Tre anni ed è cambiato tutto e non è cambiato niente. È cambiato tutto come sempre dopo ogni orrore indicibile, insostenibile, che fa vergognare di essere umani e dubitare di un Dio che ha potuto permettere agli uomini di trasformarsi in diavoli; ed è cambiato tutto perché da quel giorno Israele con la sua strategia forsennata di attacco si è giocata tutta la solidarietà, si ritrova isolata, il mondo non ha più voglia di capirne le ragioni, si è finita gli alibi perché, hai voglia a giustificare, le atrocità a Gaza ci stanno e negarle o minimizzarle non è giusto, non è decente, non più del vittimismo infame che regna tra i palestinesi e Netanyahu è un problema che Israele dovrà risolvere: questo lo sanno gli israeliani come lo sanno gli americani, lo sa Trump che ondivago com’è può esasperarsi, ritirargli l’appoggio da un momento all’altro. A Israele no, non è pensabile, non è mai accaduto e mai accadrà, a Netanyahu sì. Israele inoltre ha perso l’altra guerra, non meno importante: quella della comunicazione, dell’immagine, le menzogne, le invenzioni, le visioni che la bersagliano sono palesi ma meglio preparate, meglio diffuse, e la spuntano.
Ma, allo stesso tempo, non è cambiato niente perché l’odio verso gli ebrei – gli ebrei, i semiti, non i sionisti – quel vecchio odio mefitico ha trovato nuova linfa, un nuovo pretesto che prescinde totalmente dalle ragioni di Gaza, dai palazzi sventrati con i bambini sotto, dalle sofferenze di cui nessun flotillero si preoccupa sul serio. Sono scuse per mascherare quell’odio atavico e demente che risale i secoli e nella modernità si colora del rosso leninista-stalinista e del nero nazista, entrambi alleati dell’Islam in armi (fu Lenin, traendo buon gioco dall’antisemitismo marxiano, a benedire per primo la saldatura strategica tra comunismo e islamismo a Baku nel 1920). Una magnifica cinica occasione per segnalarsi, fare carriera in politica, nell’informazione, nelle scuole, nelle arti, in società. Odiare l’ebreo a prescindere è tornato di moda, è un gioco di società tolto dalla polvere della storia e rilanciato come un revival irresistibile.
Ieri Andrea Minuz ha fatto un articolo terribile e insanguinato sulle infamità che da tre anni lo raggiungono, ci raggiungono, e che oggi certo non mancheranno. Quelle tro*e che ballano inneggiando ad Hamas. Quegli studentelli che scandiscono “dal fiume al mare” senza conoscere né il fiume né il mare. Quella miseria di dipingere gli stragisti come alfieri di una eroica resistenza antioccidentale. Quella vergogna senza vergogna di ripetere dappertutto che “Israele ci ha rotto er cazzo col 7 ottobre”. Quel rigurgito di viltà di chi esalta Naza ma si è sempre rifiutato di vedere i film delle mostruosità di “quel giorno”. Quel prendere le parti di un popolo inetto, stretto, stritolato da un regime inetto e criminale.
Hamas ha ricevuto in questi primi 26 anni del millennio somme mai precisate ma che oscillano fra i 300 e i 500 miliardi; se si risale per i decenni, i fiumi e i mari e gli oceani di denaro si fanno incontrollabili: Hamas ha saputo soltanto investire in odio, genocidio – loro sì, quello sì: è l’unico obiettivo missionario della loro sporca età -, in tunnel, in armi, in ruberie immani, a man salva. Se Israele ha finito gli alibi, Hamas, Gaza, i palestinesi che esultavano il 7 ottobre (come già l’11 settembre di 22 anni prima) per le strade, gli alibi non ne hanno mai avuti.
