avrebbe ottenuto sugli 80.000 dollari”; il rendimento sottostante, 24% annuo, non aveva precedenti ma – nell’atmosfera degli anni Venti (the Roaring Twenties come venivano definiti) – la prospettiva sembrava plausibile.

Tutti possono essere ricchi

Sappiamo tutti come è andata a finire: il 3 settembre 1929 (pochi giorni dopo l’intervista) l’indice Dow Jones toccò il massimo storico a 381,17 punti.

Poche settimane dopo però i titoli crollarono e i successivi 34 mesi videro il declino più devastante nel mercato azionario dell’intera storia americana: l’8 luglio 1932 il Dow Jones aveva raggiunto quota 41,22… un crollo dell’89%.

I risparmi di milioni di persone erano stati spazzati via dalla crisi (moltissimi poi si erano indebitati per comprare azioni e finirono in bancarotta); l’America era sprofondata nella peggiore recessione (e depressione) della sua storia.

Da quel momento Raskob fu additato come uno dei responsabili della crisi per aver consigliato l’acquisto di azioni in un momento in cui i prezzi dei titoli  erano già troppo elevati (valutazione  fatta  a  posteriori  ovvio)  e divenne l’emblema di quegli stolti che consideravano il mercato azionario come sicuro mezzo per arricchirsi.
Ma fu un verdetto giusto? In effetti, no!:

Se un risparmiatore avesse investito pazientemente 15 dollari ogni mese in azioni, dopo solo 4 anni tale valore avrebbe superato quello ottenuto da chi avesse investito la stessa somma in Buoni del Tesoro! Dopo circa 20 anni il valore sarebbe stato di 9.000 dollari e dopo 30 anni di circa 60.000 per un rendimento (al trentesimo anno) del 13% annuo, di gran lunga maggiore rispetto a quello di chi si fosse prudentemente affidato solo a obbligazioni o titoli di stato” (da Stocks for the long run di Jeremy J. Siegel).

La differenza, come al solito, la fanno il tempo e la pazienza oltre che la disciplina di mantenere l’investimento anche in momenti di panico, in cui tutti si è portati a vendere per salvare il salvabile.

In questi giorni due articoli, uno apparso sul sito howmuch.net e l’altro sul Corriere della Sera, hanno attratto la mi attenzione: in entrambi si parla degli uomini più ricchi del mondo.

Il sito americano si limita a rappresentare gli uomini più ricchi del mondo nel 2020, divisi per Paese, ad esempio negli Usa si cita soltanto il primo – Jeff Bezos – e si escludono, tanto per fare un esempio altri come Bill Gates; in quello del Corriere della Sera c’è invece un approccio “diverso”, evidenziando come i già ricchi siano diventati super ricchi proprio durante la pandemia: da Jeff Bezos (l’uomo più ricco della storia probabilmente) al prossimo candidato Elon Musk, da Bill Gates a Bernard Arnault (patron di LVMH), a Mark Zuckerberg a Warren Buffett a Larry Page, Steve Ballmer, Sergey Brin e Larry Ellison.

Io, invece di soffermarmi su analisi di tipo sociologico o politico, che non mi competono, preferisco fare un altro tipo di osservazione: e cioè che tutti questi personaggi sono diventati così ricchi perché possiedono azioni, investono in azioni delle loro aziende che producono ricchezza e valore per loro, per gli altri azionisti, per i dipendenti che ci lavorano e così via.

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Certamente nessuno di questi è diventato ricco investendo in titoli di stato, poco ma sicuro; e sono rimasti azionisti anche quando queste aziende perdevano il 40 o 50% nel 2008.

E’ facile rimanere fedeli all’investimento quando le cose vanno bene e invece investire in azioni è come il matrimonio, si deve rimanere insieme “nella buona e nella cattiva sorte” sapendo che prima o poi si verrà ricompensati.

Dal 1928 cali del 10% si sono verificati in media una volta ogni anno e mezzo, del 20% una volta ogni quattro anni, del 30% una volta ogni nove anni e del 50% una volta ogni venti anni.

Prima di investire quindi dovremmo chiederci: abbiamo lo “stomaco” per tollerare cali di questo tipo mentre tutti intorno a noi dicono che le perdite continueranno?

Se siamo investitori di lungo termine immaginare di dover passare attraverso declini di questo tipo non è questione di se ma di quando.
Ci sarà sicuramente un altro drawdown (calo dai massimi) e quando arriverà non avremo modo di sapere se sarà del 5%, del 10%, del 20% o di più.

Come dice Charlie Bilello, sopportare quel rischio (di oscillazione del capitale) è “il prezzo del biglietto” per gli investitori, senza il quale non c’è ricompensa (premio al rischio).

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