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Keynes vive tra noi negli slogan di Tridico





John Maynard Keynes, purtroppo, è sempre più attuale. E in fondo bene fa Mondadori a dedicargli un prestigioso Meridiano, che uscirà in libreria la prossima settimana. È del tutto evidente che per molti anni non vedremo un’operazione simile, che so’ con Hayek, Friedman, Ricossa. Solo per citare tre grandi economisti liberali che non sono mai stati apprezzati dalla cultura mainstream. Troverete tutti gli approfondimenti di questo mondo su Ciano, Petacci, Mussolini, Grandi e chi vi pare a voi, ma un liberista è pur sempre un liberista e le sue ricette adattate oggi sono per definizioni pessime, neoliberiste ( e per fortuna che Mingardi con il suo ultimo libro ha cercato di confutare quest’ultima baggianata).

Ma ritorniamo a Keynes, ai suoi baffi, alla sua eleganza, alla sua capacità di scrittura, alla sua favolosa moglie e ballerina russa, ai suoi giri goderecci. Resta un personaggio epico, ha saputo influenzare generazioni di economisti, di pensatori, gli si deve riconoscere l’invenzione della macroeconomia: oggi anche l’uomo della strada in fondo pensa che basterebbe scavare qualche buca con i soldi pubblici per far ripartire l’economia. Si tratta di una di quelle mostruose idee economiche, nel senso che costano poco, che non moriranno mai. E d’altronde proprio nella Teoria generale che troveremo nel Meridiano sarà possibile leggere: “Le idee degli economisti e dei filosofi politici, tanto quelle giuste quanto quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si creda. In realtà il mondo è governato da poco altro. Gli uomini pratici, che si ritengono completamente liberi da ogni influenza intellettuale, sono generalmente schiavi di qualche economista defunto”.

Quando sentite il marxista e influente presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, riproporre La teoria del lavorare meno, lavorare tutti, come ha detto solo qualche giorno fa, non vi stupite: cita Keynes.

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23 Commenti

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  1. Keynes fu sempre un liberale, iscritto al partito inglese. Farlo diventare marxista light è veramente comico. Hayek andò a Londra per conoscere Keynes che ammirava. Non si amavano, ma insieme parteciparono alla sorveglianza dei tetti di Londra durante la BATTAGLIA D’INGHILTERRA. La vituperata UE di oggi è certamente più vicina a Hayek (in versione teutonico ordoliberista che Hayek dubito approverebbe e dubito pure Friedman) che a Keynes ed è la dimostrazione che la MANO INVISIBILE DEL MERCATO ha bisogno di essere ogni tanto di essere guidata, almeno un po’.
    Il traffico scorre meglio se si autoregolamenta con le rotonde invece che con i rigidi e ottusi semafori. Ma ciò non toglie che anche sulle rotonde accadono incidenti e in quel caso non interviene la MANO INVISIBILE, ma POLIZIA POMPIERI, AMBULANZE vale a dire lo STATO che ogni liberale sa che è un male, però necessario, poiché se gli uomini sono imperfetti, lo sarà anche la circolazione delle auto e lo saranno anche anche i mercati che prodotti degli umani sono. Un liberale è cosciente dell’imperfezione umana, per questo è liberale, che poi creda che il mercato invece sia perfetto è una splendida superstizione. No, non conta che nel lungo periodo il mercato ritrovi, forse, equilibrio, perché come è noto tale periodo può non coincidere con la breve esistenza degli umani. E nella nostra società aperta c’è il diritto di voto e chi sente in Pericolo la propria esistenza, vota per preservarla e può farlo per idee totalitarie, come KEYNES previde in LE CONSEGUENZE DELLA PACE. Ma nella guerra di religione tra keynesiani e marginalisti è inutile metter becco. E’ come voler mettere d’accordo Juventini ed Interisti. Ricordo solo che anche MARIO MONTI annunciò trionfante l’abbandono del keynesismo, LEGA e M5S lo ringraziano ancora.

