Politica

Ho più paura delle tasse che dei maranza

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Stamattina mi sono svegliato e, come gran parte degli italiani, sono andato a lavorare. Ho controllato dei conteggi con il commercialista, verificato scadenze e adempimenti, cercato di capire quanto tempo e quanto denaro la mia attività dovrà ancora dedicare a soddisfare le pretese abnormi e irragionevoli dello Stato. È una giornata ordinaria per chi lavora e per chi cerca di produrre in Italia.

Oggi non ho incontrato un «maranza». Non sono stato molestato da un immigrato. Non ho avuto un problema di sicurezza e devo dire che, nella mia ormai lunga vita, raramente ne ho avuti, probabilmente anche per fortuna.

Questo non significa che quei problemi non esistano. Chi subisce una rapina o ha paura di tornare a casa la sera ha diritto a essere ascoltato, a potersi difendere e a pretendere presìdi di sicurezza. Ma riconoscere un problema non significa dichiararlo, per tutti e per sempre, la priorità assoluta del Paese e il primo punto dell’agenda politica e dell’approfondimento giornalistico.

È qui che i partiti e gran parte dell’informazione su larga scala stanno mistificando la realtà. Il generale Vannacci ha lanciato la parola «remigrazione» e i partiti si mettono in fila per rispondere: chi applaude, chi si indigna, chi prende le distanze. Tutti ne parlano e poi si lamentano della crescita nei sondaggi di Futuro Nazionale.

È così che la provocazione inizia a dettare l’agenda politica e quella degli approfondimenti e dei talk televisivi. Così vengono perfino orientati i sondaggi di opinione. Nel frattempo, la vita di milioni di italiani continua a essere scandita, come da almeno 35 anni, da tasse assurde, contributi elevatissimi, costo del lavoro, bollette, permessi e pratiche che sembrano non finire mai, con un continuo peggioramento dovuto anche alle direttive europee.

La sicurezza è importante, direi fondamentale. Ma se ogni discussione politica comincia e finisce lì, quando parleremo di ciò che impedisce a un’impresa di assumere? Di ciò che resta in busta paga a un lavoratore dipendente? Del giovane che vorrebbe aprire un’attività, incontra lo Stato prima ancora di incontrare un cliente e, giustamente, se può scappa dall’Italia?

Una gerarchia delle priorità serve proprio a questo: a distinguere ciò che fa più rumore da ciò che pesa ogni giorno sulla vita delle persone. Non si pretende di ignorare la criminalità, le baby gang o il fenomeno dell’immigrazione, con tutti i riflessi che ha nella società.

La domanda è perché siamo tutti così pronti a discutere nel dettaglio di questi temi e di «remigrazione», e così restii a dire quale spesa pubblica tagliare, quale tassa eliminare e quale adempimento burocratico cancellare.

Lo stesso silenzio accompagna molte distopiche scelte europee. Si annunciano obiettivi ambientali e nuovi divieti, ma si parla molto meno di chi dovrà pagarne il costo. Per chi può comprare un’auto nuova, una restrizione alla circolazione è un fastidio. Per chi usa una vecchia macchina per andare al lavoro, può essere un ostacolo insuperabile. Il Green Deal va discusso anche da questo punto di vista: risultati concreti sul clima, costi e conseguenze per chi ha meno possibilità di scelta. Sul clima si discuta con il rigore delle valutazioni scientifiche, ma in un dibattito aperto; sulle misure politiche si chiedano conti altrettanto rigorosi.

La grande distrazione di massa funziona perché parte da una preoccupazione reale che hanno innanzitutto i governi: che i contribuenti inizino a farsi i conti.
Portare al centro di ogni trasmissione la sicurezza o il tema dell’immigrazione costringe tutti a schierarsi, a scaldarsi, ma lascia nell’ombra le domande più difficili. Alla fine della puntata, dello scontro televisivo, però, io – come tutti gli italiani che lavorano – avrò ancora i miei conteggi da verificare con il mio socio occulto e maggioritario: lo Stato. Un imprenditore avrà ancora paura di assumere. Un lavoratore vedrà ancora la distanza fra quanto costa il suo lavoro e quanto gli entra in tasca.

Vogliamo strade sicure, visto che abbiamo anche un numero di agenti di polizia rispetto agli abitanti superiore alla media europea. Ma vogliamo anche poter lavorare, produrre e costruire un futuro senza passare oltre metà della vita a pagare e a chiedere permesso a uno Stato ormai divenuto canaglia. Chi aspira a governare l’Italia ci dica che cosa farà per entrambe le cose. Abbia il coraggio di confrontarsi sui temi economici e fiscali e di sciogliere i nodi che strozzano i contribuenti e i lavoratori italiani.

Ma soprattutto gli italiani inizino a ragionare col portafoglio in mano, anche se vorranno fargli credere che il loro problema è esclusivamente la revisione del caso Garlasco, il maranza di turno o l’apocalisse climatica.

Andrea Bernaudo, 26 settembre 2026

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