in

L’illusione delle lauree abilitanti

lauree abilitanti

Dimensioni testo

Il disegno di legge sulle lauree abilitanti ha come suo scopo la semplificazione che consiste in questo: il tirocinio pratico e l’esame di abilitazione per accedere all’esercizio della professione sono inseriti all’interno del percorso di laurea e così con l’esame di laurea si svolge anche l’esame di abilitazione. In pratica, è la logica dei due piccioni con una fava. Si tratta di una mossa intelligente che darà i buoni frutti sperati nei quali confida anche il Pnrr? C’è da dubitarne. E non perché sia meglio conservare la logica precedente – ossia quella dell’esame di abilitazione svolto dagli Ordini professionali che sono enti pubblici cioè la lunga mano dello Stato – ma più semplicemente perché in tutti questi giri di valzer di esami di laurea, esami di abilitazione, esami di Stato si va alla ricerca dell’araba fenice che non è il frutto né di un esame né di un titolo: la competenza o professionalità.

La scorciatoia sbagliata

La verità, come al solito, o è taciuta o è ignorata. La semplificazione che si cerca di ottenere è la lotta che lo Stato fa con sé stesso nel tentativo disperato di aggirare le funzioni riconosciute agli Ordini professionali che, come detto, sono enti pubblici. La logica vorrebbe – ma la logica non fa parte della politica e dell’amministrazione statale – che per avere semplificazione si percorresse la via maestra: abolizione degli Ordini che altro non sono che le vecchie corporazioni di categoria coniugate in ambito repubblicano. Se non è zuppa è pan bagnato. Ma siccome su questa strada lo Stato, il governo, i partiti – da destra a sinistra – incontrano tabù, interessi e anche ignoranza, ecco che non s’imbocca la via maestra dell’abolizione degli Ordini ma una sorta di scorciatoia che, come le classiche bugie di Pinocchio, conduce inevitabilmente fuori strada. Così invece di ottenere semplificazione si avrà ulteriore complicazione. Le lauree abilitanti, infatti, non riguardano tutte le professioni e gli Ordini professionali già si sono messi di traverso anche per le stesse professioni previste dal disegno di legge Manfredi. E, tuttavia, il problema serio non è nemmeno questo. Quanto, piuttosto, la stessa competenza o professionalità.

Non basta la laurea abilitante

Infatti, la laurea abilitante, con o senza esame abilitante, altro non è che la riduzione della professione al possesso del titolo. Ma il dottore in farmacia o il dottore in medicina o il dottore in ingegneria o il dottore in giurisprudenza o il dottore in psicologia per quante abilitazioni si vorranno concepire non sarà mai farmacista, medico, ingegnere, avvocato in quanto ha un titolo. Questo significa la cosa più semplice e più vera che, però, nessuno vuol vedere fino in fondo: far corrispondere ad un curriculum di studi una professione o una mansione o, come si dice, un lavoro adeguato è da un lato improprio e dall’altro un inganno che si perpetua nei confronti degli stessi studenti. Le burocrazie – sia quella nazionale sia quella europea – insistono nell’alimentare questa classica illusione (che Luigi Einaudi definiva né più né meno che un inganno che genera i cosiddetti “disoccupati intellettuali”) che, naturalmente, è sistematicamente smentita dalla realtà che è quella strana cosa che sta là fuori e che è la vera legge con cui è necessario fare i conti, possibilmente senza alibi, senza vittimismi, senza risentimenti perché non è possibile imputare misfatti ai fatti e all’economia ma solo alla miopia e all’ipocrisia del legislatore.

Non basta la teoria, serve l’apprendistato

Se si volesse non solo semplificare ma anche provare a garantire preparazione culturale (conoscenze) e qualità professionale (competenze) non bisognerebbe percorrere la scorciatoia delle lauree abilitanti ma la strada principale della fine del valore legale dei titoli di studio e la conseguente fine degli Ordini professionali prendendo atto che la formazione professionale è altra cosa rispetto alla preparazione teorica e si ottiene nell’unico modo con cui si è sempre ottenuta da che mondo è mondo: sul campo. La formazione, dunque, non può che essere demandata alle aziende e alle imprese – che, infatti, già fanno in proprio formazione per loro necessità – mentre lo Stato e gli Ordini dovrebbero cambiare pelle: il primo esercitando solo la funzione di garante e i secondi svolgendo lavoro di sindacato. Il resto è materia della vita civile e della libera contrattazione degli uomini liberi.