Scrive Federico Rampini nel saggio “Il nuovo impero arabo”, del 2024: “Chi oggi per essere «politicamente corretto» vuole descrivere l’Islam a ogni costo come una religione egualitaria dimentica che nel Corano stesso sono indicate tre categorie di esseri inferiori per il loro status e i loro diritti: le donne, gli infedeli, gli schiavi. Questa struttura diseguale è scolpita nella religione, non solo nei costumi. È altrettanto categorica di quanto lo sia il sistema delle caste in India (…) Mentre in Estremo Oriente decollavano uno dopo l’altro i miracoli di tanti «dragoni» asiatici – che non erano solo dei boom economici bensì progressi estesi all’istruzione, alla tecnologia, all’ordine pubblico e alla sicurezza – in Nordafrica e in Medio Oriente le aspirazioni dei popoli erano frustrate. Scattò tra i leader la ricerca di un capro espiatorio e fu trovato nell’Occidente: era tutta colpa del colonialismo più recente (peraltro assai più breve rispetto al dominio ottomano). Veniva ignorato il fatto che, dall’altra parte del continente asiatico, paesi colonizzati molto più a lungo dagli occidentali erano capaci di modernizzarsi a gran velocità. Il vittimismo arabo dilagava, si imponeva come dottrina ufficiale e al contempo contaminava le masse con un senso diffuso di recriminazione, rancore, deresponsabilizzazione.
Alla colpevolizzazione degli occidentali si aggiunse quella di Israele. Fino agli anni Sessanta e Settanta, anche Israele aveva seguito modelli socialisti, basti pensare ai kibbutz. Il vero boom – economico e tecnologico – si verifica quando Israele abbraccia una ricetta capitalistica, a partire dagli anni Ottanta: diventa una piccola superpotenza, con livelli scientifici e di benessere che lo distanziano sempre più dai suoi vicini. Quel successo attira su di sé l’invidia generale dei vicini falliti. Sempre all’insegna del vittimismo e dello «scaricabarile», gran parte del mondo arabo si autoconvince che la ricchezza di Israele può avere una sola spiegazione: è costruita sullo sfruttamento e sull’oppressione dei palestinesi. È un falso clamoroso, eppure diventa un luogo comune così tenace da radicarsi nel tempo come dottrina ufficiale anche nei campus universitari dell’Occidente. Anziché studiare nei dettagli il progresso di Israele per emularne le ricette vincenti (cosa che, per esempio, in Estremo Oriente la Cina ha fatto copiando i miracoli di Giappone, Singapore, Taiwan, Corea del Sud), la maggior parte dei dirigenti arabi hanno investito sull’antisemitismo come collante ideologico per nascondere le proprie incapacità e malefatte”.
Il pretesto palestinese, l’esaltazione disgustosa del 7 ottobre dilagano anche qui, affidati a ceffi e ceffe della specie peggiore, proiettati a ignobili affermazioni, ma l’odio non è solo atavico e demente, è, ed è forse il suo aspetto peggiore, il più demoniaco, il più sordido, quell’odio o delizia per la shoah è strategico, lucido e finalizzato. A cosa? All’affermazione dell’Islam di conquista e di saccheggio. I segnali della resa ci stanno tutti, si conclamano ogni giorno e nessuno sembra rendersene conto o curarsene davvero: a Padova sorgono i primi tribunali islamici che rispondono alla shari’a, non alla Costituzione, non al diritto positivo nazionale: Silvana De Mari ha scritto un libro essenziale ma pesante come un’accusa di marmo per chiedere, a mezzo questionario, ai musulmani moderati se siano disposti ad accettare il sistema legale di chi li ospita a scapito della legge coranica, della shari’a.
