in

Per innovare serve impresa, non bonus

Gli scritti di Sergio Ricossa, economista e liberale vero, per leggere il presente

imprenditore ricossa

Dimensioni testo

L’essenza del progresso imprenditoriale sta nel continuo cambiamento, nell’evoluzione che tecnologia ed innovazione consentono di attuare attraverso percorsi incerti e spesso anche rischiosi.

Si parla molto di zona di comfort, dalla quale è necessario uscire se si vogliono trovare nuovi lidi inesplorati e risultati a volte inimmaginabili. L’imprenditore onesto è sempre fuori dalla zona di comfort, senza certezze mai: i mercati in perenne turbolenza, i concorrenti, il sistema finanziario e bancario “non sempre amico”, il fisco in agguato e così via.

La tentazione e l’illusione di avere un mondo stabile, perfettamente regolato e privo di pericoli ha indotto molti (compresi molti economisti) a formulare utopie di società ideali, che di ideale hanno generato poco e che, invece, hanno illuso molti sulla possibilità di avere il “paradiso in terra”.

Nel suo fondamentale libro dal titolo La fine dell’economia. Saggio sulla perfezione  (Sugarco, 1986) Sergio Ricossa introduce la distinzione tra perfettisti e imperfettisti (concetti su cui avremo modo di ritornare prossimamente) e, con quasi 40 anni di anticipo, illustra alcuni argomenti di cui oggi molto si dibatte, ma che ancora troppo poco vengono applicati: “L’essenza dell’attività imprenditoriale non starebbe insomma nell’accettare come immodificabile una funzione di produzione o un qualche altro insieme di coefficienti di “input”, per farne quel che insegnano innumerevoli manuali di economia; starebbe invece nel cambiare quei coefficienti, nell’inventarne di nuovi, nel “personalizzare” la tecnica, nel renderla come i concorrenti non sanno, finché non la copieranno”.

Per approfondire:

  1. Così si manda in rovina un Paese
  2. La lezione da imparare: non esistono i “soldi dello Stato”
  3. Meloni, senti qui: per governare bene, governa meno
  4. Perché è giusto protestare contro le tasse (e ridurle)
  5. Il primato italiano: il peggio del capitalismo e del socialismo

In un mercato libero, vivo e in evoluzione, innovazione e cambiamento possono destabilizzare, rendendo appetibili e rassicuranti posizioni secondo cui debba intervenire lo Stato e pensare a tutto lui.

Per i liberisti, i mercati devono favorire l’innovazione, che purtroppo è destabilizzante. Ora molti liberisti tendono a preferire l’innovazione, e molti keynesiani tendono a preferire la stabilità […]. Inoltre molti liberisti, a differenza di molti keynesiani, dubitano che “politicizzare” l’economia aiuti parecchio a ridurre l’incertezza, mentre sono certi che riduca la libertà” (ibid, pag 197)

E ancora si è continuato, nell’Italia di questi anni, a camminare nel solco di Keynes, a ridurre la libertà con politiche economiche stataliste, con spesa e debito pubblico praticamente fuori controllo. E possibilmente mettendo i bastoni tra le ruote agli imprenditori innovatori e non sovvenzionati.

Fabrizio Bonali, 28 dicembre 2022