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Green pass: che errore ridurlo a ideologia

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Le due “minoranze” che oggi dettano legge sul palcoscenico della politica italiana, sono i veri padroni di social, piazze, talk, giornali, una costituita da pezzi del centrosinistra, i 5S, l’intera Sinistra-Sinistra, i radical chic nostrani della cancel culture, i soliti intellò, l’altra da pezzi del centrodestra, della Destra-Destra, e dei suoi intellò di complemento, si scambiano cazzotti sul green pass. Confesso che non li capisco.

È evidente che il green pass è un pezzo di carta “politico”, giuridicamente molto debole, e il premier lo sa benissimo (e ne sta alla larga) ma sa pure che psicologicamente è indispensabile, perché la vaccinazione a tappeto, con tutte le sue controindicazioni, sarà determinante per capire come mettere il Virus a cuccia. Dobbiamo imparare a ragionare, quando si parla di costui, in termini di “processo” e non come siamo abituati in termini di “prodotto”. E il green pass è un processo e pure pieno di fragilità e dalla pessima immagine, ma è l’unico strumento che abbiamo.

Mi permetto un suggerimento ai più esagitati di queste due minoranze: uscite dal blog della lotta ideologica a prescindere, ed entrate in quello, come dicono i colti, della execution by tolerance. Anziché rimanere sempre alla tastiera, mettetevi in pausa. Leggete due libri fondamentali per capire questo momento. E’ un momento di mediazione fra un passato imbarazzante e un futuro preoccupante.

Quando ciascuno di noi sceglie un desiderio subito lo desidera in concreto, perché ne subisce l’immediata fascinazione. Si instaura così una relazione di tipo triangolare, fra soggetto desiderante, mediatore del desiderio, oggetto desiderato. La mediazione del desiderio è “interna” quando il mediatore è del suo stesso mondo, “esterna” quando il mediatore indica una serie di oggetti da desiderare. Questo ci hanno insegnato i grandi Maestri della letteratura.

Nel 1870 Fëdor Dostoevskji scrisse L’eterno marito, ove il marito fa di tutto affinché l’amante (un poveraccio, ridotto al rango di mediatore) si frapponga fra lui e la moglie. Nel 1856 Gustave Flaubert scrisse Madame Bovary, ove la protagonista a forza di leggere romanzi sull’adulterio, desidera l’adulterio più degli stessi amanti. Peggio, desidera oggetti utili a trasmettere il suo sogno di evasione dalla vita provinciale nella quale è immersa. Così desidera Parigi senza mai esserci stata. Il romanzo come mediatore del desiderio? Ebbene sì.