È la questione delle questioni, e delude e avvilisce che le istituzioni a partire dal Colle non se la pongano, che preferiscano l’eterna colossale bugia dell’integrazione affidata agli automatismi della buona volontà (per tacere del clero, ma tacere davvero per carità cristiana). Scriveva Giovanni Sartori dieci anni fa, poco prima di andarsene: “Siamo in mano a politici ignoranti che non conoscono la storia, che non hanno cultura e si preoccupano solo di conservare il potere. La Ue è un edificio mal costruito che sta crollando, la situazione è disperata perché, pensando solo in termini economici, hanno creduto che i musulmani si potessero integrare, ma non è possibile che un immigrato che appartiene a una cultura teocratica che non separa lo Stato religioso da quello civile si integri. Fino a che punto una società pluralista può sopportare una comunità che la rifiuta, un aperto e aggressivo nemico culturale? Insegna l’esperienza che concedere la cittadinanza non equivale a integrarsi ed è inevitabile che i cittadini islamici, quando avranno il diritto di voto, lo useranno per imporre i loro principi religiosi, la poligamia, la sottomissione della donna…”.
Chiaro. Semplice. Terribile: è andata esattamente così. A Padova la sharia e la moschea, a Torino una moschea da 1000 posti, coperta per 8 milioni dal Marocco, per gli altri 11 non si sa da chi; a Piacenza tolgono la carne di maiale dalle diete scolastiche perché gli islamici non la ammettono e, attenzione, non solo per i loro figli: per tutti. A Milano l’aspirante sindaco Pacini trova che la vera emergenza sia “una grande moschea”. Da Pioltello il Ramadan partì per propagarsi in tutte le scuole, con la benedizione del vescovo milanese Delpini e del solito Mattarella. Dappertutto, con epicentro Milano, candidati islamici nel Pd e sia chiaro che non è il pizzaiolo egizio, non è il primo che passa, è tutta gente imposta dai Fratelli Musulmani secondo un disegno che dura da 40 anni, che in Italia partì da Ancona alla fine degli anni ‘80 e da allora non ha fatto che strutturarsi organizzando in modo sempre più diffuso la ramificazione: scuole, atenei, media, partiti, componenti sociali. Lungo la Milano-Meda due balordi in fama di rapper possono paralizzare il traffico per chilometri e nessuno reagisce, nessuno fiata perché se per un islamico è complicato finire in galera, per un italiano è fin troppo facile. E poi quelli hanno il coltello facile.
A Vicenza un influencer maranza può chiamarne mille che procedono a sistematica distruzione. L’Emilia con le sue Bologna in armi, le sue Modena della strage innesco, sono ampiamente perdute. Roma non è messa meglio, annaspa nella stretta della mafia bengalese. Tutte le principali città sono in mano alla sinistra nella rinuncia e nel disinteresse della destra: Milano, Roma, Firenze, Bologna, Napoli, Genova, più tante altre e in ogni giunta piddina la penetrazione avviene per via politica, legittima, elettorale proprio come aveva previsto Sartori. La Francia è caduta, a ferro e fuoco da giorni e quel vecchio tanghero di Tangeri, Melenchon, che dirige le escandescenze, viene portato in trionfo da una platea di maranza camuffati da studenti ai quali dei caloriferi e delle aule importa meno che dei bambini di Gaza.
E da noi le Salis e i vecchi rottami di un giornalismo irresponsabile si sdilinquiscono all’idea di importare la guerra incivile. In Vandea – in Vandea! – un branco di maranza entra in una chiesa e la profana, sfascia, lorda altare, arredi sacri, canta un inno ad Allah e le più invasate sono le ragazzine francesi che si accompagnano ai balordi magrebini. Fottuta la Francia come il Regno Unito e la penetrazione sbalordisce per facilità e per l’indolenza e la viltà dei conquistati. Ebbene, la celebrazione del 7 ottobre, che anche qui in Italia erutta e scoppietta dappertutto, scuole, università, campus, strade, serve anche a questo, principalmente a questo: a legittimare uno stato delle cose, un dato di fatto, a certificare l’ineluttabile. Oggi è il 7 ottobre e l’orrore della memoria ci travolge già, ma una memoria che puzza di esaltazione, nel segno del trionfo. E non c’è modo di scamparla.
Max Del Papa, 7 ottobre 2026
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Il rapimento dei civili