    • Marxismo light è certo una semplificazione ad uso polemico. Tale e quale all’uso tutto italiano – altrove non esiste – del termine ‘liberismo’. Così come è pura semplificazione polemica – non mi riferisco a quanto hai scritto ma allo pseudo-dibattito pubblico – incasellare Hayek tra i fautori della scomparsa dello Stato – tant’è che Rothbard ed Hoppe arrivano a definirlo un socialdemocratico, applicando ad Hayek la stessa semplificazione alla quale egli stesso si è lasciato talvolta andare. E seguendo codesta linea di semplificazioni, per chiudere il cerchio, si arriva al ‘marxismo light’. Giustissimo ricordare il rapporto personale tra Hayek e Keynes soprattutto durante il periodo bellico (tra i due vi sono anche punti di contatto strettamente epistemologico-metodologici). D’altro canto gli epigoni sono quasi sempre peggio, anche umanamente, dei maestri quando tributano loro un culto post-mortem: Marx e i marxisti o peggio i marxisti-leninisti, Keynes e i keynesiani, ecc.

      Cionondimeno Keynes, che non a caso si chiese ‘Am I a Liberal?’, si situa in un periodo nel quale, anche grazie alle sue teorie e politiche economiche, il partito liberale britannico subisce un mutamento genetico non indifferente: quello che a cavallo dei due secoli e da Hill Green a Hobhouse a Hobson a Lloyd George fino a Beveridge e, per l’appunto, Keynes, vede imporsi la linea dei suddetti New Liberals, distanti per molti versi e non di poco dal liberalismo cosiddetto classico. Ora è pacifico che Keynes non amasse i marxismi e nemmeno Marx, come ebbe a dire a Sraffa che gliene consigliò la lettura. E’ altrettanto vero però che almeno da Sraffa in poi sia particolarmente gradito agli economisti (o, come dice qualcuno, ‘economisti’) marxisti, para-marxisti, neo-marxisti e dintorni, italioti, da Brancaccio a Realfonzo a Lunghini e chi più ne ha più ne metta. In questo senso, e da una prospettiva ‘liberale classica’, ‘marxismo light’ ha una sua dignità…

      • Una bellissima risposta la sua signor Paolo di cui condivido molto. Aggiungo che studiosi liberali come SCRUTON, CAPOZZI, COFRANCESCO muovono critiche a questa UE e alle modalità della globalizzazione che riecheggiano quelle di STIGLITZ, KRUGMAN e altri studiosi di sinistra (HARVEY, MICHEA, Bauman, perfino Varoufakis che a leggerlo non pare esattamente LENIN). La povertà è un pericolo per la democrazia liberale e NON viene riassorbita dall’avanzo di bilancio, lo dicono i fatti. Secondo SCRUTON la UE ha perso lo SPIRITO PUBBLICO e la RESPONSABILITÀ verso il vicino (l’altro) che sono al centro dell’idea liberale. In questo forse le forze che si oppongono alla “dittatura” della UE teutonica, secondo la quale i trattati valgono più delle lezioni, potrebbero trovare un’intesa. Grazie.

        • La povertà o la miseria sono – o dovrebbero essere, ma in genere sono – senza dubbio problemi non secondari, tanto per i liberali di qualsivoglia tendenza quanto per i liberal, i democratici, i socialdemocratici, i marxisti e i comunisti se ancora esistono, gli sparuti gruppi di neo-fascisti, e via discorrendo. Fare distinzioni tra buoni e cattivi in base a ciò onestamente mi parrebbe scorretto – credo che su questo il buon Cofrancesco che hai citato (che stimo e di cui ho letto molto, così come di Capozzi – preferisco però senza dubbio i suoi studi sul costituzionalismo che non l’ultimo sul politicamente corretto: utile senza dubbio e anche doveroso, ma a mio avviso qua e là debole e superficiale quando esce dal proprio campo di studi: es. il capitolo sull’ambientalismo, di cui è bene mettere in luce la natura ideologica ma risulta poco utile se poi non si misura il tutto rispetto al dibattito scientifico interno alle varie discipline), che più volte ha stigmatizzato le reciproche delegittimazioni, forse sarebbe d’accordo. Certo poi cambiano le modalità ritenute più efficaci e migliori per affrontare la questione, e le eventuali conseguenze. Chi propone soluzioni palingenetiche, un altro uomo, un altro mondo, un’altra società, un altro sistema economico, da rifondare daccapo, dovrebbe anche chiarire in base a quale scienza infusa o Verità assoluta vorrebbe farlo, come, e cosa avrebbe intenzione di fare con chi non è d’accordo. Dovrebbe anche chiarire eventualmente in cosa si distingue rispetto ai progetti totalitari più o meno riusciti del passato.

