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La grande bufala della P4. Ora parlo io

“Vogliono fare una perquisizione personale a mamma, sono venuti da Napoli”, era la voce concitata al telefono di mia sorella. Così è iniziata per me la P4, con mia mamma, quasi novantenne, umiliata perché quando le avevano chiesto di consegnarle miei fantomatici floppy disk si era presentata con i vecchi dischi di vinile che conservava gelosa.

Era solo l’inizio. Molti mesi dopo venni accusato anche di ‘accesso abusivo alla rete informatica’. Di notte, dicevano, mi collegavo con chissà quale server in Israele per spiare chissà quali caselle di posta elettronica. Proprio io, che ancora oggi non so usare e non possiedo un computer. Le rogatorie internazionali inviate a Google non approdarono a nulla, ovviamente. Per ore dovetti dar conto di centinaia di telefonate intercettare: possibile che non rammentassi chi fosse Coccolino che incontravo in un supermercato? Non si poteva credere che fosse l’ammorbidente da portare a mia moglie. O perché la Ministra mi diceva testualmente di fare come volevo io solo perché le indicavo la strada giusta per inaugurare un asilo?

Eppure, per mesi, la P4 è stata un’associazione eversiva capace di sovvertire lo Stato. Composta da un parlamentare, già stimato magistrato, e da un maresciallo dell’arma che non avevo mai visto. Mesi di prime pagine e di misure cautelari. Ma io patteggiai dando corpo all’inchiesta. E lo farei mille e mille volte ancora. Fu l’unico modo per poter accompagnare mia figlia in Giappone per una delicata operazione al cervello. In fondo, alla fine, ho evitato quasi dieci anni di calvario.

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