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Il Coronavirus non è una livella

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C’è ancora in questo paese qualcuno che ignora quali siano i sintomi del Covid19. È incredibile ma è così. Lo apprendiamo dai giornali che raccontano la storia di un uomo, non giovanissimo, che ha avuto la febbre e una brutta tosse secca per giorni, ma non ha pensato che potesse essere il coronavirus.

Un uomo, leggiamo, inserito nella società, colto, di mondo si direbbe in certi ambienti.
Un uomo che certamente aveva in casa televisione e giornali. Un uomo con un lavoro importante, al contatto col pubblico, che nonostante febbre e tosse ha continuato a incontrare collaboratori, a vedere persone, a fare riunioni.

Un uomo che nonostante tutti i sintomi che ormai purtroppo conoscono anche i bambini, non ha mai sospettato, che fosse il virus. Nulla. L’idea non lo ha mai nemmeno sfiorato.
Però ha sfiorato i suoi collaboratori, quelli che l’uomo chiamava alle riunioni, con cui continuava a lavorare con abnegazione. Questi suoi premurosi collaboratori, evidentemente preoccupati per la sua salute, e immaginiamo, anche molto per la loro, ravvisando nel loro superiore tutti gli ahimè noti sintomi del virus, lo hanno esortato a fare il tampone.

E questo uomo è stato così fortunato, da riuscire a parlare con qualcuno che non gli ha detto: “facciamo il tampone solo a chi ha sintomi gravi, intanto si metta in isolamento”, come invece si è sentito rispondere il poveretto che ha invano supplicato di poter fare il test e poi è morto. Quest’uomo fortunato ha trovato chi gli ha diagnosticato il Covid19.
Questo uomo è stato così fortunato da essere addirittura ricoverato nonostante sia “in buone condizioni generali”.

Questo uomo fortunato, sebbene untore, non viene additato dalla stampa come pazzo, incosciente, irresponsabile. No, questo uomo fortunato si imbatte in giornalisti comprensivi, che scrivono per testate paladine della libertà di stampa, di pensiero. Quelle che rivendicano sempre con orgoglio la propria indipendenza.

E così ecco, che si commuovono nel riportare la sua storia di uomo ligio al dovere, gran lavoratore. Che nonostante la febbre continuava la sua missione. Questo uomo fortunato ormai diventato un paziente fortunato, ci racconta il cronista, “non è certo tra quelli che destano preoccupazione”. E continuando a leggere apprendiamo che a poche stanze di distanza da questo uomo fortunato, è ricoverato un suo collega fortunato, e che anche le condizioni di quest’ultimo “non destano alcuna preoccupazione”.

Forse il Lazio non è in emergenza ospedaliera. Forse i posti letto non scarseggiano e forse non servono più nemmeno ai pazienti del nord se è vero che due persone in “buone condizioni di salute generale” possono occupare due posti in ospedale. Forse vuol dire che i letti abbondano negli ospedali romani, se si può essere ricoverati anche con poche linee di febbre.

Forse allora non scarseggiano più gli ormai famosi saturimetri, forse dunque le persone non muoiono più a casa perché un tampone non si poteva fare, non spettava. Oppure… Oppure il ricoverato, l’uomo fortunato, è un alto prelato.

Il lettore spera, si augura, nel proseguio della lettura, di imbattersi nella storia di un santo, un eremita appartato in una grotta della Sila, avvolto in un logoro saio, o di un frate devoto in una cella di clausura del Casentino, oppure di un asceta, perso nella meditazione e nella contemplazione in un luogo, insomma, dove nemmeno la tv dei vescovi, Tv2000, possa aver portato in queste settimane le immagini incessanti di malattia e morte.

In un posto così remoto isolato e inaccessibile, da non aver avuto modo di sapere quali sono i sintomi della malattia. Ma il nostro uomo fortunato non era in un luogo così, era Roma ci dice il cronista. E il nostro uomo fortunato ha una carica che lo trasforma, è il caso di dirlo, miracolosamente, da untore a semplice malato, da irresponsabile a paziente di ospedale. E lui il posto letto lo accetta subito. Con la serenità di chi ha la coscienza a posto.

E visto che è un uomo altruista, che ha dimostrato saggezza, e non vuole che qualcuno possa preoccuparsi, ci manda dire dal suo giaciglio assistito, che sta vivendo anche lui “questa prova” ma di essere sereno e fiducioso. Anche noi naturalmente siamo fiduciosi per lui, che immaginiamo vigilato e, leggiamo, curato “con antivirali e antibiotici”.

Un uomo fortunato, che ha preso coscienza della malattia e dal suo reparto ospedaliero va oltre, e si affida al sostegno e alla preghiera dei “cari” fedeli. E noi lettori dobbiamo scacciare il pensiero che ci attraversa come un lampo la mente: Eminenza illustrissima, ha già preso il posto a un vero malato nel letto di ospedale, ora vuole anche le preghiere?