          La UE, questa UE, ha a parer mio più di un problema, che non riguarda però la moneta (quel treno ormai è passato: la questione andava posta prima, se si vuol essere minimamente realistici e pragmatici), i vincoli di bilancio o le questioni del ‘sovranismo’ ideologico che non aspetta altro che poter tornare a fare assistenzialismo statalista senza freni, quanto il nodo del buon vecchio principio di sussidiarietà verticale (e quindi modello federale, confederato, superstato o altro, il ‘problema’ inevaso del ruolo dello Stato-nazione, governo politico vs tecno-burocratico, ecc.). In altre parole, il modello di finto federalismo che si ha in mente e che si sta cercando di costruire (a sinistra come a destra), che si riduce in realtà a una mega macchina statale sovranazionale o transnazionale, con l’unico obiettivo di eliminare qualsiasi tipo di libera competizione fiscale (e non solo naturalmente) al fine di proporre un fisco unico valido per tutti gli stati (usando il solito spauracchio dei paradisi fiscali – a sproposito: i paradisi fiscali in black list sono oramai pochi, gli altri paesi additati come tali sono in white list, con rapporti piuttosto trasparenti regolati da accordi bilaterali, e stanno applicando le stesse politiche che l’Italia applicò nel periodo del boom economico: tasse sulle imprese relativamente basse e tasse sul capital gain nullo), a me mette i brividi lungo la schiena. A un dipendente, magari statale, con posto a tempo indeterminato, malattie, vacanze e pensione forse no. A me sì…

          Quanto alla critica al processo di globalizzazione di Stiglitz, Krugman, Piketty e compagni bah… debbo dire che mi lascia piuttosto perplesso, nel metodo e nel merito scientifici prima ancora che dal punto di vista politico-filosofico. Il vero problema della globalizzazione, a mio avviso, è che i paesi avanzati che tanto questo processo lo hanno promosso, si sono fatti trovare totalmente impreparati a starci in mezzo e a ‘cavalcarlo’ – era scontato e inevitabile che a riceverne i maggiori benefici in termini di crescita e distribuzione della ricchezza fossero Cina, India, i più pronti tra i paesi sud e centro americani, ecc. Anche qui, stessa cosa successe all’Italia nel periodo del boom: eravamo i cinesi degli anni ’50-’60, e non ricordo di aver letto – ero parecchio al di là dal venire al mondo – di italiche lamentele e piagnistei o di autoaccuse di concorrenza sleale per differenza fiscale o di costo del lavoro o di costo della vita … In primis purtroppo l’Italia (tra i grandi paesi, ma la Francia ha diverse attitudini in comune…), che al contrario di altri paesi è strutturalmente in declino da 40 anni (probabilmente, chissà, anche perché un brusco periodo Thatcher non lo ha mai avuto…).

          Cofrancesco immagino che, in linea con la propria personale sensibilità liberale e memore della lezione, delle riflessioni e dello stile di un maestro come Raymond Aron, si ponga simili problemi e si dia magari risposte in parte convergenti con quelle dei ‘keynesiani’ di cui sopra. Gli stessi problemi me li pongo anch’io, ritengo Aron (ed allievi: Schnapper, Manent, e a mio gusto ancor più Boudon) imprescindibile, cionondimeno a questo proposito – la globalizzazione – e in questo preciso momento storico (pragmaticamente e realisticamente forse durante i ‘Trenta gloriosi’ avrei avuto più dubbi, come Aron), direi che mi sento più ‘hayekiano’ e mi colloco tra quelli che ‘sono più inclini a scorgervi – in certe opzioni del pensiero aroniano – un cedimento dello “anglosassone” Aron alla tradizione liberale francese e al suo statalismo, oltre che un eccesso di fiducia nelle virtù dell’economia keynesiana’, come scrisse Panebianco una decina d’anni fa.

          Grazie a te! (Dammi pure del tu…)

    • Purtroppo per lei, anzi purtroppo per noi che ne paghiamo le conseguenze, non c’è proprio niente di liberale nel (limitato) pensiero di Keynes.
      Il succo del pensiero di Keynes è riassumibile in questo modo:
      1) Non capisce quello che succede quando ci sono le crisi (cosa che invece i suoi avversari austriaci hanno in buona parte fatto – tetti e bombe sono irrilevanti – ma anche Friedman ha fatto non poco in tal senso).
      2) Non capendolo, dà la colpa “al mercato”, in modo grottesco: in pratica sottintende un malfunzionamento sistemico ed ingiustificato che, al contrario, è tale solo nella sua testa che non ha capito quello che succede.
      3) Richiede interventi pubblici per ripristinare lo status quo precedente la crisi, perchè questo sono i suoi dettami.
      4) Non comprende minimamente il motore del capitalismo, cioè la struttura temporale dell’economia. In particolare, la sua ignoranza sul ruolo del capitale è inquietante.

