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Green pass, l’assurdo obbligo in smart working

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La certificazione verde oltre a produrre numerose contestazioni, lascia aperte molteplici questioni da risolvere. C’è chi vorrebbe l’obbligo di green pass anche per i lavoratori in smartworking. Come riportato sul Corriere della Sera: «Anche chi lavora da casa, in lavoro agile, deve essere controllato. Si può fare attraverso la condivisione a distanza del green pass», dicono in Assolombarda, la prima territoriale di Confindustria. «Secondo la nostra interpretazione il green pass può essere controllato solo all’ingresso di una sede aziendale, non a chi lavora da casa», valuta invece Mariano Corso, alla guida dell’Osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano.

Nel mondo degli esperti di diritto del lavoro sembra prevalere l’idea che chi lavora da casa non debba essere controllato, ma non si tratta di una posizione univoca. Su una cosa invece sono tutti d’accordo: chi dovrebbe lavorare nella sede aziendale e si dichiara senza green pass non può concordare con l’azienda la via d’uscita dello smart working. L’unica possibilità in questo caso è l’assenza ingiustificata senza stipendio. Per i dipendenti pubblici non sono consentite deroghe sull’obbligo del green pass, ma nel settore privato c’è ancora molto spazio per le scelte dell’azienda, e non ci sono tetti massimi di lavoro da remoto, laddove questo è fattibile. Quindi, in teoria, un lavoratore non vaccinato che resta al 100% in smart potrebbe lavorare senza green pass.

Se un dipendente già lavorava in smart working potrà ovviamente restarci in base alle disposizioni dell’azienda o dell’amministrazione. Il green pass non obbliga automaticamente il lavoratore a rientrare sul posto di lavoro ma qualora venga richiesto di tornare in ufficio allora bisognerà averlo. In questo caos diffuso generato dalla certificazione verde sembra legittimo ed ovvio porre una domanda: “Ma un lavoratore in smart working da casa può trasmettere il virus ad altre persone?”

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