Politica

La sinistra pacifista ha un problema: non capisce la pace

Contro il pacifismo ipocrita: la deterrenza parla, la sinistra predica

Elly Schlein, Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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L’attacco mirato e chirurgico condotto dagli Stati Uniti ai centri atomici iraniani si è rivelato non solo un’azione militare strategica, ma anche un impulso decisivo alla de-escalation e alla ripresa del negoziato tra le parti. La risposta di Teheran, più dimostrativa che distruttiva, conferma l’efficacia deterrente dell’intervento: un segnale di forza calibrato che ha ridotto la tensione, senza precipitare il conflitto in una spirale incontrollata. Paradossalmente, l’azione militare non ha interrotto i canali diplomatici, ma li ha piuttosto sollecitati, stimolando le parti a riaprire il dialogo da una posizione più realistica e pragmatica.

In questo quadro diventa evidente l’inadeguatezza della sinistra pacifista, che continua a confondere la pace con il pacifismo. Vincolata a una retorica innocua e ipocrita, si limita a proclamare il valore della pace come un bene assoluto, ignorando che essa non si ottiene con semplici invocazioni o con le rituali marce folkloristiche. La pace non è la semplice assenza di guerra, ma un equilibrio dinamico, frutto di un’intelligente combinazione tra pressione, forza e diplomazia. È una costruzione complessa, che richiede lucidità strategica, visione e, in alcuni casi, anche la disponibilità ad atti di forza misurati, proprio per rendere credibile la successiva mediazione.

La sinistra pacifista continua a confondere la pace con il pacifismo, la fermezza con l’aggressività, la deterrenza con la provocazione. Non basta proclamare la pace come un dogma etico, ignorando che essa — nella storia e nella prassi — si fonda sull’equilibrio delle forze e sulla credibilità delle minacce.

La Ripartenza

Un esempio storico rimane emblematico: durante la Guerra Fredda, furono proprio gli euromissili — tanto avversati dalle piazze pacifiste — a garantire, paradossalmente, un equilibrio stabile tra i blocchi. La minaccia concreta e visibile di una risposta nucleare immediata impedì il conflitto aperto. La deterrenza fu il fondamento reale della pace. Chi allora scendeva in piazza contro i missili, oggi come allora, non comprendeva che la dissuasione armata non è un gesto di belligeranza, ma uno strumento di stabilità.

Oggi come ieri, in certi momenti, la postura passiva può essere più pericolosa dell’azione. L’immobilismo, quando le tensioni internazionali raggiungono livelli critici, non è una forma di prudenza, ma di irresponsabilità. La diplomazia, senza la precondizione della deterrenza, si svuota di senso, diventando puro esercizio formale, privo di capacità persuasiva. La deterrenza è, in sé, una minaccia razionale: agisce sulla psicologia dei contendenti, obbligandoli a un calcolo strategico che può favorire il ritorno alla trattativa.

Ma la deterrenza, per funzionare, deve essere resa visibile. Non basta dichiarare di possedere forza: a volte è necessario manifestarla — in modo limitato, circoscritto, chirurgico — affinché acquisisca quella credibilità che sola può orientare i comportamenti. L’azione americana va letta in questo senso: non come una rottura della diplomazia, bensì come la sua necessaria condizione preliminare. È grazie a quella dimostrazione concreta di potenza che oggi si torna a parlare di tregua e negoziato fra l’Iran e, sul fronte opposto, Stati Uniti e Israele. La pace non è una scelta morale astratta, ma un obiettivo politico che richiede lucidità, visione e forza. E chi si ostina a ignorarlo, finisce — pur animato dalle migliori intenzioni — per alimentare l’instabilità che pretende di combattere.

Andrea Amata, 26 giugno 2025

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