      Qual è il succo dell’illiberalismo di Keynes?
      Che lui pensa che un sacco di cose che succedono siano un errore.
      Le persone sbagliano a risparmiare e ad accumulare capitale.
      Le persone sbagliano a far fallire imprese, a creare recessioni e disoccupati – cosa che accade per rimediare sia per rimediare ad errori precedenti sia per riorganizzare il sistema economico in modo più produttivo.
      Quindi, per farla breve, gli altri sbagliano (in massa) ma Lui, dotato di conoscenza superiore, si sente in diritto di COSTRINGERLI a fare diversamente.
      Con la forza, perchè tutti i suoi interventi sono fatti con la forza: tasse, spesa, inflazione, sono tutti provvedimenti di forza presi CONTRO le scelte economiche di milioni di persone.

      Un “primato dello stato” sulle persone enorme, assoluto.
      Le viene in mente qualcosa di più illiberale, caro Giovanni?

      Nota storica: ovviamente, per la natura e le implicazioni di quanto esposto, viene da sè che un sistema totalitario sia perfetto per poterlo applicare.
      Non a caso Keynes, infatti, scrive:
      “Gran parte del seguente libro è illustrato ed esposto con riferimento principale alle condizioni esistenti nei paesi Anglosassoni. Tuttavia la teoria della produzione nel suo complesso, che è quello che il seguente libro ha la pretesa di fornire, si adatta molto più facilmente alle condizioni di uno stato totalitario, rispetto ad una teoria della produzione e distribuzione di una data produzione prodotta in condizioni di libera concorrenza e di una buona dose di laissez-faire”.

      “Pseudo marxismo light” è totalmente e pienamente meritato.
      Purtroppo non l’ho inventato io.
      Costringere con la forza la popolazione intera ad assumere comportamenti economici decisi dall’alto, da un alto che presume arrogantemente di aver capito tutto, è perfettamente marxista e totalitario.
      La tragedia è che facciamo finta di non saperlo, di non rendercene conto.
      Tragedia culturale cui si devono i problemi economici del mondo avanzato degli ultimi 25 anni, ed in discreta parta anche quelli italiani (le consiglio un bell’articolo di Carlo Stagnaro intitolato “Contro l’antipolitica – Viaggio nella pancia del Leviatano” che descrive molto bene la bancarotta culturale di matrice keynesiana dello stato italiano).

    • E non scherziamo sulla UE: la BCE monetarista è durata pochi anni.
      15 anni fa, abbondanti, aveva già pienamente spiegato le vele keynesiane, che hanno causato una quantità imbarazzante di disastri, inclusi l’esplosione del debito pubblico e privato in tutti i paesi periferici.
      Con conseguente, ben noto, crollo.
      Anche Draghi ha, ovviamente, seguito questi dettami.
      Come vede, è bastato togliere il piede dall’acceleratore per far collassare la crescita del continente.
      Crescita drogata, artificiosa, di cui potremo discutere meglio tra qualche anno, a mente fredda.
      Nel frattempo, è sempre più evidente che qualcosa non funzioni nel mondo cd avanzato, ed i soliti cialtroni statalisti blaterano di “problemi della globalizzazione”, che invero c’entra ben poco.
      Il mondo era globalizzato anche nell’800.
      La rapina ai danni del ceto medio non è colpa della globalizzazione, ma di chi la attua sistematicamente su vasta scala, rubando il 50% del pil + un tot (grande) ogni anni tramite la confisca inflazionistica.
      Tutto a vantaggio dello stato, dei suoi amici, e di chi “implementa” le sue politiche economiche.

      Con la drammatica crisi del 2008, con cause note e riconosciute, hanno preferito mostrare la migliore faccia di bronzo, e ricominciare come e più di prima nello stesso modo.
      Ma le contraddizioni ed i problemi stanno montando ed esplodendo sempre più.

