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Inflazione: paghiamo il conto di Draghi alla Bce

La politica di Draghi alla Bce ora presenta il conto. Bastonati soprattutto i redditi fissi.

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In economia e soprattutto in finanza, la discesa agli inferi, dipende sempre da chi ci accompagna. Se a farci precipitare è nell’ordine l’Europa, la Banca centrale europea e Mario Draghi, ci convinceranno che all’inferno non si sta poi così male. La prova è il cosiddetto spread. Anche se oggi è sostituito dall’incubo del booster (la terza dose che avrebbe dovuto salvarci dai contagi), lo spread esiste oggi come esisteva nel 2011, quando rappresentava il termometro della crisi. Vi ricorderete che lo spread non è altro che il differenziale tra i tassi di interesse che pagano i titoli di Stato italiani a dieci anni e i loro simili tedeschi. Nel 2011 era salito fino a quota 500 e fu la fine del governo Berlusconi. Poi si disse che Monti lo aveva domato. Falso. A domarlo fu l’allora governatore della Bce, Mario Draghi, che iniziò ad abbassare i tassi e soprattutto a comprare gran parte del debito che l’Italia faceva. Insomma ci piace vincere facile: se la banca centrale, che è quella che stampa moneta, compra il debito, il suo prezzo scende. Banale legge di mercato.

Da quel momento in poi abbiamo finto che non esistesse più lo spread. C’è una piccola mostruosa controindicazione alle politiche monetarie espansive (tassi di interesse bassi e acquisto del debito pubblico da parte delle banche centrali) e cioè che stampando grande quantità di moneta (i debiti li compro facendo gemere il torchio, anche se oggi è tutto digitale) essa si deprezza e si alimenta l’inflazione. Una buona parte di economisti folli ha pensato che ci fosse un nuovo paradigma e che il circolo vizioso inflattivo fosse stato superato.

Ci troviamo con gli Stati Uniti che hanno un livello dei prezzi cresciuto del 7 per cento e l’Europa del 5 per cento. Qualcuno potrà obiettare che derivi dal caro materie prime. Solo in parte vero. In America sono cresciute meno che da noi, eppure i prezzi sono più bollenti. Le materie prime hanno il loro peso, ma da sole non basterebbero.

La verità è che le banche centrali hanno esagerato e i politici se ne sono approfittati. Solo a fine settembre dalle parti della Bce stimavano un’inflazione dell’1,5 per cento: un terzo di quanto abbiamo. In America, dove sono più franchi, la Fed ha dovuto chiedere scusa perché ha toppato tutte le previsioni prevedendo che il balzo dei prezzi fosse temporaneo. Cosa a cui oggi nessuno crede.

Quando il livello dei prezzi sale di questa entità, il danno per chi vive di reddito fisso è fatto. Da ora in poi, anche se l’inflazione si fermasse, avrebbe visto perdere del 5 per cento il suo potere di acquisto. E comunque nessuno ormai ritiene che ci fermeremo a questo livello.