  2. Qua sembra che Friedman e von Hayek siano stati quasi dimenticati dalla storia o perseguitati e che Keynes sia fondamentalmente un idiota, non scherziamo per favore.
    Quando leggo “Fu lo snob economista inglese a spiegare che nel futuro si sarebbe dovuto lavorare al massimo tre ore al giorno, per un totale settimanale di quindici. Ha ovviamente sbagliato, come in molte delle sue previsioni” leggo ideologia, infatti se ne possono osservare diverse peculiarità in poche righe: offesa (“snob”), falsa conseguenza logica (“dovuto”… “sbagliato”, perché mica sbaglio io se ti dico quel che dovresti fare e poi non lo fai), l’uso di termini impropri (“ovviamente”, perché niente è ovvio) e denigrazione finale (ha sbagliato “come tante delle sue previsioni”).
    La storia ci dice che la direzione che ha preso la politica almeno negli ultimi 30 anni ha avuto un indirizzo liberale: lo Stato Italiano si è ritirato sì o no da diversi settori pubblici? Si sono avute o non si sono avute privatizzazioni importanti (“liberalizzazioni”)? E in che situazione ci troviamo oggi? Sia chiaro: se ne può discutere e lo so che non è una dimostrazione questa, ma è un indizio che mi fa pensare che non sia poi così assurdo dare qualche colpa al liberismo.

    • La storia ci dice che la direzione che ha preso la politica almeno negli ultimi 30 anni ha avuto un indirizzo liberale

      Appunto, non scherziamo. Né sulla storia, né sull’indirizzo liberale. Se si vuol fare un discorso serio e non ragionare a etichette. In che misura il peso dello Stato è diminuito? % PIL gestito dallo Stato? Settori in cui ancora detiene un monopolio di fatto? Assistenza fornita a imprese che non sanno reggersi sul mercato da sole e capitalismo clientelare? Banche controllate? Spese in deficit e aumento del debito? E chi più ne ha più ne metta, pur lasciando fuori il modello di Welfare, comunque da affrontare se si vuol mettere in pratica un indirizzo liberale. Con il quale si può essere d’accordo o meno, e con buone ragioni – almeno soggettivamente. Quel che non si può affermare, se davvero ci si tiene a restituire un’immagine della storia non ideologica, è che gli ultimi 30 anni abbiano visto, nella sostanza, prevalere un indirizzo liberale – prevalere nella sostanza, non in modo episodico.

    • Giusto, non scherziamo: la situzione è esattamente quella descritta da Nicola Porro, che con questo articolo guadagna un sacco di punti.
      Keynes rappresenta non un idiota ma un cancro ideologico, che sta distruggendo il mondo avanzato, dal Giappone a tutto l’occidente.
      Il modo migliore per descrivere il suo pensiero è la definizione di Fabio Scacciavillani: “pseudo marxismo light”.
      Pseudo marxismo light su cui è ripiegato ben presto il mondo accademico, non potendo sostenere l’originale.
      Il problema è enorme: sono teorie collettiviste sbagliate, liberticide e dannose tanto quanto l’originale.
      Al contrario, Friedman, Hayek e colleghi hanno portato avanti un pensiero corretto e coerente con lo sviluppo del mondo occidentale, libero e capitalista. Pensiero che i più, anche qui tra i lettori, semplicemente ignorano.
      Quindi da parte mia no, non ci accontentiamo assolutamente di Keynes: è un cancro da estirpare come il marxismo.
      Cancri errati, dannosi per i sistemi economici, ed intrinsecamente violenti verso gli esseri umani.

    • PS sull'”indirizzo liberale”: da 30 anni, cioè più o meno dalla fine della “pausa” dallo statalismo di Reagan e Thatcher, il collettivismo liberticida è ripreso a pieno regime: la spesa pubblica e la tassazione sono altissime, e le banche centrali si sono rimesse a giocare come negli anni ’70, creando asset sovraprezzati che poi crollano, creando sovra indebitamento per stati e privati, creando quindi eccessi (inclusa la “grande finanza”) ed instabilità che ormai ci accompagnano da 20 anni almeno.
      A questo si accompagna una regolamentazione sempre più opprimente: ormai la massa di stolti ragiona – verissimo – in termini statalisti e keynesiani, in termini di “stimoli”, di tasse, di sussidi, di regoline e regolette.
      Reagan riassunse perfettamente questa forma mentis: “Se qualcosa si muove, tassala; se continua a muoversi, regolala; e se si ferma, sussidiala.”
      Questo è il contrario del liberismo.
      E’ inaccettabile il deserto culturale che nega queste chiare evidenze.

    • L’inversione della verità si è ormai affermata nella mente delle persone.
      Vogliamo veramente paragonare il ruolo dello Stato nella cosiddetta prima repubblica con quello che ha avuto dagli anni ’90 in poi? Mai sentito parlare di “galassia IRI”‘? Volete dei video per ricordare qualcosa? Uno breve, 3 minuti: https://www.youtube.com/watch?v=WdCkSg60K1c Ve lo ricordate questo tipo? E vi ricordate chi era il suo avversario? Quello che ha rappresentato il centrodestra ma in realtà era fondamentalmente un liberale. Ve lo ricordate che si sono alternati al governo dell’Italia negli ultimi 30 anni? Il governo precedente a questo che ha levato l’articolo 18? La tecnocrazia al potere prima ancora cosa ha fatto? Poi è chiaro che non si può far tutto dall’oggi al domani.
      Per la situazione internazionale basta una parola per chiudere il discorso: globalizzazione.

      • Sì, lei mostra perfettamente l’inversione della verità.
        Ha fatto caso ai livelli di spesa pubblica, tassazione, di oggi rispetto a 30-40-50 anni fa?
        Ha fatto caso ai livelli di regolamentazione ossessiva di qualsiasi cosa?
        Siamo in un carcere a cielo aperto ormai, in pratica.

        Per precisare: non abbiamo più l’IRI, ma abbiamo:
        -banche 3/4 delle volte gestite da politici di ogni ordine e grado tramite la porcata delle fondazioni.
        -Cassa depositi e prestiti che fa di tutto e di più
        -partecipazioni ministeriali e golden share in ogni settore, dall’energia alle telecomunicazioni
        -miliardi buttati di continuo nella fornace di alitalia (minuscolo)
        -Leonardo (Finmeccanica) ampiamente attiva nei campi di sua competenza, sotto ovvio controllo statale.
        Ma di cosa stiamo parlando? Delle favole?

      • Caro Giacomo, se è così che vuol ricostruire uno straccio di interpretazione storica, a impressioni personali e senza un dato – ad esempio relativamente ai punti da me citati, che poi sono sostanzialmente gli stessi ribaditi da Davide – ho paura che si vada poco lontani. Lasciamo perdere i ‘liberisti’ cattivoni, basta leggersi Amato e Graziosi, ‘Grandi illusioni’, per recuperare un po’ di dati italiani sul declino post boom economico tra statalismo, deficit, liberalizzazioni mancate – da non confondere con privatizzazioni – e via discorrendo, insieme al ritratto della globalizzazione, denso di dati, contenuto in ‘Sinistra e popolo’ di Luca Ricolfi (magari associando, per avere un’idea di quanto la cultura liberale sia stata nel frattempo iper-minoritaria a destra e a sinistra, Giuseppe Bedeschi, ‘La fabbrica delle ideologie’).

        Basta una parola: globalizzazione? E quindi? Questa è ideologia pura, e del più becero paramarxismo peraltro, che spesso si è rimproverato a sinistra: ovvero si etichetta qualcosa come ‘il male’, senza alcuna descrizione o specificazione, e ci si butta dentro tutto ciò che non piace, che risulta così delegittimato in partenza. Non c’è nemmen bisogno di parlarne, si chiude il discorso evocando lo spauracchio: globalizzazione. Ideologia pura e semplice che nemmeno i no global di 15-20 anni fa… Se questa è la destra odierna… il default è a un passo, altro che sovranismo… (a me a titolo personale importa poco, sono globalizzato e libero di spostarmi dove voglio se è il caso. Chi continua a prenderselo nel deretano è chi non ha la ‘fortuna’ di avere le risorse materiali e culturali-intellettuali per poterlo fare. E questo spiace, così come spiace veder mandare in vacca un paese che non ha le palle di guardarsi allo specchio e agire du conseguenza, ma è perennemente rivolto al passato di un mondo che non esiste più e non tornerà… In bocca al lupo!).

      • Non ho detto che il liberalismo sia stato realizzato in ogni sua forma in Italia, ma che la politica italiana ha avuto un indirizzo liberale, questo l’ho spiegato parlando di privatizzazioni (“liberalizzazioni”) e precisando successivamente che non si può far tutto dall’oggi al domani. Dato che le prime domande sono state le mie, le prime risposte dovrebbero essere quelle alle mie domande, perché divagando non è possibile chiarire i discorsi.

        • E sia.
          lo Stato Italiano si è ritirato sì o no da diversi settori pubblici?
          No. La presenza è pressoché monopolistica in molti settori (scuola, sanità, ecc.), per i modi in cui sono regolati i rapporti reciproci: fondazioni di nomina politica e non gestite secondo regole di mercato e di impresa (banche incluse), risorse direttamente gestite ed elargite, quindi di nuovo non allocate in base a regole di mercato (basti vedere come funziona il rapporto tra Stato e scuole non statali), e così via. Il risultato è da un lato servizi pubblici che sfuggono a regole di mercato e gestione d’impresa (possono pure restare pubblici, ma devono rispondere agli stessi criteri e regole degli altri soggetti e con essi competere), bypassando di fatto qualsiasi sana competizione, con risultati di chiusura, inefficienza, alti costi, scarsa produttività, raccomandazioni. Dall’altro lato, deleteri rapporti clientelari tra pubblico e privato, Stato e mercato, con risultati non troppo diversi, a detrimento di soggetti che potrebbero entrare a mercato e far meglio, ma che non possono perché subirebbero concorrenze sleali.

          Si sono avute o non si sono avute privatizzazioni importanti (“liberalizzazioni”)?
          Vi sono state privatizzazioni perlopiù, tranne eccezioni (telefonia ecc.), non coincidenti a liberalizzazioni ma a passaggi da monopoli o oligopoli pubblici a privati. Per non dire delle partecipate…

          E in che situazione ci troviamo oggi?
          Di costante e documentato declino, da circa 40 anni. Produttività infima rispetto alla maggior parte dei paesi avanzati, incapacità sistemica e generale a competere su un mercato globale, treni persi uno dopo l’altro (es.: rivoluzione informatica, trend e mercati offerti dal processo di globalizzazione), alto costo del lavoro (che non va certo nelle tasche dei lavoratori) e salari e stipendi mediamente bassi a parità di ruolo in confronto ad altri paesi europei, tasse su imprese e professionisti i cui livelli massimi condividiamo solo con la Francia tra tutti i paesi OCSE, emigrazione di persone ricche di risorse intellettuali e materiali e importazione di individui a bassa o nulla qualificazione, e così via. Colpa del ‘liberismo’? In Italia?

          • Tra l’altro nei rari casi in cui si è liberalizzato decentemente, le cose funzionano decentemente.
            Nella telefonia mobile ad esempio abbiamo prezzi tra i più bassi di tutto il mondo civile, con disponibili le migliori tecnologie.
            Privatizzare un monopolio come quello di Autostrade non è per nulla “liberalizzare”.

            L’indirizzo prevalente della politica italiana è senza dubbio “statalismo e corporativismo senza ritegno”.
            Liberale proprio no. Se ne sono viste solo piccole tracce.

          • Grazie, apprezzo.
            Alla prima ed alla seconda risposta leggo dei no che sono sostanzialmente dei sì. No per come è stato fatto quel che è stato fatto, e su questo se ne può discutere, sì perché è appunto quel che è avvenuto. Sono stati traditi lo spirito e l’obbiettivo del liberalismo? Può essere, ma la direzione era quella. È stato fatto troppo poco? Può essere, ma la direzione era quella.
            Una sintesi di questo si può avere dalla lettera di un ex ministro della cultura al giornale La Stampa di cinque anni fa dove, tra l’altro, questi scrive che il suo ex presidente “non ha potuto portare a compimento una vera e propria rivoluzione liberale”: si può quindi sottointendere che l’abbia almeno iniziata. Nella stessa lettera sono tessute le lodi all’allora capo della coalizione di centrosinistra, accostato alla sinistra “liberal” d’oltreoceano.
            Per l’ultima risposta, scrivere 40 dovrebbe essere un po’ esagerato, almeno stando al titolo de Il Corriere della Sera del 1991 in cui si può leggere “Italia quarta potenza” con appena sopra “più ricchi di inglesi e francesi” http://micidial.it/wp-content/uploads/2017/01/quartapotenza-678×381.jpg da notare che Margaret Thatcher ha governato dal 1979 fino al novembre 1990, mentre noi abbiamo avuto un socialista a capo del governo tra il 1983 ed il 1987.

          • Sono no. Punto. Se poi fai fatica a comprendere la sostanziale differenza tra liberalizzazione e privatizzazione, ossia in Italia: dono di un monopolio a un privato via rapporti clientelari precedenti o successivi alla suddetta privatizzazione, non so cosa altro dire. Se, poi, ti ostini a non prendere in considerazione i dati ma preferisci i titoli di giornale, continuando ad ignorare o a voler ignorare che la maggior parte del PIL è gestito direttamente e indirettamente dallo stato (il che significa riduzione ai minimi dello spazio concesso a soggetti privati); e continuando ad ignorare o a voler ignorare i dati su produttività, crescita del peso statale, del debito, globalizzazione, diseguaglianze (non crescenti al contrario dei luoghi comuni) e insomma tutti i dati economici degli ultimi 40 anni confrontati a quelli degli altri paesi, pubblicati e reperibili (alcune pubblicazioni facilmente consultabili e di piacevole lettura le ho indicate più sopra), di nuovo non so cosa altro dire. Se hai dati diversi o se vuoi confutare quelli, prego. A questo serve la discussione critica, ne uscirò arricchito senza ombra di dubbio. Se, invece, l’intento è trovar conferma dei propri personalissimi a priori, più o meno ideologici, in barba a qualsiasi dato e capovolgendo i no in sì, allora onestamente non sono interessato. Nulla di personale, è solo che sono abituato alle discussioni in ambito di ricerca scientifica e pur essendo convinto, per dirla alla Antiseri, che ‘da tutta la scienza non possiamo estrarre un grammo di morale’, e nemmeno quindi fondare in ultima istanza la decisione politica, ritengo sia comunque un’utile e solida – ma anche indispensabile – base da cui partire. Amici come prima.

          • Non si può non appoggiare integralmente quanto affermato da Paolo.
            Grottesco come, invece dei fatti oggettivi, ci si appoggi su affermazioni, pure distorte, di un ex ministro peraltro di formazione comunista.
            Certamente uno dei soggetti che hanno fatto sì che la “rivoluzione liberale” non venisse fatta.
            Non per nulla estimatore dei socialisti- statalisti di altri paesi, che hanno contribuito e contribuiscono a distruggere. Nulla di personale, si intende.
            Un perfetto esempio di quello che non bisogna fare nel centrodestra italiano.

          • Puntualizzo, avendolo dato per scontato ma a questo punto mi sorge il dubbio, che “sinistra ‘liberal’ d’oltreoceano” non ha nulla a che spartire con ciò che definisco ‘liberale’ (e a dire il vero ci entra abbastanza poco anche con molti dei soggetti della cosiddetta area – non particolarmente numerosa – ‘liberal’ del PD, che mi pare abbiano più cose in comune con l’IBL che non coi ‘liberal’ del Partito Democratico americano).

  3. Grazie caro Porro, era ora che tu citassi il grande Milton. Figuriamoci citare la moglie Rose, od il figlio David, ancora più rivoluzionario.
    Mi ha sempre sorpreso che sia così poco citato e pochissimo letto nonostante le rare traduzioni siano così facilmente comprensibili.

  4. In fin dei conti, sempre meglio il maestro che gli epigoni. Tra i quali, anche numerosi marxisti rimasti orfani. E come il vecchio Karl pare non avesse in gran simpatia quanti, con lui ancora in vita, iniziavano a dichiararsi marxisti (tanto che più d’una volta ebbe a scrivere, paradossalmente, di non essere marxista); così il vecchio John pare, a detta di Hayek, che non nutrisse particolare simpatia verso i propri discepoli. I quali non si sono risparmiati di istituirgli un bel culto, con immancabili chiese e sette: un’altra cosa che marxismo e keynesismo hanno in comune. E pensare che Keynes confidò, proprio ad Hayek, in uno dei loro ultimi incontri poche settimane prima della sua dipartita, che non avrebbe avuto problemi a ‘sconvolgere nuovamente l’opinione pubblica se le misure ispirate alle sue teorie, concepite per un contesto particolare, si fossero rivelate inflazionistiche e pericolose in un altro contesto’. Ma si sa, ai politici/governi/Stati, gli dai un dito e con la scusa si prendono il braccio, per la gioia di tutti gli economisti che ambiscono a fare i consiglieri del Principe.

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